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Morto Roberto Maroni, la parabola politica di un «Barbaro sognante»

La carriera di «Bobo» è riassumibile in tre momenti: la fondazione della Lega, il ruolo di ministro degli Interni, la presidenza della Lombardia

di Sara Monaci

Maroni, l’intervista al Sole nel settembre 2020: torno in politica per il progetto di autonomia

3' di lettura

La carriera politica di Roberto Maroni è descrivibile soprattutto ricordando tre momenti: aver partecipato alla fondazione della Lega Nord, come braccio destro di Umberto Bossi; essere stato il primo ministro degli Interni dopo una lunga era di ministri democristiani, durante il primo governo Berlusconi; aver ricoperto la carica di governatore della Lombardia, dal 2013 al 2018. In questi tre momenti c’è la sua ascesa politica, ma si possono intravedere anche le sue idee e il suo obiettivo: rendere la Lega un partito credibile in tutto il paese, facendolo uscire assieme a Bossi dal radicamento in Lombardia e in Veneto, ma al tempo stesso continuare a dare centralità al territorio, ritenendo che l’idea federalista dovesse prevalere senza mai essere abbandonata. È anche per questo che non si era trovato allineato con la Lega degli ultimi anni, da cui si era allontanato e da cui era stato a sua volta messo da parte.

Questo era accaduto soprattutto dopo che aveva rinunciato a tentare il secondo mandato da governatore della Lombardia, un momento di rottura importante che non era mai stato ricucito: in quella fase probabilmente riteneva che potesse essere di nuovo utile a un governo nazionale, ma quella scelta gli costò la fine, nei fatti, della sua carriera politica.

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Una carriera particolarmente brillante, iniziata grazie a un professore del liceo classico di Varese, che lo aveva inizialmente orientato a sinistra. Ma con l’inizio della collaborazione a Radio Padania - nata dalla cessione di Radio Varese - Maroni diventa leghista, sin dalla prima ora. Si ritrova così a fianco di Umberto Bossi, tra gli anni Ottanta e Novanta.

Da ministro Maroni conosce anni bui, come quelli del ritorno delle Br. Vale la pena ricordare un evento. Nel 2001 Roberto Maroni riceveva una lettera dal giuslavorista Marco Biagi, suo collaboratore al ministero del Lavoro che lamentava una non adeguata protezione per minacce telefoniche anonime, ripetutamente ricevute e, il 29 agosto 2001, Maroni scriveva al prefetto Giuseppe Romano: «Ritengo di sottoporre alle necessarie valutazioni una situazione che necessita di ogni attenzione». Malgrado la sollecitazione, non furono adottati adeguati provvedimenti, e Biagi fu ucciso.

Nel corso del tempo le sue idee si evolvono, e negli anni Duemila ha un progressivo allontanamento dal suo padre politico Bossi. Assume posizioni molto spesso diverse, in contrapposizione, e crea una corrente, i Barbari sognanti, in opposizione al cerchio magico attorno ad Umberto Bossi (e Barbari sognanti è il nome che poi dà alla sua rubrica sul Foglio, a cui si è dedicato negli ultimi anni di vita).
Dal 5 aprile 2012, a seguito delle dimissioni di Umberto Bossi dalla carica di segretario federale della Lega Nord per via dello scandalo Belsito, Maroni fa parte, assieme a Roberto Calderoli e Manuela Dal Lago, del comitato incaricato dal partito di occuparsi transitoriamente della gestione ordinaria, e il primo luglio 2012, durante il congresso federale tenutosi al Forum di Assago, Maroni viene eletto a maggioranza segretario federale della Lega Nord. E sarà lui che poi nel 2013 lascerà Matteo Salvini alla guida del partito dopo il congresso a Torino.

Sembrava la scelta più facile affidare tutto al suo “delfino” Salvini, di cui all’epoca apprezzava la verve comunicativa, immaginando che grazie a lui la base potesse ricompattarsi in una fase difficile, quando le inchieste cominciavano a mettere in luce l’uso spregiudicato delle finanze nel partito (inchieste che peraltro non sono ancora finite). Ma va detto anche che Maroni non amava occuparsi del partito, preferiva la politica alta e “altrove”: pensava forse ad un possibile ritorno a Roma, intratteneva rapporti diplomatici, si dedicava alla musica. Finì col prendere le distanze da Salvini segretario, di cui negli ultimi anni condivideva ben poco, in particolare quella svolta nazionale che ha cancellato il nome Nord dal simbolo della Lega.

Toccato anche lui da varie indagini, di cui è rimasto in piedi ben poco - la procura di Busto Arsizio partì con un’inchiesta sulla Lega e Finmeccanica, per arrivare poi alle raccomandazioni per brevi incarichi in Lombardia e in Expo a due sue consulenti -, Maroni prosegue a quel punto la sua attività soprattutto in Lombardia.

Una volta che Roberto Formigoni viene travolto dagli scandali giudiziari, Maroni prende il suo posto, vincendo facilmente le elezioni. Da governatore tenta una riforma sanitaria che prende il suo nome, anche se materialmente venne attuata dal governatore successivo, Attilio Fontana. Infine, decide di non ricandidarsi al secondo mandato.

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