Intervista

Morselli: «L’ex Ilva torna agli utili e senza debiti finanziari. Adesso tocca allo Stato»

L’amministratore delegato di Acciaierie d’Italia non nasconde la soddisfazione: «Nonostante le difficoltà dell’emergenza sanitaria, l’ex Ilva segna un numero positivo all’ultima riga del conto economico, quello che finirà nel patrimonio netto»

di Fabio Tamburini

(IMAGOECONOMICA)

7' di lettura

Il 2019? «Un anno molto, molto difficile». Il 2020? «Sì, abbiamo ancora qualche difficoltà nei conti, a causa della pandemia, ma in misura neppure lontanamente comparabile». Il primo semestre di quest’anno? «Ha segnato il ritorno, per la prima volta dopo tanto tempo, all’utile netto». Lucia Morselli, amministratore delegato dell’Acciaierie d’Italia, da 10 anni manager dell’acciaio, prima alla ThyssenKrupp e poi rappresentante della cordata di Cdp battuta nella corsa all’Ilva, non dà mai interviste. Ma ogni regola di comportamento ha delle eccezioni e, proprio per festeggiare in modo adeguato il ritorno alla redditività dei conti, la Morselli ha deciso di anticipare la svolta ai lettori del Sole 24 Ore. E, senza nascondere la soddisfazione, spiega: «Ha capito bene, l’ex Ilva ha cancellato il rosso dai conti e, nonostante le difficoltà dell’emergenza sanitaria, segna un numero positivo all’ultima riga del conto economico, quello che finirà nel patrimonio netto. Questo fa giustizia di fantasie e aberrazioni sulle perdite del gruppo che sono state dette e scritte». Lucia Morselli è ben conosciuta per la determinazione con cui combatte ogni battaglia, senza se e senza ma. Alla guida degli impianti di Taranto è arrivata nell’ottobre 2019, chiamata dall’azionista di comando, l’ArcelorMittal, per fronteggiare una situazione drammatica: oltre 895 milioni di perdite a fine anno, inchieste giudiziarie delle Procure di Taranto e Milano, città di Taranto e territori in rivolta. Ora il suo commento è perentorio: «Missione compiuta», conferma.

Può darci qualche altro numero?

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Il punto di partenza era molto basso e devo ammettere che è stata dura ma ce l’abbiamo fatta: nel primo trimestre di quest’anno il gruppo ha guadagnato qualche milione al mese, che sono raddoppiati nel secondo trimestre. Il tutto senza debiti finanziari. Ripeto, senza debiti finanziari con nessuno, compreso le banche.

Vi ha aiutato la congiuntura internazionale favorevole, a partire dall’impennata dei prezzi dell’acciaio. Lo nega?

Per la verità fino al dicembre 2020 la ripresa non si è vista molto. I primi segnali ci sono stati nel primo trimestre 2021. Naturalmente nel 2020 ci ha giocato contro il Covid e anche alcuni provvedimenti anti pandemia. L’ex Ilva deve lavorare a ciclo continuo, non può fermare gli impianti e quindi non può chiudere mai. Nel marzo 2020 il governo Conte ha inserito nell’elenco dei codici Ateco delle aziende che dovevano essere chiuse completamente il 24, cioè le attività siderurgiche. Quindi ci siamo trovati nelle condizioni di continuare a produrre senza poter vendere perché i nostri clienti erano quasi tutti chiusi. E il prefetto di Taranto ci ha vietato di vendere il prodotto a tutti, anche ad imprese estere eventualmente aperte. Nonostante questo abbiamo resistito.

Come è stato possibile?

ArcelorMittal ha fatto la sua parte assumendosi le responsabilità del caso, tenendo operativa in ogni caso l’azienda quando nel resto d’Europa le acciaierie, anche quelle a ciclo integrale, chiudevano, investendo nel piano ambientale e assicurandoci le forniture di materie prime. Per quanto mi riguarda da quando sono stata nominata sono passati quasi due anni, ma è come se ne fossero trascorsi 20. I numeri dicono che, contro tutto e tutti, l’ex Ilva dopo circa 10 anni è di nuovo in utile e la sentenza del Consiglio di Stato emessa nei giorni scorsi chiude un ciclo.

Perché?

