ServizioContenuto basato su fatti, osservati e verificati dal reporter in modo diretto o riportati da fonti verificate e attendibili.Scopri di piùAveva 58 anni

Morto Vialli, eterno ragazzo del calcio italiano tra Sampdoria, Juve e Nazionale

Si è spento a Londra, dove era ricoverato, accanto alla sua famiglia. Simbolo della generazione post ’82, fu il primo italiano a scoprire la Premier League

di Dario Ceccarelli

Vialli e quell’abbraccio con Mancini: “In quelle lacrime c’erano amore, amicizia, gioia, paura”

7' di lettura

È morto a Londra, dove era ricoverato per un aggravamento delle sue condizioni di salute, Gianluca Vialli, ex calciatore, centravanti di Sampdoria, Juventus e Nazionale italiana. «Circondato dalla sua famiglia è spirato la notte scorsa dopo cinque anni di malattia affrontata con coraggio e dignità. Ringraziamo i tanti che l’hanno sostenuto negli anni con il loro affetto. Il suo ricordo e il suo esempio vivranno per sempre nei nostri cuori», scrivono i familiari in una breve nota. La serie A, al prossimo turno, osserverà un minuto di silenzio, mentre l’intero mondo del calcio lo piange.

È un altro dei ragazzi del calcio che se ne va. Tanti, ultimamente. Solo che il suo addio è ancora più doloroso è straniante. Perchè Gianluca Vialli, con quel suo sorriso da allegro compagno di banco, mal si addice a una notizia luttuosa. Aveva 58 anni, ma portati con leggerezza, con l'aria di uno che si diverte a spiazzarci, a tirar fuori un poker d’assi all’ultima mano. E anche quando parlava della malattia, questo ostinato tumore al pancreas che l'aveva colpito cinque anni fa, lo faceva a modo suo, con quella concretezza lombarda di uno che deve cambiar macchina, sistemare un lavandino, togliersi dai piedi una fastidiosa incombenza.

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La fine dopo una tregua di cinque anni

«Non l’ho mai considerata una battaglia», ha detto Gianluca in tv da Fabio Fazio. «Non l’ho mai considerata una battaglia perché ho sempre pensato che il cancro sia meglio tenerselo amico. L’ho sempre considerato un compagno di viaggio che avrei evitato. Adesso cercherò di farlo stancare, in modo che mi lasci proseguire…». Invece no, mai fidarsi degli amici poco amici. L’amico l’ha lasciato più o meno in pace per cinque anni. Una tregua, questo sì. Gli ha anche permesso di togliersi delle grandi soddisfazioni, come la vittoria a Wembley della nazionale italiana nel luglio 2021 (con il fortissimo abbraccio all’amico Roberto Mancini), ma alla fine della partita a scacchi, gli ha chiesto il conto. Implacabile, come il timer di un cronometro, lo ha fatto a tornare nella clinica di Londra dove Vialli aveva già sostenuto due cicli di terapia costringendolo ad abbandonare il ruolo di capo delegazione della Nazionale «per concentrarsi solo sulla malattia». La malattia divora tutto. La forza, il coraggio, la resistenza. Ma non l’insostenibile leggerezza di Vialli, quel suo esser sempre poco allineato, anche se poi, trasferendosi alla Juventus (1992-’96) starà anche lui dalla parte dei potenti, di quel calcio metropolitano che fa rima con business, come poi accadrà anche negli ultimi quattro anni inglesi nel Chelsea e nel Watford.

Le radici nella bassa cremonese

Ma stiamo andando troppo lontano. Le sue radici, le radici di Vialli, bisogna andarle a cercare nella Bassa, tra Cremona e Pizzighettone, tra nebbia e zanzare, dove la sua famiglia vive a Villa Affaitati, un piccolo castello a Grumello Cremonese. Lui è il più piccolo di cinque figli e il padre Gianfranco costruisce prefabbricati. Sono ricchi, discendenti di una famiglia di Cleès, in Trentino. Un origine benestante che gli verrà rimproverata nella sconfitte. Ma lui è un bambino come tanti. Va all’oratorio e gioca a pallone. Va a scuola e gioca a pallone. Va a letto dopo Carosello e sogna che, il giorno dopo, giocherà ancora a pallone. «Il mio primo pallone è stato di plastica. Arancione. Quando gli ho dato un calcio ho capito subito che mi sarei innamorato del pallone. Dicono che per aver successo nella vita, bisogna capire subito quello che vuoi fare. Beh, io l’avevo capito».

