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Incontro con le parti sociali? Mossa utile se non è solo duello di potere

di Alberto Orioli


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(Marka)

3' di lettura

Aspettiamo dunque il workshop non stop a Palazzo Chigi con le parti sociali. Un anglicismo per ridare smalto a pratiche considerate quasi antiche, sia che si chiamassero concertazione o, più recentemente, dialogo sociale. Inglese o no, l’importante è non perdere l’occasione per affrontare di petto temi cruciali.

E che temi se parliamo di lavoro, fisco, spesa pubblica, solidarietà, inclusione sociale, ruolo del mercato e, in definitiva, intervento dello Stato nell'economia.Erano questi, ad esempio, gli argomenti trattati, capitolo dopo capitolo, nell'ormai dimenticato accordo del luglio '93 con cui il Governo Ciampi riuscì a sconfiggere l'inflazione, abbassare i tassi e creare una nuova architettura di mercato in porzioni importanti della pubblica amministrazione (privatizzazione del contratto nel pubblico impiego, liberalizzazioni delle utilities e delle tariffe, piano per la ricerca e l'innovazione) oltre a innovare a fondo l'architettura delle relazioni industriali e della contrattazione. Sarebbe un peccato (eufemismo) se l'annuncio di creare una sede di incontro a Palazzo Chigi si riducesse solo a una competition personale e politica sulla legittimità o meno a convocare i corpi intermedi di un Paese fatto di rappresentanza ramificata e di associazioni di interessi. Sarebbe un'inutile esibizione di potere se l'incontro servisse a rimarcare che il gesto di Matteo Salvini di convocare al Viminale le parti sociali è stato soltanto uno sgarbo istituzionale da cauterizzare con una nuova convocazione vecchio stile nella Sala verde. Non è tempo di tavoli e tavoloni da gettare in pasto ai social e alla loro fame di fotografie e di immagini. Ciò che conta sono i contenuti.

E il primo è innanzitutto d'impostazione culturale perché sono legittimi i dubbi che si possa aprire una nuova, proficua stagione di concertazione 2.0 da parte di chi ha teorizzato, anche in modo molto rozzo, di voler fare a meno della rappresentanza dei corpi sociali, di chi ha teorizzato la democrazia dei clic, la disintermediazione. Scavalcare il ruolo delle parti sociali è stato anche un grande un obiettivo dei primi mesi del Governo Renzi, salvo ripensamenti in un secondo momento. E proprio quel ripensamento può servire di lezione oggi. E forse l'aumento della consapevolezza della reale struttura sociale del Paese, maturata con il proseguire dell'azione di Governo, può indurre a più miti consigli anche i più fieri alabardieri della disintermediazione. Poiché è evidente che la riforma fiscale sarà l'architrave della Fase 2 del Governo giallo-verde (se durerà) il confronto con imprese e sindacati si potrebbe rivelare particolarmente utile. E con ogni probabilità sancirà che è decisivo affrontare il tema del cuneo fiscale per ridare ossigeno al ceto medio, via buste paga più pesanti perché alleggerite di tasse e contributi.

E sarà decisivo anche il tema della contrattazione decentrata, quella incaricata di distribuire l'aumento di produttività attraverso i premi aziendali, altro strumento decisivo per relazioni industriali 2.0 e su cui concentrare una parte finalmente importante degli sgravi fiscali. La questione salariale esiste e basta guardare ai dati di ieri sui divari di potere d'acquisto al Sud, ma pensare di risolverla con l'imposizione del salario minimo non affronta il cuore dell'argomento. E rischia di sbagliare obiettivo se il retropensiero di chi la propone è che, con la forzatura decisa per legge, prima o poi si creerà un effetto rialzo su tutti i livelli retributivi: il vero rischio è la fuga dai contratti per le basse qualifiche e la diminuzione di occupazione complessiva indotta dalla necessità di mantenere le compatibilità economiche inalterate. Del resto anche la formula di salario minimo rilanciata dalla neo presidente della commissione Ue, Ursula von der Leyen, fa salva l'articolazione dei contratti nazionali, laddove esistano. L'emergenza italiana, non da oggi, si chiama produttività e questo dovrebbe essere il vero titolo di un workshop tra Governo, imprese e sindacati. Chiama in causa il ruolo dell'amministrazione pubblica come ecosistema più o meno adatto allo sviluppo dell'impresa così come il valore degli investimenti e dell'innovazione quale unico traino per una rinascita economica non affidata agli zerovirgola. E naturalmente riguarda i salari come misura dell'aumento di efficienza dell'intero sistema economico, quello che deriva dalla crescita della produttività, unico mezzo per far crescere la torta da dividere tra capitale e lavoro. È una strada di mercato che passa da una riforma fiscale e da una nuova stagione di incentivazioni. E se non sembrasse rétro potrebbe addirittura chiamarsi politica dei redditi.

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