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Morto Mino Raiola, il procuratore self-made man che inventò i top player

L’agente di origini campane dall’Olanda conquistò il mondo grazie a Ibrahimovic. Ha cambiato il calcio giocando tre carte: marketing, relazioni e polemiche

di Francesco Prisco

Calcio, è morto a 54 anni Mino Raiola

4' di lettura

«Tutta colpa di Raiola», direbbero quelli contro il calcio moderno, imputando al più celebre e forse ricco tra i procuratori pallonari la colpa di gonfiare a dismisura il cartellino dei suoi assistiti, fino a farli implodere schiacciati dalle aspettative. «Tutto merito di Raiola», avranno detto chissà quante volte quei campioncini con un grande futuro dietro le spalle che, grazie alla sua intercessione, una o più volte in carriera si sono ritrovati per le mani contratti faraonici.

Ci ha divisi per una vita Mino Raiola, re indiscusso degli agenti dei calciatori, inventore del concetto di top player. E adesso che a 54 anni è morto, per paradosso, tutti noi che amiamo il calcio ci ritroviamo uniti dalla consapevolezza che, dopo tutto, Raiola era parte dello spettacolo. E, adesso che dopo una lunga malattia se n’è andato, lo spettacolo è un po’ più povero.

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L’ANNUNCIO DELLA FAMIGLIA

Nel roster dei suoi assistiti, in questi anni, alcuni dei più celebri calciatori professionisti, a cominciare da quel genio di Zlatan Ibrahimovic che a Raiola deve gran parte della sua affermazione professionale. Fuoriclasse come Nedved, campioni come Pogba, gioiellini come Haaland, ma anche Balotelli e Donnarumma, per restare all’orticello italiano, quelli che sarebbero potuti arrivare lontanissimo o forse no, in ogni caso oggi sono molto più ricchi (anche) grazie a Raiola.

Genio del marketing e delle relazioni commerciali

Che vi piacesse o meno, a suo modo era un genio. Del marketing, innanzitutto: in mano a lui i calciatori talentuosi diventavano oggetti di super-lusso, merce prelibata per un business diventato passatempo da sceicchi. Delle relazioni commerciali, pure: un calciatore di Raiola non stava mai fermo, che in campo funzionasse o meno. Se in campo funzionava, arrivava la corte di un altro club ancora più grande a mettere in crisi l’intesa in essere col suo club o a fruttargli un rinnovo ancora più remunerativo. E in ogni transazione, per Mino c’era un bel gettone. Tanto che Celebrity Net Worth stima in 50 milioni di dollari il suo patrimonio personale. Se in campo non funzionava, con Mino c’era sempre un piano B a portata di mano.

Un self-made man atipico

Poliglotta ma fondamentalmente ruspante, quella di Raiola è la parabola di un self-made man atipico. Campano d’origine, più precisamente dell’Agro nocerino sarnese, emigra con tutta la famiglia in Olanda, a Haarlem, ad appena un anno d’età. Da quelle parti papà comincia meccanico e finisce per aprire una pizzeria. Il figlio, secondo la vulgata, alterna il lavoro di cameriere agli studi, impara sette lingue (oltre all’italiano, inglese, tedesco, spagnolo, francese, portoghese e ovviamente olandese) ma ancora di più apprende le dinamiche della domanda e dell’offerta che gli torneranno utili da grande. Mino è innamorato del calcio, milita nelle giovanili dell’Haarlem fino ai 18 anni, poi molla tutto per assecondare la sua vena imprenditoriale e addirittura rileva la gestione di un fast food McDonald’s.

La carriera da agente e il sodalizio con Ibra

La quadratura del cerchio sarà fondere calcio e vena imprenditoriale: è così che nascono Intermezzo e Sportman, le sue prime società di intermediazione, poi diventa agente Fifa. Qui in Italia ne sentiamo parlare per la prima volta negli anni Novanta, quando partecipa al passaggio di Bergkamp e Jonk dall’Ajax all’Inter. Bazzica molto nei Paesi della ex Cortina di Ferro, mettendo lo zampino anche nell’arrivo di Nedved in Italia. Il calciatore cui si lega di più, comunque, resta Ibrahimovic. Lo intercetta all’Ajax e lo seduce: «Zlatan decise di firmare con me perché fui il primo, e forse l’unico, a dirgli che era uno stronzo. Tutti gli altri gli dicevano solo delle belle cose, io invece gli avevo detto la verità, per renderlo migliore. L’ho guardato e gli ho detto: pensa a lavora’ di più». Poi saranno Juventus, Inter, Barcellona (dove Raiola strappa per sé stesso una clausola da addirittura 1,2 milioni di euro a stagione pagata dai blaugrana), Milan, Paris Saint Germain, Manchester United, LA Galaxy e ancora Milan.

Polemista fino alla fine

Si è detto di lui che ha spesso sacrificato la carriera dei suoi calciatori in nome del loro portafoglio; che una stagione in più in un posto in cui guadagni meno non è per forza un male, quando serve alla crescita di un atleta, e Mino faceva una certa fatica a capirlo. Ibra, uno dei giocatori più forti della sua generazione, non ha mai vinto una Champions, per esempio. Ma è in ottima compagnia, anche tra i non clienti di Raiola, se è per questo.

Veniva dal Paese in cui il calcio parlato è superba arte polemica, non poteva che essere un fine polemista: Raiola ha inaugurato la stagione del procuratore col microfono a portata di mano, come nessun altro sapeva quando alzare i toni e quando abbassarli e non succedeva mai a caso: tutto era funzionale alla trattativa. Di oggi o di domani. Polemista fino alla fine: «Per chi si chiede del mio stato di salute: sono incazzato, è la seconda volta in quattro mesi che mi danno per morto», ha twittato il 28 aprile, dopo che tutti i media italiani avevano riportato la fake news della sua scomparsa. Siamo al ramake rusticano di Mark Twain quando, dato per defunto, dichiarò: «La notizia della mia morte è fortemente esagerata». In fondo Tom Sawyer sarebbe stato un ottimo procuratore di calcio.

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