Addio a Gianluca Vialli, grande bomber ed eterno ragazzo del calcio italiano

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Generazione post ’82

È un calciatore post Mondiale '82, Vialli. È della generazione di Zenga, Baggio, Schillaci. L’Italia delle notti magiche, che farà divertire senza vincere, però. Non povero, non figlio di contadini e muratori. Gianluca gioca a calcio perché gli piace, non per riscattarsi. E fa strada prima all’oratorio di Cristo Re e poi al villaggio Po di Cremona. Doveva finire al Pizzighettone, ma per un intoppo burocratico va invece alla Cremonese di patron Domenico Luzzara, l’indimenticabile presidente grigio rosso che, con Vialli in attacco e Mondonico in panchina, riporterà la Cremonese in seria A nel 1984. Non capitava da più di mezzo secolo. Un miracolo, per una piccola squadra di provincia, che però ha sfornato talenti come Aristide Guarneri, Antonio Cabrini, Alviero Chiorri, Cesare Prandelli.

«Abbiamo speso i soldi sempre secondo logica contadina», diceva il patron a chi lo pregava di non cedere quel diamante non più grezzo di nome Vialli, che Gianni Brera aveva già soprannominato “Stradivialli” richiamandosi alla secolare tradizione artigiana dei liutai cremonesi. Giusto così perché Vialli, andando alla Sampdoria del leggendario presidente Mantovani, troverà la sua collocazione ideale, un'isola felice e ben protetta, che per 8 anni (1984-’92) lo farà diventare, insieme con Roberto Mancini, uno dei più apprezzati e talentuosi attaccanti italiani.

La Samp e il legame con Mancini

«Ci chiamavano “gemelli del gol”, ma noi eravamo davvero fratelli», racconterà Gianluca. «Quando hai la stessa età e hai condiviso così tante sfide, puoi stare tanto tempo senza sentirti, ma l’amicizia non finirà mai». Anni d’oro, di trionfi, con piccoli incidenti di percorso. «All’inizio non ingranavo bene, ma quando arriva Boskov, il tecnico che ci ha portato allo scudetto del 1991, tutto cambia. Boskov mi ha promosso prima punta arretrando lievemente Mancini, che oltre a segnare mi mandava in gol con degli assist fantastici. Un periodo straordinario. Siamo cresciuti anno dopo anno, arrivando a vincere il primo e ultimo scudetto della Sampdoria. Facevamo paura agli squadroni delle grandi città. Abbiamo vinto una Coppa Italia, una Coppa delle Coppe, un’altra l'abbiamo persa in finale, e infine lo scudetto del 1991. Genova impazzì e noi pure. Mi voleva il Milan, il Napoli… Ma io stavo bene alla Sampdoria, dove mi sentivo a casa mia. Quando il presidente Mantovani mi chiamava, mi caricava come una trottola. Mi diceva che dovevamo far saltare l’egemonia delle grandi città. Che tutto dipendeva da noi, che noi eravamo la sua forza. E io ci credevo davvero. Purtroppo svanì tutto quando, nel 1992, perdemmo la finale di Coppa dei Campioni con il Barcellona. Decisivo fu un gol di Koeman a pochi minuti dalla fine. Sapevo che sarebbe stata l’ultima partita in blucerchiato. Un carico emotivo tremendo. Abbiamo pianto nei spogliatoi. Ma Boskov entrò e ci disse che gli uomini non piangono quando perdono partita…. Ha sempre avuto ragione, Boskov, ma non quella volta. Era giusto piangere. Me lo disse anche mia moglie: se hai una emozione falla uscire, non vergognarti».

