La guerra in Europa

Gas in rubli, Putin firma il decreto. Ue respinge «ricatto», Draghi-Scholz: avanti uniti

Siglato il testo, ma le forniture potranno essere ancora pagate in euro. Stretta del Cremlino, intanto, anche sugli accessi dei leader occidentali nel paese

Ucraina, Mariupol com'era e com'e' dopo i bombardamenti russi

4' di lettura

La minaccia si è rivelata reale. Il presidente russo Vladimir Putin ha firmato il 31 marzo un decreto che impone dal giorno successivo, il primo aprile, il pagamento in rubli del gas di Mosca. In caso di violazione, i contratti saranno interrotti. «Per comprare gas naturale russo, devono (gli occidentali, ndr) aprire conti in rubli in banche russe - ha detto Putin - È da questi conti che i pagamenti saranno fatti per il gas consegnato a partire da domani». Un mancato pagamento, ha sottolineato Putin, sarà considerato «un’insolvenza da parte degli acquirenti», con tutte le conseguenze del caso.

Il decreto segna una nuova tappa nella guerra economica fra Mosca e Occidente, ma i suoi effetti sono meno drastici di quanto trasparirebbe dalle parole di Putin. I pagamenti potranno essere, infatti, ancora effettuati in euro o in dollari: al cambio in valuta russa ci penserà Gazprombank, banca non sottoposta a sanzioni, che già ora riceve la maggior parte dei pagamenti per il gas russo.

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Dalla Ue arriva comunque un no netto al «ricatto» di Putin, mentre il cancelliere tedesco Olaf Scholz e il premier italiano Mario Draghi si compattano per chiedere che la Ue mantenga un approccio unitario. È fondamentale che Bruxelles prosegua sulla via delle sanzioni, hanno convenuto i due leader dopo una telefonata di circa un’ora nella serata del 31 marzo.

Sull’altra sponda dell’Atlantico, gli Usa ampliano il proprio pacchetto di sanzioni contro Mosca: il tesoro americano ha aggiunto alla sua lista 13 individui e varie entità russe. Nell’elenco comparirebbe anche la maggiore società russa di semiconduttori.

Il no di Francia e Germania. Gentiloni: non accetteremo ricatti

Il decreto di Putin ha dominato le cronache di giornata, alzando la temperatura dello scontro diplomatico fra Mosca e l’Occidente. Germania e Francia avevano già respinto in giornata la richiesta di Putin, definendola «un ricatto». Bisogna «prendere in considerazione tutti gli scenari, dobbiamo prepararci perché domani potrebbe non esserci più il gas russo» ha detto il ministro dell'economia francese Bruno Le Maire in una conferenza stampa con l’omologo tedesco Robert Habeck al termine di un incontro bilaterale.

Entrambi i ministri hanno ribadito che i contratti per le forniture russe saranno pagati nella valuta concordata e non in rubli. «È determinante che i contratti siano rispettati, eviteremo di dare segnali che saremo oggetto di ricatto da parte di Putin, lo eviteremo a tutti i costi» hanno detto. Secondo Habeck, fra le ipotesi da contemplare c’è anche lo stop completo alle importazioni di gas da Mosca.

La Commissione europea sta ancora studiando i dettagli del decreto, ma il responsabile all’Economia Paolo Gentiloni trasmette a Putin un messaggio simile a quello di Francia e Germania: «Ci sono due cose da dire - ha detto - Primo: i contratti devono essere rispettati e nei contratti esistenti non c’è obbligo di pagare in rubli. Secondo: non ci faremo ricattare da Mosca».

Divieto d’ingresso in Russia per i leader europei

La schermaglie non si limitano alla questione energetica. La Russia ha annunciato il divieto di ingresso nel suo territorio ai leader europei e alla maggior parte degli eurodeputati come risposta alle sanzioni adottate nei suoi confronti della comunità internazionale per la sua invasione dell’Ucraina.

