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Il ritorno dell'automobile «made in England»

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INDUSTRIA

Il ritorno dell'automobile «made in England»

  • –di Mario Cianflone e Massimo Mambretti

L'auto inglese non è morta, spazzata via dalle crisi che dagli anni Settanta ne hanno segnato la storia, ma è ancora viva perché le case che detengono i marchi superstiti hanno avviato concreti progetti di rilancio. Si devono, tuttavia, alle possibilità generate dall'acquisizione di questi brand da parte di Gruppi automobilistici che con l'Inghilterra non hanno nulla a che fare e che soprattutto, diversamente dal passato, ora hanno trovato terreno fertile per portare avanti i loro progetti. Infatti, non si possono scordare i grossi … scogli contro cui, nel corso degli anni Novanta, si è arenata anche la corazzata Bmw, che aveva acquisito un "pacchetto" contenente Rover e Land Rover compresi marchi come Mg e Mini. Alla fine la teutonica caparbietà non è riuscita a rimuovere né metodologie che si scontravano con i livelli qualitativi pretesi dalla casa bavarese né a fare entrare in campo sistemi contrattuali premianti per la produzione. Con il risultato che lo storico gruppo automobilistico si è smembrato malamente trascinandosi dietro anche buona parte delle maestranze. Cedendo le armi, il gruppo Bmw ha però mantenuto il marchio Mini per il quale aveva già avviato un lungimirante piano di rilancio – che sta diventando sempre più evidente con la Countryman e le attese Coupé e Roadster – e in seguito ha acquisito anche Rolls Royce, che adesso con l'«economica» Ghost da 260mila euro ha raddoppiato le vendite. Ma è anche lampante la ritrovata vitalità della Bentley – un tempo strettamente apparentata con Rolls Royce – che adesso è sotto l'egida del gruppo Volkswagen. In questo caso, paradossalmente, è il gruppo capitanato dalla casa dell'auto del popolo che ridà smalto a uno dei più aristocratici marchi ingles.

Jaguar e Land Rover sono altri due esempi della rinascita del l'auto britannica sotto capitali stranieri. Due anni e mezzo fa Ford – nel pieno della crisi che condivideva con le altre Big di Detroit – vendette all'indiana Tata i due marchi, oltre a quello Aston Martin a una cordata d'investitori guidata dall'ex rallysta David Richards. I risultati ottenuti da Jaguar e Land Rover sono sotto gli occhi di tutti. Non ci sono più Ford Mondeo vestitealla giaguara e neppure berlinone a stelle e strisce agghindate con l'Union Jack. Non bastavano faretti tondi, un look rétro e un po' di radica per fare una Jaguar. Adesso è tutta un'altra storia: il designer Ian Callum ha dato addio alle tentazioni del passato e ha rifatto le Jaguar prima con la Xf e un anno fa ha messo mano al mostro sacro Xj. E delle due auto tutto si può dire tranne che non siano originali e inglesi. E viene da chiedersi se sotto il regno di Ford sarebbe mai nata la Evoque, quella baby-Range Rover che è già un fenomeno ancora prima di arrivare dai concessionari. Insomma, la gestione di Tata ha riavviato lo sviluppo di Jaguar e Land Rover e punta verso la Cina e l'India, cioè verso l'ex-colonia che ora salva un pezzo della storia automobilistica britannica.

Ma in questo Rinascimento dell'industria automobilistica inglese entra in gioco anche Lotus. Da tempo in mano ai malesi della Proton, ha piani ambiziosi che prevedono 5 nuovi modelli entro il 2015 e un management determinato a portarli a termine. È composto anche da uomini che hanno militato a lungo dalle parti di Modena e Maranello. Fra i tanti, sia il designer italiano Donato Coco – ha realizzato anche la California e in precedenza la Citroën C3 – e Dany Bahr, ora Ceo della casa inglese ma prima direttore commerciale e brand della Ferrari, sia Claudio Berro a capo del comparto Motorsport e Karl Heinz Kalbfell che, oltre ad avere guidato Bmw Motorsport e Rolls Royce, è stato amministratore delegato della Maserati.

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