ServizioContenuto basato su fatti, osservati e verificati dal reporter in modo diretto o riportati da fonti verificate e attendibili.Scopri di piùAveva 88 anni

Morto Jean-Paul Belmondo, leggenda del cinema francese

Icona della Nouvelle Vague, ha lavorato con Godard e Truffaut. Dimostrò al mondo che si può essere sex symbol «con quella faccia un po’ così»

di Francesco Prisco

È morto Jean Paul Belmondo: i film che lo hanno reso leggendario

3' di lettura

In un mondo ideale, è bello chi ha gli occhi azzurri e il profilo greco. Ma la Parigi degli anni Sessanta era molto di più che un mondo ideale. Eccoti allora che un naso storto diventa l’attributo più celebre di uno dei maggiori sex symbol: l’attore Jean-Paul Belmondo, vera e propria leggenda del cinema francese, scomparso a 88 anni nella sua casa parigina, secondo quanto rivela l’avvocato. Più di sessant’anni di carriera per 80 film interpretati tra i quali figurano pietre miliari della Nouvelle Vague come Fino all’ultimo respiro di Jean-Luc Godard e La mia droga si chiama Julie di Francois Truffaut.

Belmondo con Alain Delon nel 1980 (Afp)

Quel naso un po’ così

Il suo aspetto non convenzionale - naso schiacciato, labbra carnose e struttura muscolosa pronunciata - gli ha permesso di interpretare tutti i ruoli con grande versatilità, dal farabutto al poliziotto, dal ladro la prete, da Cyrano de Bergerac (a proposito di naso) ad agente segreto. Belmondo era anche un atleta dotato che non esitava a fare a meno della controfigura nelle scene più pericolose. Nato a Neuilly-sur-Seine, nei sobborghi di Parigi, da Paul Belmondo, scultore di origini italiane, e dalla pittrice Sarah Rainaud-Richard, gioca a calcio e si allena come pugile prima di lasciare la scuola all’età di 16 anni. Siamo negli anni Cinquanta e il ragazzo capisce che nella vita vuole fare altro: si diploma così, al secondo tentativo, al Conservatoire national supérieur d’art dramatique dandosi subito al teatro, tra Moliere e Rostand. Tra i suoi docenti trova Pierre Dux che lo invita a non farsi illusioni: la sua carriera da protagonista era condannata a causa del suo aspetto. La gente sarebbe scoppiata a ridere se avesse visto un’attrice tra le braccia di un tizio col naso di Belmondo, disse Dux. Le ultime parole famose.

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Belmondo con Jean Gabin (Ap)

Il sodalizio con Godard

Il giovane inizia a recitare in piccoli teatri di provincia e nel 1958 cattura l’attenzione dell’aspirante regista Godard a Parigi che gli chiede di apparire in un cortometraggio, Charlotte et son Jules. All’inizio, Belmondo non prende Godard sul serio. «Ne parlai con mia moglie e lei mi disse: “Fai pure. Se Godard ti infastidisce, dagli un pugno”», racconterà un giorno al Liberation. Avrà il suo primo ruolo importante dal regista Claude Sautet in Asfalto che scotta (1960) in cui recita accanto a Lino Ventura nel 1960. Apparirà anche ne La ciociara (1960) di Vittorio De Sica. Lo stesso anno, Godard lo richiama per Fino all’ultimo respiro, il manifesto della Nouvelle Vague francese. Il movimento, che includeva anche Truffaut e Chabrol, raggruppava cineasti della fine degli anni Cinquanta e Sessanta che ribaltavano gli schemi narrativi tradizionali (quelli del cosiddetto cinéma de papa) per un nuovo, sfrontato approccio: eccoti Belmondo e l’attrice americana Jean Seberg che guardano direttamente in camera.

In una scena del film «Il poliziotto della brigata criminale» (Afp)

Un attore colto, anzi no

Belmondo diceva spesso che aveva recitato nel primo film di Godard e avrebbe recitato anche nell’ultimo. Ma in verità ha lavorato praticamente con tutti. Dopo il grande successo di Fino all’ultimo respiro, sarà al centro di drammi (Leon Morin, prete), film d’essai (Moderato Cantabile) e blockbuster (Cartouche). In Quando torna l’inverno di Henri Verneuil impressionò il leggendario Jean Gabin: «Verneuil non mi dirà più: “Se solo avessi un giovane Gabin”. Adesso e l’ha!», commentò Gabin dopo la prima. La sua decisione di spostarsi dal cinema d’autore a pellicole più commerciali, negli anni Sessanta, gli inimicò più di un critico. Usciranno comunque pellicole godibilissime come Borsalino, dove divide la scena con Alain Delon, l’altra icona del cinema francese del periodo, lui sì con gli occhi azzurri e il profilo greco. Ci vorranno gli anni Ottanta e il ritorno al palcoscenico per riconquistare i critici dubbiosi. Sul suo rapporto con gli esemplari di questa particolarissima specie, in ogni caso, amava tagliare corto: «Quando un attore ha successo, la gente gli volta le spalle e dice che ha preso la strada più facile, che non vuole fare uno sforzo o correre dei rischi. Ma se fosse così facile riempire le sale, il mondo del cinema sarebbe molto più sano di quanto non sia. Non credo che sarei rimasto così a lungo sotto i riflettori se avessi fatto una schifezza qualsiasi. La gente non è così stupida». Diremmo proprio di no, caro Jean-Paul.


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