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Morto Ginger Baker, batterista dei Cream. Terrore dei musicisti (e del fisco)

Virtuoso dello strumento, è stato l’artista più intrattabile della storia del rock. Clapton ne era terrorizzato, Bruce rischiò di farsi ammazzare da lui. Vita di abusi e disastri economici, poi l’esilio in Sud Africa. Aveva una parola sgradevole per tutti

di Francesco Prisco


«Toad», il capolavoro di Ginger Baker

4' di lettura

Anche Ginger Baker se n’è andato. Il primo pensiero che viene, alla notizia del decesso del funambolico battersita inglese, è: sai che jam si farà adesso nel paradiso del rock con Jack Bruce, bassista con cui condivise l’avventura dei Cream. Il secondo è: se esiste un paradiso del rock, alla notizia della morte di Baker, probabilmente Bruce avrà chiesto asilo politico all’inferno. Il terzo è: sempre ammesso che esista, non è scontato che aprirà le porte al vecchio Ginger. Che, in vita, ha lavorato sodo per farsi odiare da tutti.

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Attenti a Mr. Baker
Andare d’accordo con lui non era difficile: era praticamente impossibile. Era come se avesse una parola sgradevole per ogni persona da lui intercettata. Ne sanno qualcosa i suoi numerosissimi nemici. E pure gli amici con cui, quando poteva, incrociava volentieri il suo bastone da passeggio. Per non dire del fisco che lo ha a lungo inseguito. E dei fan: il più famoso di tutti si chiama Jay Bulger, fa il regista e lo inseguì nel suo ranch in Sud Africa per la realizzazione del documentario Beware of Mr. Baker (2012), ossia «Attenti a Mr. Baker». Se la cavò col naso spaccato, ma ne valse la pena: il film poi è stato premiato al South By Southwest Festival.

Ginger Baker in un concerto del 2013 (Epa)

Il «Rosso» tra jazz e blues
Come dicevano gli antichi romani? Nomen omen, certi destini stanno scritti nel nome di chi li porta e Peter Edward Baker, londinese di Lewisham andatosene a 80 anni suonati, divenne per tutti «Ginger» per via dei suoi capelli rossi, ma pure per il carattere dolceamaro e allo stesso tempo piccantissimo che si ritrovava. Un Rosso Malpelo del rock and roll imbottito di alcol e droghe. Aveva una tecnica raffinata e una solida preparazione jazzistica. Aveva studiato con Phil Seamen, uno dei più grandi batteristi inglesi di jazz. Come gran parte dei musicisti della sua generazione, anche Baker si fece le ossa sulla scena British blues: prima con Alexis Korner che fu l’ideologo dell’intero movimento, poi con Graham Bond, in una formazione di cui faceva parte pure Jack Bruce.

Ginger Baker, al centro, ai tempi del Cream tra Jack Bruce, a sinistra, ed Eric Clapton (Ap)

L’esplosione dei Cream
Il big bang della sua carriera coincide con il 1966 e la nascita dei Cream, primo power trio e primo supergruppo della storia. Al basso c’è Bruce che canta la maggior parte dei brani, alla chitarra un certo Eric Clapton che, a sua volta, era diventato una star suonando prima con gli Yardbirds e poi con John Mayall. Roba mai sentita prima: tre musicisti sopraffini che fanno rock in bilico tra blues e psichedelia. E, quando suonano dal vivo, svisano che è un piacere. Per capirne la grandezza, risentitevi la celeberrima Sunshine of your Love e tutto Wheels of Fire con il capitolo in studio, dove domina White Room, e quello live, indimenticabile per la versione di Crossroads. Fu per inseguire quel modello che James Marshall Hendrix varcò l’oceano, divenne Jimi e fondò l’Experience.

I Blind Faith nel 1969: da sinistra Steve Winwood, Ric Grech, Ginger Baker ed Eric Clapton

Il terrore del rock
Fu una bella avventura e sarebbe potuta durare ancora di più. Se non fosse stato per Ginger: Clapton ne era terrorizzato, la band si sciolse dopo che Baker aveva tentato di uccidere Bruce con un coltello. Quando Clapton scoprì che Stevie Winwood aveva scelto proprio lui per suonare nei Blind Faith, era sul punto di rinunciare. Poi non rinunciò, sempre perché ne era terrorizzato, ma il gruppo non andò oltre il bellissimo album omonimo. Il resto della sua carriera passa per la Ginger Baker’s Air Force alla quale si aggiunge il suo maestro Phil Seamen (che detestava suonare ad alto volume), uno dei primi esempi di fusione tra rock e musica tradizionale africana.

Baker con Eric Clapton in un concerto del 2005

La reunion alla Royal Albert Hall
Per studiare i ritmi dell’Africa si trasferisce in Nigeria, suona con Bill Laswell, negli anni Ottanta ha una breve parentesi nella campagna toscana (al Pistoia Blues Festival si esibirà con Jimmy Page), collabora con i Pil di John Lydon, realizza progetti con Charlie Haden ma essenzialmente non si avvicina più alle ribalte che furono. Negli anni Novanta l’Irs gli dà la caccia per debiti col fisco americano. Quanti guai per un uomo solo. Proprio per dare una mano a lui e a Bruce, nel 2005 Clapton decide di rimettere insieme i Cream per alcuni concerti alla Royal Albert Hall di Londra. Dopo i quali Baker si ritirerà nel suo ranch in Sud Africa ad allevare cavalli. Giù il sipario.

La gente dice che i Cream hanno fatto nascere l’heavy metal. Se è così, avremmo dovuto abortire

Finale in fade out dopo l’esplosiva parabola esistenziale di quello che a tutti gli effetti è stato il primo eroe della batteria rock, uno che suonava con la doppia cassa quando i colleghi centellinavano terzinati. Andatevi da ascoltare Toad per comprendere il musicista che fu. Per capire l’uomo, vi bastino queste poche parole: «La gente dice che i Cream hanno fatto nascere l’heavy metal. Se è così, avremmo dovuto abortire».

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    Francesco PriscoRedattore

    Luogo: Milano

    Lingue parlate: italiano, inglese

    Argomenti: economia della cultura e dell'entertainment, musica, libri, cinema, cultura, società

    Premi: Premio Giornalistico State Street 2018 - Categoria: Innovation

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