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Con Raffaele Cutolo muore il boss simbolo di potere, carisma e omertà

A 79 anni muore un boss spietato che ha attraversato – senza mai pentirsi di nulla e chiedere scusa – 50 anni di storia, politica ed economia italiana. La sua forza, secondo i giudici, era rimasta nonostante il carcere duro e i tanti anni di detenzione

di Roberto Galullo

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(ANSA)

A 79 anni muore un boss spietato che ha attraversato – senza mai pentirsi di nulla e chiedere scusa – 50 anni di storia, politica ed economia italiana. La sua forza, secondo i giudici, era rimasta nonostante il carcere duro e i tanti anni di detenzione


5' di lettura

Per capire chi è stato Raffaele Cutolo – morto all’età di 79 anni nell’ospedale di Parma dove da mesi era ricoverato per le complicazioni legate a una polmonite – bisogna partire da chi era ancora pochi mesi fa per la Giustizia italiana. Siamo a Bologna e il 10 giugno 2020 il tribunale di Sorveglianza di Bologna respinge il ricorso della difesa del boss – noto come ‘o Prufessore nonostante avesse solo una licenza elementare, figlio di un mezzadro e di una lavandaia di Ottaviano, alle falde del Vesuvio – per il rinvio dell’esecuzione della pena, con detenzione domiciliare, per motivi di salute. Il boss doveva, dunque, restare in carcere a Parma in regime di 41bis, il cosiddetto «carcere duro» che poi, spesso, tanto duro non è. Sulle spalle, ‘o Prufessore aveva 4 ergastoli. Dal 1995 era al regime del carcere duro. Il carcere era casa sua e da lì ha quasi sempre dato ordini.

Nessun rischio

Per Cutolo, scandirono i giudici, «non appare ricorrere con probabilità il rischio di contagio da Covid-19(...) Nonostante l’età e la perdurante detenzione rappresenta un “simbolo” per tutti quei gruppi criminali che continuano a richiamarsi al suo nome». Ma è nulla in confronto a quanto si legge dopo poche righe. Per il Tribunale la presenza di Cutolo avrebbe potuto «rafforzare i gruppi criminali che si rifanno tuttora alla Nco (la Nuova camorra organizzata, ndr), gruppi rispetto ai quali Cutolo ha mantenuto pienamente il carisma. In tanti anni di detenzione non ha mai mostrato alcun segno di distacco dalle sue scelte criminali». Insomma: il collegio riteneva che la situazione sanitaria in cui versava il fondatore della Nco non desse luogo ad una situazione di incompatibilità con la detenzione. Anzi. Così come accade per tutti i detenuti – e a maggior ragione per quelli di grosso calibro criminale – la presenza di un piano assistenziale personalizzato, il monitoraggio quotidiano ripetuto e costante del personale infermieristico e medico facevano ritenere che la detenzione del boss non si svolgesse «con quella quota di afflittività ulteriore tale da comportare una sofferenza che eccede il livello che inevitabilmente deriva dalla legittima esecuzione della pena».

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Potere intatto

In questo scambio di richieste e rifiuti c'è tutto il personaggio: potente, simbolo criminale e refrattario ad ogni tipo di senso di perdono. Nulla in tanti anni di detenzione lo aveva scalfito e fatto recedere. Anzi. Non più tardi di otto mesi fa si era perfino concesso il lusso di rilasciare – lui, che doveva essere al 41-bis – un’intervista al «Mattino» di Napoli, che costrinse l’allora ministro della Giustizia Alfonso Bonafede a intervenire. Un’intervista nella quale, come suo solito, lanciava messaggi e certezze: mai sarebbe diventato collaboratore di giustizia, nonostante le asserite e non meglio precisate pressioni nel diventarlo.

