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Morto Mubarak, faraone dal volto umano (a posteriori)

L’ex raìs è morto rimpianto anche da chi lo aveva detestato. Per quanto illiberale, la durezza del suo regime impallidisce davanti a quello attuale

di Ugo Tramballi

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Hosni Mubarak a Parigi nel luglio 2010

L’ex raìs è morto rimpianto anche da chi lo aveva detestato. Per quanto illiberale, la durezza del suo regime impallidisce davanti a quello attuale


3' di lettura

Nell’ultimo scampolo di vita, l’uomo che gli egiziani non avevano mai smesso di chiamare “al Fara’un”, ha avuto la sua riabilitazione. Osannato, poi umiliato, rovesciato, imprigionato e infine liberato ma per sempre escluso dal potere, Hosni Mubarak è morto rimpianto anche da chi lo aveva detestato. Per quanto illiberali fossero stati gli oltre tre decenni del suo potere, nulla è paragonabile alla sanguinosa brutalità per ogni dissenso dell’attuale regime. Abdel Fattah al-Sisi ha trasformato Mubarak in un faraone dal volto umano.

Muhammad Hosni el Sayed Mubarak era nato il 4 maggio 1928 nel Delta del Nilo, nello stesso governatorato di Anwar Sadat: una coincidenza che gli sarebbe servita e che dimostrava quanto la fortuna sarebbe stata fedele compagna di quasi tutta la sua vita. Giovane pilota di Spitfires e poi di Ilyushin-28, secondo le alleanze egiziane dell’epoca: con gli inglesi fino al 1956, poi con i sovietici; combattente nei cieli della disastrosa guerra del 1967 contro Israele: in realtà il suo aereo e quelli dell’intera squadriglia sotto il suo comando furono distrutti al suolo; di bell’aspetto e ben sposato con Suzanne, una bellissima ragazza di buona famiglia; padre di due maschi, Alaa e Gamal, la più grande delle benedizioni per un arabo.

Ma il destino di Hosni Mubarak non poteva essere definito dalle mura domestiche, per quanto idilliache, e dai campi di battaglia mediorientali, per quanto eroici: nella guerra del 1973 le forze aree egiziane, delle quali intanto Mubarak era diventato il comandante in capo, lanciarono un attacco oltre il canale di Suez, distruggendo quasi tutte le posizioni israeliane.

Eroe nazionale, commodoro dell’aria, ministro, vicepresidente e infine, nel 1975, in un tempo incredibilmente breve, delfino di Anwar Sadat: nato come lui nel governatorato di Monufia. Un braccio destro silenzioso, totalmente fedele, inviato da Sadat nel mondo arabo per convincere re e presidenti ad avallare la pace di Camp David con Israele, presente a ogni incontro importante del potere egiziano. In prima fila anche il 6 ottobre 1981, quando le raffiche dell’estremista islamico Khaled Istambouli colpirono mortalmente Sadat ma ferirono leggermente Mubarak. Una figlia di Sadat lo avrebbe accusato di aver guidato il complotto. Ma fu un’accusa ingiusta: Mubarak rimase federe anche dopo la morte del suo mentore, continuandone le aperture economiche e la pace.

I trent’anni di potere da raìs sono piuttosto anonimi per essere quelli di un faraone. Nessuna guerra combattuta, nessuna pace firmata. Sadat aveva fatto entrambe le cose: con coraggio la prima per conseguire la seconda. Mubarak aveva riformato l’economia egiziana ma creato un solco incolmabile fra i pochi privilegiati e una povertà crescente. Il risultato sono stati trent’anni di stagnazione sociale e politica. Con lo strumento del socialismo, Nasser aveva cambiato l’Egitto molto di più.

L’Egitto di Hosni Mubarak ha avuto una grande stabilità interna in un Medio Oriente sempre più insicuro. Ma del mondo arabo aveva perso la tradizionale guida: nel dirimere le faide regionali, il denaro dell’Arabia Saudita e del Qatar contava molto di più. L’Egitto era governato da ”al Fara’un” ma non era più il Paese dei faraoni. Non era una cosa da poco. Nella percezione collettiva, il popolo, il Paese e i suoi capi hanno sempre creduto di continuare la grandezza dell’antico Egitto: come i cinesi convinti di essere gli eredi legittimi dell’Impero di Mezzo.

Forse è una semplificazione sostenere che nel 2011 Hosni Mubarak sia stato destituito dal moto popolare e spontaneo di piazza Tahrir. Probabilmente è qualcosa di molto più complesso. Superati gli 80 anni e raggiunto un senso d’immortalità, Mubarak voleva trasmettere il potere al figlio prediletto Gamal. Il giovane non era un militare ma un tecnocrate, il suo programma di reale modernizzazione del paese toccava gli interessi dei militari –ininterrottamente al potere dal 1952 – che controllavano una parte decisiva dell’economia.

I generali hanno sacrificato Mubarak, uno di loro, in nome di un bene e un ruolo di casta. I fratelli musulmani e la breve presidenza di Mohammed Morsi, sono stai un incidente di percorso presto corretto con il golpe di al-Sisi. Dopo essere stato condannato all’ergastolo, nel 2013 la Corte di Cassazione aveva ordinato un nuovo processo, cancellando definitivamente la pena nel 2017. Hosni Mubarak è dunque morto da uomo libero, anche se oggi il faraone non è più lui. Negli strani destini umani disegnati dalla grande Storia, non è paradossale che Mubarak sia ricordato dagli egiziani come un leader equilibrato. Anche lui chiudeva in prigione gli oppositori. Ma al dissenso lasciava una camera di compensazione. I Fratelli musulmani erano rigidamente controllati ma erano rappresentati in parlamento e nella vita sociale. Omar Suleiman, il suo fedele capo supremo per la sicurezza nazionale, non avrebbe permesso che un giovane italiano fosse assassinato da un sistema poliziesco mafioso e caotico come quello che oggi governa l’Egitto.

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