L’indagine

Mose, i 30 milioni dell’evasione fiscale «riciclati» tra l’Italia e la Svizzera

di Ivan Cimmarusti

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2' di lettura

Circa 30 milioni di euro sono transitati dall’Italia alla Svizzera, attraverso un «sistema» di riciclaggio del denaro sporco. Operazioni finanziarie opache, abilmente celate da due commercialisti che riuscivano a far perdere le tracce a maxi evasioni fiscali di importanti imprenditori veneti (non possono essere indagati in quanto hanno fatto rientrare le somme beneficiando dello “scudo fiscale”) e a tangenti, come quelle ricevute dall’ex ministro e governatore del Veneto Giancarlo Galan. L’inchiesta è del Nucleo di polizia economica-finanziaria della Guardia di finanza di Venezia.

«Lavatrice» per imprenditori
Stando agli atti il totale delle somme, frutto dell’evasione fiscale, gestito dai commercialisti, ammonta a 29,3 milioni di euro. Si tratta di denaro «lavato» per conto di imprenditori veneti, che sfruttavano il «sistema» che dall’Italia consentiva di portare le somme in Svizzera, attraverso istituti di credito. Il denaro in parte finiva a Panama e in parte alle Bahamas, ma anche in Croazia. Se pur dimostrato il reato, gli imprenditori non sono processabili. Infatti si sono avvalsi dello “scudo fiscale” nel 2009 o hanno sanato le loro posizioni con il fisco. Tra di essi vi sono esponenti di rilievo del settore calzaturiero, della pelletteria e valigeria e dell’alberghiero.

Il denaro affidato da Galan
Il maxi riciclaggio è stato scoperto “pedinando” una cifra di 1,5 milioni di euro che Giancarlo Galan aveva affidato agli indagati, ma per la quale ha già pagato il conto in sede processuale. Si tratta di una parte della tangente che gli è stata imputata nel procedimento sul Mose di Venezia.Tutto parte da una intercettazione dell’indagata Alessandra Farina. Questa parla di denaro in Croazia, transitato per la Svizzera. La Guardia di finanza ha mappato la corruzione di cui ha dovuto rispondere Galan nel procedimento sul Mose.

Le tangenti del Mose
Stando agli atti investigativi Galan avrebbe percepito numerose tangenti per svendere la sua funzione pubblica alle imprese impegnate nei lavori del Mose di Venezia. Avrebbe ricevuto, per esempio «uno stipendio annuale in contanti di circa 1 milioni di euro per gli anni dal 2008 al 2011», poi avrebbe percepito denaro per circa 1,6 milioni tramite operazioni gestite da Paolo Venuti, suo commercialista. Il suo “tesoro” in parte sarebbe finito in Croazia.

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