La maturità alla Juve

Alla Juventus, dove resterà fino al 1996, Vialli vivrà la sua maturità. Qualcuno glielo rinfaccia ancora. Sei andato con il «nemico», con lo status quo del calcio. Ma lui risponderà: «Avevo 28 anni, avevo completato la mia missione, vinto lo scudetto con la Samp, perso la finale di Champions, era giusto cambiare». Alla Corte di Agnelli e Boniperti non è tutto facile. Con Trapattoni, pur stimandosi, ci sono dei problemi. Sarà Lippi, come prima Boskov e poi Azeglio Vicini in nazionale, a offrirgli quello che Vialli vuole: la fiducia totale, la sensazione di contare più degli altri. «Lippi mi disse che aveva bisogno di me, che gli servivo come e prima punta. E io feci quello che dovevo fare: tanti gol, alcuni anche incredibili, in rovesciata, al volo, da posizioni impossibili». Gli artisti sono così.

Artista o non artista, Vialli è una macchina da gol: alla Cremonese ne fa 23, alla Samp 85, alla Juve 38, al Chelsea 21. Anche in azzurro il suo curriculum è di prim’ordine con 16 reti in 59 partite. Un altro suo record: è uno dei pochissimi italiani ad aver conquistato le 3 principali competizioni Uefa (Coppa delle Coppe, Supercoppa, Coppa dei Campioni). Alla Juve in due anni vince uno scudetto e, finalmente, nel 1996, l’agognata Champions. «Ancora adesso - raccontava Vialli in una intervista a Walter Veltroni - la gente mi dice che io sono stato l’ultimo capitano della Juve ad alzare la Coppa. Per un paio d’anni mi ha fatto piacere, ma poi mi sembrava che si dimenticasse tutto il resto».

La Nazionale

Alterne le fortune di Vialli in Nazionale. Fece un grande Europeo nel 1988, ma un Mondiale modesto nel 1990, quando tutti lo aspettavano come primo bomber e invece arriverà Toto Schillaci. «In quell’estate me ne capitarono di tutte. Bronchite, stiramenti, non stavo mai bene. Feci tre assist e nessun gol. Schillaci fu la stella nascente, io quella cadente. A volte succede. Invece con Sacchi non ho legato. Io ero critico, e lui non voleva criticità nella squadra. Mi escluse e fece bene. Quando mi richiamò, dissi io di no. E sbagliai di nuovo. Con la Nazionale fare i permalosi è un peccato di vanità».

L’approdo a Londra

A 32 anni, dopo la Champions, Vialli lascia anche Torino. Sente il vento dell’Europa, sente che il calcio sta cambiando, sente che deve chiudere il cerchio con una esperienza che non è una fine ma un nuovo inizio. «La Juve mi offriva solo un anno di rinnovo, ma io già sognavo l’Inghilterra, la Premier». Lo chiamerà il Chelsea dove, licenziato Gullit nel febbraio 1998, Vialli diventa anche allenatore. In un anno conquista la Coppa di Lega e la Coppa delle Coppe. Nel 1999 trionfa nella Supercoppa battendo il Real Madrid e porta il Chelsea al terzo posto nella Premier League, miglior risultato dal 1970. Qualcosa però si spezza. Dal Chelsea, anche per attriti con Zola e Deschampes, viene licenziato nel campionato successivo dopo cinque giornate. Nè gli andrà bene nel 2002 col Watford, squadra della First division, che porterà a un modesto 14esimo posto. Qui Vialli capisce che, forse, l’allenatore non è il suo mestiere. Che una panchina, anche nel nuovo calcio globalizzato, gli andrà sempre stretta. E ricomincia la sua nuova vita, di manager, di motivatore, di commentatore televisivo, di uomo curioso.

Nel 2003 si risposa a Londra con Cathryn White Cooper, ex modella, arredatrice, da cui avrà due figlie, Olivia e Sofia. Ma il richiamo della famiglia, dei fratelli, di Cremona resterà sempre fortissimo. Come quello con Mancini. «Tornare in Nazionale è stato come tornare all’origine di tutto. Qui sono riuscito a fare quello che so fare: ispirare le persone. E vorrei essere ricordato anche per questo».

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