«Le restrizioni si applicano ai massimi dirigenti dell’Unione europea, inclusi alcuni commissari europei e capi di organismi militari europei, nonché la stragrande maggioranza dei membri del Parlamento europeo, che promuovono politiche anti-russe», ha reso noto il ministero russo degli Esteri in una nota. Questa misura, prosegue la nota, si applica anche ai politici dei paesi membri dell’Ue, nonché a personaggi pubblici e giornalisti che «hanno sostenuto sanzioni illegali contro la Russia, incitato alla russofobia o violato i diritti e le libertà delle popolazioni di lingua russa». La diplomazia russa non ha pubblicato l’elenco delle persone prese di mira, ma ha affermato di aver informato la rappresentanza europea a Mosca del provvedimento.

Nuovi colloqui venerdì 1 aprile

Sullo sfondo continua anche la partita diplomatica, con un nuovo round in programma per domani, 1 aprile. Il faccia a faccia mediato da Ankara, il 29 marzo, si era chiuso con un certo ottimismo, facendo emergere una primissima bozza di un accordo di tregua fra le parti: Kiev offre il suo status di neutralità, Mosca si dice non ostile a un ingresso dell’Ucraina nella Ue. Le speranze di avvicinamento si sono ridotte il giorno dopo, il 30 marzo, quando il Cremlino ha messo in chiaro di non aver registrato «alcuna svolta» dalle trattative.

Nella giornata di domani le parti torneranno a confrontarsi in videoconferenza. Sui negoziati peseranno però i continui bombardamenti su Kiev e Chernihiv, le bombe su alcuni autubus di un convoglio umanitario e la difficilissima situazione umanitaria a Mariupol. Tuttavia, il ministro degli Esteri turco Mevlüt Çavuşoğlu ha detto che i ministri degli esteri di Russia e Ucraina potrebbero incontrarsi entro due settimane. Mosca prevede una revisione della bozza di trattato finora elaborato e avvia una esercitazione delle forze che controllano i missili balistici intercontinentali.

Niente cessate il fuoco, ma aperto corridoio da Mariupol

Anche sul campo la situazione resta instabile. Un vero e proprio accordo di cessate il fuoco, necessario per ridare fiato alla popolazione dopo oltre un mese di guerra, non è stato ancora raggiunto. In compenso si è arrivati all’apertura di un corridoio umanitario a Mariupol, uno dei centri più martoriati dall’offensiva russa. Almeno 17 autobus sono partiti dalla città, ha detto la vicepremier ucraina Iryna Vereshcuk, altri 28 sono in attesa dell’autorizzazione a passare al checkpoint russo vicino a Zaporizhzhia. La Croce rossa si dice pronta a guidare le operazioni di evacuazione a condizione di avere le garanzie necessarie. Kiev rassicura: «Faremo tutto il possibile perché i mezzi arrivino a Mariupol». Il ministero della Difesa russa ha successivamente annunciato per la mattina del primo aprile nuovi corridoi umanitari per l’evacuazione della città, spiegando che sono stati decisi dopo un «appello personale» a Putin dai leader di Francia e Germania, Macron e Scholz.

Le truppe russe lasciano Chernobyl

Anche le voci su un ritiro russo si sono sgonfiate, in favore di quelle su un «riposizionamento» dell’esercito. Sembra confermato, però, il dietrofront dell’esercito dal sito di Chernobyl. Secondo media bielorussi, i militari di Mosca vengono portati a un centro di ricerca e pratica medicina delle radiazioni. Energoatom, compagnia ucraina che si occupa della gestione delle centrali, osserva che i soldati russi sono esposti a significative radiazioni esterne e interne nella zona di esclusione di Chernobyl. Il 26 marzo scorso, Kiev aveva annunciato che nella zona di esclusione erano stati individuati 31 incendi. Secondo le prime ricostruzioni, i soldati russi avrebbero scavato trincee nell’area, per giunta senza proteggersi.

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