Nessuna scusa

Del resto – nella sua mente criminale – di nulla doveva chiedere scusa e a non capire, semmai, erano gli altri. In una celebre intervista rese a Enzo Biagi nel 1986 disse che la camorra «è una scelta di vita, un partito, un ideale. La mafia vera, la vera camorra, sta a Roma». La storia di Cutolo nasce il 24 settembre 1963, quando a 22 anni uccide durante una rissa Mario Viscito per un apprezzamento di troppo alla sorella Rosetta, che lo affiancherà nella gestione del potere criminale. Fugge e si costituisce dopo due giorni. Condannato all’ergastolo in primo grado e a 22 anni in appello, comincia a scontare nel carcere napoletano di Poggioreale ed è qui – quasi fosse una costante scritta nel destino – che emergono la sua personalità e il suo carisma. Sfida a duello il boss Antonio Spavone con il coltello a scatto, la famigerata «molletta». Ma Spavone non si presenta e Cutolo diventa idolo e protettore di tutti i detenuti.

L’età del contrabbando

Nel 1970 torna libero e si tuffa nel contrabbando di sigarette – un business al tempo ricchissimo e perfino tollerato da ampie fette della collettività campana – che lo mette in contatto con la mala pugliese e poi con le cosche calabresi Mammoliti e De Stefano. Il «gotha» della ‘ndrangheta. Arrestato nel 1971, ancora a Poggioreale inventa la Nuova camorra organizzata, basata sui meccanismi piramidali (picciotto, camorrista, sgarrista, capozona e santista) di Cosa nostra e della ’ndrangheta, con affiliazione attraverso rituali di ispirazione massonica e culto della personalità del capo. Con un occhio sempre proteso agli affari, con l’altro cura l’organizzazione paramilitare, quella base di picciotti giovani e spietati, reclutati nel sottoproletariato che punta al riscatto e al denaro facile. Una scuola che, dopo di lui, non è mai morta e fa ancora proseliti. «Se fare del bene, aiutare i deboli, far rispettare i più elementari valori e diritti umani, se riscattare la dignità di un popolo e desiderare interamente un vero senso della giustizia rischiando la propria vita per questo è camorra, allora ben mi sta questa etichetta», ha risposto Cutolo allo storico Isaia Sales.

Infermità mentale

Nel 1977 la Corte di Appello gli riconosce l’infermità mentale che lo porterà nell’ospedale psichiatrico giudiziario di Aversa da cui evade l’anno dopo con una carica di nitroglicerina piazzata a squarciare le mura dell’edificio. È da qui che partono i suoi rapporti con la malavita lombarda di Renato Vallanzasca e Francis Turatello, gli affari con la ’ndrangheta, i rapporti con la banda della Magliana a Roma. La cocaina invade la Campania e la Nco penetra tutti i settori dell’economia regionale con la benedizione della politica e arriva a utilizzare i fondi della Comunità europea per l’industria conserviera.

Un castello tutto suo

Nel 1980 Cutolo acquista un castello, quello Mediceo di Ottaviano, pagato allora 270 milioni di lire alla vedova del principe Lancelotti di Lauro, confiscato nel 1991 e ora del Comune. Negli anni Ottanta si scontra con il cartello della Nuova famiglia, alleanza messa in piedi dal nolano Carmine Alfieri e dai Nuvoletta di Marano per contrastare la sua ascesa economica e militare. La provincia di Napoli sarà bagnata dal sangue di decine di morti e feriti in agguati.

Con i servizi segreti

Sempre nello stesso periodo rafforza i rapporti con i servizi segreti attraverso il suo fedelissimo Vincenzo Casillo, che sarà ucciso da un’autobomba. Una manna diventa il terremoto irpino e gli appalti per la ricostruzione che costarono la vita al sindaco di Pagani, Marcello Torre, che aveva bloccato l’assegnazione di una gara a una ditta collegata alla Nco. Fu protagonista della trattativa tra i servizi segreti ed esponenti della Dc per la liberazione di Ciro Cirillo, assessore regionale campano rapito nel 1981 dalle Brigate Rosse. La sua figura ha profondamente inciso sull’immaginario collettivo italiano degli anni Settanta e Ottanta. Il camorrista, la sua biografia romanzata scritta da Giuseppe Marrazzo ed edita da Pironti, fu un bestseller assoluto e ispirò l’omonimo film, esordio cinematografico di Giuseppe Tornatore. Alla figura di Cutolo è ispirata anche Don Raffaé, celebre brano di Fabrizio De André.

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    Roberto Galullocaporedattore-inviato

    Luogo: Milano

    Argomenti: Economia criminale, criminalità organizzata, pubblica amministrazione, fisco

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