Il testo del provvedimento, che permette all’ex Ilva di proseguire le attività, è il riconoscimento del piano ambientale realizzato. Dà atto che abbiamo fatto le scelte giuste, che gli investimenti di adeguamento degli impianti agli standard ambientali più rigorosi sono stati finora eseguiti correttamente, il che conferma che stiamo seguendo la strada ecologica per il rilancio del gruppo. Grazie a questa sentenza possiamo approvare il bilancio 2020. Prima non sapevamo neppure se ci sarebbe stata continuità aziendale.

E adesso?

Confidiamo che Invitalia, l’azionista pubblico, entrando in consiglio darà attuazione ai propri impegni contrattuali.

Quanto deve investire?

In tutto poco più di 2 miliardi: 400 milioni di aumento del capitale sono già stati versati, mentre mancano circa 700 milioni di garanzie per il finanziamento Sace, più 900 milioni di rimborsi e sostegni agli investimenti, variamente assortiti. ArcelorMittal ha provveduto finora a sostenere l’azienda con un versamento di capitale di 1,8 miliardi. Adesso tocca allo Stato tramite Invitalia fare quanto pattuito, in base al contratto sottoscritto a dicembre 2020.

Ne dubita?

Mai. Sono certa che questo Governo vorrà confermare che l’Italia è un paese affidabile per gli investimenti esteri.

Dove finiranno le risorse pubbliche in arrivo?

Dei 400 milioni dell’aumento di capitale d’Invitalia abbiamo già versato circa 200 milioni al ministero dell’Ambiente per i rimborsi delle quote di CO2 e 200 milioni ai commissari del Ministero dello Sviluppo economico per l’affitto dell’azienda. Nel caso di acquisto dell’azienda, il prossimo aumento di capitale d’Invitalia di 680 milioni verrà versato ai Commissari di Ilva nel maggio 2022.

Il massimo rappresentante dello Stato nominato in consiglio di amministrazione è il presidente Franco Bernabé. Come mai non ha ancora partecipato ai consigli?

Leggo sulla stampa che i consiglieri nominati da Invitalia non volevano entrare nel consiglio prima dell’approvazione del bilancio 2020. In verità nel contratto con Invitalia è spiegato espressamente che ogni responsabilità per l’approvazione del bilancio fa capo solo ad ArcelorMittal e ai consiglieri che ha designato. Anche da un punto di vista formale il rappresentante legale, oltre al presidente, è l’amministratore delegato. Quindi nel processo di approvazione del bilancio 2020 non è previsto che il presidente e gli altri due consiglieri di nomina Invitalia dovessero assumere responsabilità.

E allora qual è la ragione vera?

La domanda non va posta a me. Confido che presto i nuovi consiglieri parteciperanno ai lavori del consiglio di Acciaierie d’Italia Holding, nel rispetto di ruoli e responsabilità previsti dall’accordo.

Quali sono le prospettive per il gruppo?

Il mercato è favorevole e l’azienda lavora molto. Tuttavia fino all’agosto 2023 dobbiamo rispettare dei vincoli ambientali che impediscono di accelerare ancora di più la produzione.

Terminerà la cassa integrazione?

Finché durano i limiti imposti alla produzione per vincoli ambientali e manutenzioni obbligatorie, la cassa integrazione dovrà essere mantenuta per poi terminare a piano ambientale concluso quando la produzione potrà risalire. Il contratto tra ArcelorMittal e Invitalia è molto chiaro al riguardo, e io lo sto rispettando alla virgola, compresa la parte che riguarda gli esuberi temporanei. Chiunque la bloccherà senza valide alternative se ne assumerà la responsabilità, anche di un inadempimento contrattuale.

C’è spazio per rimodulare il contratto tra gli azionisti?

Tutti i contratti possono essere rivisti, ma la scelta tocca ai soci. Non a me. Da parte mia, o di altri consiglieri di amministrazione, sarebbe una invasione di campo.

Per ArcelorMittal l’Italia è un Paese strategico? Oppure è disponibile ad affrettare i tempi di uscita in anticipo rispetto al 2022 previsto dall’accordo?

Io non sono ArcelorMittal e non posso esprimermi al loro posto. Detto ciò tutte le scelte che hanno fatto finora dimostrano il profondo interesse a rimanere. Sono il più grande operatore siderurgico al mondo e sanno cosa fare di una acciaieria. Hanno dovuto subirne di tutti i colori e hanno resistito a tutto. Se avessero voluto disimpegnarsi, avrebbero potuto farlo senza problemi. C’era solo l’imbarazzo della scelta su quando staccare la spina. Lo stesso giorno in cui sono stata nominata, per esempio, il governo ha revocato lo scudo penale concesso ad ArcelorMittal. Quale occasione migliore per uscire di scena chiedendo risarcimenti?

