aveva 83 anni

Morto Ben Ali, ex rais della Tunisia. Così sciupò le occasioni offertegli dal destino

È morto in Arabia Saudita, dove era miseramente fuggito, condannato e odiato a distanza dal popolo che pure lo aveva osannato

di Ugo Tramballi


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A sinistra, Zine el-Abidine BenAli, presidente della Tunisia dal 1987 al 2011, e il leader libico Muammar Gaddafi . Tutti e due sono stati vittime delle rivoluzioni arabe cominciate proprio in Tunisia nel 2011 - Reuters

3' di lettura

Ha avuto l’opportunità di fare della Tunisia un modello africano e arabo. Come Robert Mugabe nello Zimbabwe e molti rais mediorientali a lui più simili, Ben Alì ha dilapidato le potenzialità del suo paese e le fortune offertegli dal destino, preferendo le tentazioni del potere temporale alla Storia. È morto in Arabia Saudita, dove era miseramente fuggito, condannato e odiato a distanza dal popolo che pure lo aveva osannato.

La vita di Zine El Abidine Ben Ali, nato 83 anni fa, è quasi la carta carbone di quella della gran parte dei dittatori arabi dell’età contemporanea. Famiglia povera, dieci tra fratelli e sorelle, educazione tecnica interrotta dalla lotta di liberazione contro i colonizzatori francesi; il carcere, l’esilio, il ritorno nella patria liberata. E naturalmente la carriera militare, settore intelligence: il vero stato profondo di ogni regime arabo. Un’educazione castrense perfezionata prima in Francia e poi in Texas; capo dei servizi segreti militari, ministro della Difesa e infine leader del paese, ininterrottamente per 24 anni.

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Nella gran parte dei paesi del mondo arabo le forze armate e i loro servizi segreti non difendono la patria ai confini ma controllano il popolo all’interno di quelle frontiere. Lo reprimono, prendono possesso dell’economia in difesa della casta militare e degli interessi personali, non della nazione.
Così è stato anche Ben Ali. Ma diversamente da molti degli altri rais arabi, aveva un vantaggio: il suo predecessore e mentore era stato Habib Bourguiba, “Le Combattant Supreme”, come lo chiamavano i tunisini. Anche Bourguiba fu un dittatore ma illuminato: modernizzò il paese, allargando l’istruzione, dando alle donne un ruolo sociale che non esisteva nel Vicino né nel Medio Oriente. C’era dunque una rotta da seguire, modernizzandola all’occorrenza. Ben Ali andò al potere nel 1987, esautorando un Bourguiba ottantaquattrenne, ormai malato e spento ma intenzionato a non dimettersi. Il golpe fu indolore, quasi tecnico: un “colpo di stato con certificato medico”.

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Nei suoi 24 anni di potere anche Ben Ali triplicò il Pil procapite tunisino, sia pure fra alti e bassi. Ma era un calcolo assoluto: la ricchezza andò a pochi e per i molti mancarono sempre le opportunità che Bourguiba aveva invece saputo creare.
Ancora nel 2005, l’ultima volta che fu eletto, Ben Ali continuò a beneficiare di un consenso popolare che si avvicinava al 90%. Ma le elezioni erano sempre un atto popolare guidato e corretto dai fedelissimi servizi segreti. Tuttavia l’educazione militare completata dagli alleati francesi e poi americani, lo aiutò a capire che la moderazione nelle crisi regionali e la salda posizione filo-occidentale sarebbero state un’assicurazione per la sua sopravvivenza politica. Nessuno, fra gli attori che contavano in Medio Oriente, gli avrebbe contestato di essere uno dei peggiori esempi di violazione dei diritti umani dentro il suo paese.

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In un certo senso la grande sfortuna di Ben Ali fu che la Rivoluzione tunisina dei Gelsomini iniziata alla fine del 2010, sia stata l’unica Primavera Araba di successo. La Tunisia è il solo paese nel quale, dopo il vecchio rais corrotto e brutale, non sia andato al potere un dittatore peggiore: pur con tutte le incertezze, la Tunisia democratica è ancora piena di speranze. Le potenze occidentali che lo avevano sostenuto per decenni, furono le prime ad abbandonare Ben Ali. Condannato in contumacia, il fuggitivo è stato accolto nel più oscurantista dei paesi della regione: l’Arabia Saudita.

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