Rilancio

Morselli a Taranto, nuova sfida industriale per la «Lady di ferro»

Dopo Viaggi del Ventaglio, Berco e Ast la manager con la fama di risanatrice dura è chiamata a guidare ArcelorMittal e a far ripartire l'ex Ilva. L'azienda perde 50 milioni al mese con 1200 lavoratori in cassa integrazione

di Matteo Meneghello


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Arcelor Mittal. La gestione dello stabilimento da parte del gruppo indiano è partita a novembre dello scorso anno (Agf)

4' di lettura

Le cronache sindacali hanno iniziato a parlare di lei nell’estate del 2013, quando fu chiamata da ThyssenKrupp ai vertici della controllata Berco. Fino ad allora Lucia Morselli era conosciuta come un’ottima manager, con un curriculum di rispetto. Ma è a Copparo, in provincia di Ferrara, che Morselli, oggi chiamata a raddrizzare l’investimento di ArcelorMittal nell’ex Ilva (lei stessa l’ha definita la più grande sfida industriale italiana), si costruisce la fama di «Lady di ferro».

Morselli arriva alla Berco, azienda della galassia del gruppo tedesco (costruisce sottocarri per l’industria edilizia, vale a dire i basamenti dei cingolati), dopo un’esperienza ai Viaggi del Ventaglio, dove era liquidatrice come braccio destro di Franco Tatò. Là la mission era ridurre il perimetro dell’attività e rilanciare. Qua a Ferrara la forma è simile, ma la sostanza cambia. Perché Berco è un’azienda viva. E i sindacati subito si mettono di traverso. Ne nasce uno scontro molto duro, gli esuberi sono 611 (su circa 2.500 dipendenti), di cui più di 400 a Copparo (gli altri in provincia di Treviso e in Piemonte). È un braccio di ferro, con il Governo Letta che si spinge fino a scrivere all’ambasciatore tedesco in Italia per chiedere una mediazione. Si tratta, e alla fine passa la linea di Morselli, con un piano di mobilità volontaria per 438 addetti e incentivi all’esodo. Un lavoratore scrive un libro su questa esperienza, «Sette di denari. Una moderna lotta di altri tempi». E a comprarne i diritti è lei, la Lady di ferro.

È di nuovo estate, siamo nel 2014, e Morselli è passata a Terni, dove c’è un’altra lotta che l’aspetta. ThyssenKrupp l’ha messa alla guida di Acciai speciali Terni, la sua principale controllata italiana, perchè venga risanata. L’azienda, il principale polo italiano dell’acciaio inossidabile, è tornata da poco tempo nelle mani dei tedeschi per un irrigidimento dell’antitrust europeo: Thyssenkrupp aveva ceduto a Outokumpu tutto il business dell’inox, ma per Bruxelles i finlandesi avevano così assunto una posizione dominante. Passano i mesi e Outokumpu non trova soluzioni e quindi, extrema ratio, si decide a ri-vendere ai tedeschi Ast. Ma ThyssenKrupp sembra non sapere che farsene: vuole sanarla per rimetterla sul mercato e sceglie un nuovo ad con questa mission. A poche settimane dal suo insediamento, Morselli vara un piano di ristrutturazione che prevede, tra le altre cose, 550 esuberi. I lavoratori rispondono con uno sciopero che dura 36 giorni, una vertenza che mette a dura prova il conto economico e l’equilibrio industriale di Ast. In una notte di metà ottobre (succedeva esattamente cinque anni fa) Morselli si presenta ai cancelli sfidando il presidio, nel tentativo di impostare una bozza di trattativa diretta con gli operai. Un blitz che si conclude con l’intervento della Digos. Alla fine, però, l’amministratore delegato la spunta e, trattando nelle settimane successive, riesce a varare un piano di risanamento con 290 esuberi incentivati. A valle del piano di risanamento, gli anni di Morselli a Terni saranno ricordati anche per l’inchiesta penale avviata grazie all’azione dell’ad, «Acciaio d’oro» chiusa all’inizio del 2016 con sette indagati per una truffa milionaria che ha visto sparire almeno 700 tonnellate di materiale, sottratte da un’azienda incaricata di lavori di finitura.

Lasciata la guida di Terni, Morselli non aspetta troppo tempo per ritornare a gravitare nel mondo dell’acciaio. Lo fa nel 2016, quando viene scelta come amministratore delegato di AcciaItalia, in quota Cdp, che partecipa alla cordata insieme a soci industriali (Arvedi e Jindal) e finanziari (Delfin). AcciaItalia è stata protagonista di un testa a testa, proprio con ArcelorMittal, per aggiudicarsi gli asset dell’ex Ilva. Una cordata «alternativa» con un piano industriale che si differenziava da quello dell’attuale proprietario per un obiettivo di produzione più elevato (tra i 10 e i 12 milioni di tonnellate, garantendo quindi piena occupazione) ottenuto però con forni elettrici (meno inquinanti), rispettando quindi la soglia di 6 milioni di tonnellate da ciclo integrale imposta dall’Aia.

La storia la conosciamo: vince ArcelorMittal, anche (ma non solo) per ragioni di prezzo. Con un anno di ritardo sulla storia, Lucia Morselli ora si è insediata a Taranto. La road map è da far tremare le vene ai polsi. I sindacati temono una cura d’urto (l’azienda perde 50 milioni al mese e ha dovuto mettere in cassa 1.200 persone tagliando gli obiettivi di produzione) e l’hanno già messa in guardia. Non bastasse il difficile turnaround, ci sono da gestire anche lo sconto sull’immunità penale, il rischio-sequestro degli impianti, la minaccia di revisione dell’Aia. C’è chi teme un disimpegno di Mittal da Taranto. È più ThyssenKrupp – ci si chiede – o AcciaItalia ad avere pesato, guardando al curriculum, nella scelta della famiglia Mittal? Oppure nulla di tutto questo? Le prime scelte dell’ad, nei prossimi giorni, faranno capire quale sarà la direzione assunta per questa nuova «mission impossible», l’ennesima per la Lady di ferro.

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