il caso rusal

Mosca (ancora) non risponde alle sanzioni Usa: ma spera nell’aiuto dell’Europa

di Antonella Scott

(REUTERS)

3' di lettura

Le sanzioni americane sono «una ruberia economica», ma poiché i segnali in arrivo da Washington sono «piuttosto contradditori», ironizza il portavoce del Cremlino Dmitrij Peskov, è ancora difficile «trarre qualunque tipo di conclusione».

Di fronte all’offensiva che sembra aver colto di sorpresa molti in Russia, il Cremlino prende tempo. Ha caricato le armi, un elenco di ritorsioni che il premier Dmitrij Medvedev si augura siano «dolorose» per gli Stati Uniti: un allargamento all’embargo già in vigore, per colpire l’export americano di farmaci e macchinari in Russia. Ma la valutazione del progetto di legge è stata rinviata a metà maggio alla Duma, per valutare meglio l’impatto delle misure sull’economia nazionale, ma forse anche per lasciare spazio a una trattativa. Fra Vladimir Putin e Trump, tra Trump e i leader dei Paesi Ue:le sanzioni non risparmiano l’industria europea. Nello stesso tempo, molto dipende dall’Europa: «Se si unirà alle sanzioni americane, così severe - spiega al Sole 24 Ore una fonte a conoscenza della situazione interna a Rusal - ci troveremmo in una situazione davvero gravissima». Una fonte del ministero delle Finanze, citata dall’agenzia Reuters, aggiunge che per il governo russo le cose sarebbero più facilmente gestibili se venisse consentito a Rusal di mantenere il mercato europeo. Anche le ritorsioni sarebbero meno pesanti.

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Ma per Putin, in ogni caso, gli spazi di manovra sono limitati. «Non penso - dice la fonte del Sole - che lo Stato russo abbia mezzi che potrebbero colpire veramente lo Stato americano. Che possiamo fare, chiudiamo una fabbrica di Coca-Cola? Aboliamo McDonald’s?».

Inoltre, la via d’uscita indicata dal Tesoro americano per liberare Rusal dall’incubo sanzioni sembra un calice avvelenato per Mosca. Accettare la richiesta che Deripaska lasci il controllo della compagnia sembrerà un piegarsi ai voleri degli Stati Uniti. Un’ipotesi, ora che l’oligarca ha espresso la disponibilità a cedere parte delle proprie quote, è passare la mano a businessmen con buona reputazione in Occidente. Ma in pratica, «in questo momento la Casa Bianca sta dicendo chi è che deve comandare una grossa compagnia metallurgica in Russia. Il Cremlino non può prenderla bene».

Qualcuno osserva che un’altra ragione che trattiene Putin dal rispondere sono i Mondiali di calcio in programma dal 14 giugno, e il rischio di avvelenare ulteriormente una vigilia già abbastanza tesa tra la guerra in Siria, il caso Skripal a Londra, il Russiagate, ora le tensioni in Armenia. Ma non c’è molto tempo per valutare le possibili forme di sostegno a Rusal, per garantirne la sopravvivenza insieme a quella degli altri colossi dell’economia sanzionati: un impegno gigantesco per lo Stato proprio nel momento in cui l’economia russa aveva iniziato a riprendersi. Un primo segnale dell’impatto di questa nuova ondata di sanzioni è stata l’interruzione dei tagli ai tassi di interesse che la Banca centrale russa,vinta finalmente l’inflazione, aveva potuto concedere: ma per Bank Rossii,spiega Oleg Kouzmin, analista di Renaissance Capital, «la geopolitica è un elemento determinante,in questi giorni».

Ieri Peskov è tornato a escludere l’ipotesi di nazionalizzazione di Rusal, ma in un modo o nell’altro il Cremlino dovrà intervenire. «Le compagnie di Deripaska occupano più di 200mila lavoratori nel mondo - sottolinea la fonte del Sole - un aiuto finanziario dallo Stato russo verrà. Ma cosa faremo con tutta la produzione che per la maggior parte,l’80%,andava all’estero? L’intera produzione di Rusal nel 2017 è stata di tre milioni e 700mila tonnellate, in Russia il consumo di alluminio è di 800mila tonnellate. Con gli altri 2 milioni e 900mila, cosa ci facciamo?».

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