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Addio a João Gilberto. La vera storia della sua «Ragazza di Ipanema»

All’età di 88 anni, sabato 6 luglio a Rio de Janeiro, se n’è andato l’ultimo padre della Bossa Nova, la particolarissima via brasiliana al jazz che conquistò il mondo. Ma com’è nata la canzone manifesto del genere, da lui interpretata con Stan Getz e la prima moglie Astrud?

di Francesco Prisco


Joao Gilberto canta la «Girl from Ipanema»

3' di lettura

E alla fine abbiamo perso pure Joãozinho. Dopo Vinícius de Moraes e Antônio Carlos Jobim, ci ha lasciato anche João Gilberto, quello che era l’ultimo padre fondatore della bossa nova, la più elegante evoluzione della samba che si potesse immaginare, particolarissima via brasiliana alla chanson française o, se preferite, al cool jazz della West Coast. Ultimamente non se la passava benissimo. Il suo nome magari non vi dice molto, ma c’è almeno un pezzo del suo repertorio che vi appartiene.

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Si intitola Garota de Ipanema o Girl from Ipanema e quella del vecchio João, nel memorabile album Getz/Gilberto (1964), condiviso con il sassofonista americano Stan Getz e con la sua prima moglie Astrud a cantare la strofa in inglese del testo, è la versione più celebre di sempre. Ma com’è nata quella canzone? Per rispondere ci tocca parlare di donne. Parliamo di una ragazza bruna, sguardo da gatta, corpo che misura un metro e settantatre e sembra sia stato impastato da una specie di Antonio Canova in trasferta in Sudamerica.

Perché la bambina in questione è brasiliana, viene da una buona famiglia di Rio de Janeiro e nell’agosto del 1962 ha appena compiuto 17 anni. Nulla a che vedere con le mongolfiere d’ormoni che le dopatissime ragazze carioca portano a spasso oggi: la bellezza di questa bambina qui consiste in una semplicità sublime, per l’appunto la stessa delle statue di Canova con in più giusto un filo d’abbronzatura. Tutti i giorni va a comprare le sigarette per mamma e attraversa a piedi il quartiere di Ipanema, quello in cui la borghesia di Rio si gode l’estate che non finisce mai. Passa puntuale davanti al bar «Veloso» con tutta la pletora di intellettuali annoiati seduti ai tavolini a fumare cigarillos, sorseggiare guaranà e sfogliare Jorge Amado.

Tra questi c’è pure un diplomatico di quasi cinquant’anni che ha l’hobby della poesia e in vita sua ne ha già viste di tutti i colori da un capo all’altro dell’Atlantico. Il bel pezzo di bambina cattura il suo sguardo e gli fa friggere il sangue in corpo, così prende un foglio di carta e butta giù un po’ di parole: «Guarda che cosa bella/ piena di grazia/ è lei la ragazza/ che sta passando/ dondolandosi dolcemente/ verso il mare…». Lui è il grande Vinícius de Moraes e si diverte da morire a scrivere testi da affidare al piano del compare Antonio Carlos Jobim. E qui entra in scena João Gilberto, all’epoca cantante e chitarrista di fama: ha chiesto loro una canzone «che racconti l’amore».

E lei per Vinícius è l’amore fatto persona: si chiama Heloísa Pinheiro, trascorre le giornate in spiaggia a far girare la testa ai coetanei che, quando arriva «Helô», si dimenticano persino l’inseparabile pallone. È nata pressappoco così, il 2 agosto di qusi 57 anni fa, Garota dei Ipanema, The Girl from Ipanema, la più celebre canzone bossa nova di tutti i tempi e, in tutta probabilità, l’opera d’arte che meglio rappresenta il Brasile. Più delle architetture progressiste di Oscar Niemeyer, dei romanzi dello stesso Amado e del Cinema Nõvo.

Chissà Helô, oggi ossigenata signora di 74 anni che, a giudicare dalle foto, pure deve averne dato di lavoro ai chirurghi plastici carioca, a cosa avrà pensato alla notizia della scomparsa di João. Il rapporto con la canzone che ha ispirato in fondo è sempre stato controverso. Le etichette finiscono sempre per stare scomode. Grazie alla «Garota», quando era nel fiore della gioventù, s’è inventata una carriera da modella. Pure «Playboy» s’è spesso e volentieri scomodato per renderle omaggio. Quando però nel 2001 ha usato il marchio «Garota de Ipanema» per la sua sciccosissima boutique, s’è ritrovata in causa contro i parenti di Jobim e Moraes che ne avevano ereditato i diritti. La corte, in ogni caso, sentenziò a favore della ormai ex ragazza.

Chi invece dalla «Garota» ha avuto tutto da guadagnarci sono i circa 500 artisti che in giro per il mondo l’hanno reinterpretata: dalla prima versione di Pery Ribeiro alla cover italiana di Bruno Martino, dal tributo di Frank Sinatra fino ad arrivare al capriccio postumo di Amy Winehouse. Tutti hanno un debito ideale con l’arte di Jobim e Moraes. Tutti devono qualcosa all’irripetipile performance di Getz e degli allora coniugi Gilberto. E al «corpo dorato» di quel bel pezzo di bambina di 57 anni fa.

Riproduzione riservata ©
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    Francesco PriscoRedattore

    Luogo: Milano

    Lingue parlate: italiano, inglese

    Argomenti: economia della cultura e dell'entertainment, musica, libri, cinema, cultura, società

    Premi: Premio Giornalistico State Street 2018 - Categoria: Innovation

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