Perché ArcelorMittal ha deconsolidato l’Italia dal gruppo a poco più di due anni dall’inizio dell’avventura in Italia?

Gli impianti dell’ex Ilva sono in affitto. Ritengo che, a fronte delle difficoltà incontrate nel primo anno di gestione, abbia ritenuto indispensabile una partnership pubblico-privata per portare a termine l’acquisizione dai commissari che li gestiscono per conto della proprietà pubblica.

Il ministro per lo Sviluppo economico, Giancarlo Giorgetti, sta lavorando a un piano per l’acciaio. Coinvolgerà anche gli impianti di Taranto?

Non lo so. Sono 20 anni che si deve fare il piano per la siderurgia. Spero sia la volta buona. Per quanto riguarda l’ex Ilva l’accordo tra pubblico e privato, incluso il piano industriale, è molto dettagliato. Io non posso che rispettarlo.

L’imprenditore siderurgico Giovanni Arvedi ha studiato un progetto alternativo per sostituire gli impianti attuali con altri a forno elettrico, più compatti e meno inquinanti. Lei ci crede?

Io non lo conosco ma occorre verificare nella pratica la sua compatibilità con gli impianti esistenti. Non solo. Qualsiasi trasformazione dovrebbe prevedere la crescita costante della produzione dagli attuali 4,5-5 milioni di tonnellate fino a 8 milioni. E tutti devono essere compatibili con il bilancio energetico territoriale. Si possono ottenere gli stessi risultati di compatibilità ecologica senza distruggere tutto quanto investito finora e quanto dovrà essere investito nei prossimi anni per legge ambientale. A partire dalle centinaia di milioni spesi per la copertura dei magazzini delle materie prime, per esempio. E questo senza contare gli impegni sul piano della forza lavoro, che prevedono il ritorno alla piena occupazione una volta raggiunti gli 8 milioni di tonnellate grazie a un mix di tecnologie produttive, inclusi i nuovi altiforni previsti dal piano industriale, che danno molta più occupazione dei forni elettrici.

Venerdì scorso il ministro della Transizione ecologica, Roberto Cingolani, ha negato, per decreto, la proroga dei termini per alcuni interventi ambientali, prevista per il 30 giugno. E adesso che cosa farete?

In tempo di Covid e con i provvedimenti di proroga generalizzata relativi non ci sembra una decisione giusta. Per questo ieri mattina abbiamo fatto ricorso al Tar del Lazio.

L’Unione europea ha rivisto il Pnrr dell’Italia escludendo che i fondi europei possano finanziare per l’ex Ilva l’uso del gas, dicendo invece che le misure messe in campo devono sostenere la produzione di idrogeno elettrico da energia rinnovabile. Come ne uscirete?

Le do una anticipazione: gli impianti dell’ex Ilva sono in grado di produrre già da ora anche idrogeno, utilizzabile nella produzione di acciaio tramite ciclo integrale. In tempi brevi ci saranno novità sull’utilizzo dell’idrogeno in linea di produzione. Sarà un esempio virtuoso di economia circolare altamente sostenibile.

Uno dei grandi investimenti messi in cantiere è il rifacimento dell’altoforno 5, il più grande d’Europa, spento dal 2015. A che punto siete?

Siamo nella fase della progettazione. Servono due anni e mezzo, tre, in coerenza con il piano di rilancio.

I rapporti con il governo, i rappresentanti di Invitalia, la città di Taranto, i fornitori sono difficili. Non c’era la possibilità di avere relazioni meno conflittuali?

Al di là delle dichiarazioni pubbliche, spesso bellicose, i rapporti sono basati sul rispetto reciproco, perché tutti si rendono conto dei grandi progressi realizzati in questi due anni. Il problema vero comunque è che l’ex Ilva rimane una grande azienda e, come tale, un grande centro di potere. Ogni anno, tra entrate e uscite, vengono gestiti 10 miliardi di flussi di cassa. Questi sono la posta vera in palio, che fa gola a tanti. L’ambiente non c’entra nulla.

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