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Con la A112 nasce un piccola sportiva per mettere in difficoltà le…

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50esimo anniversario

Con la A112 nasce un piccola sportiva per mettere in difficoltà le Mini. E il successo dura ancora oggi

Al Salone di Torino 1969, finalmente, vede la luce la tanto attesa interpretazione italiana sul tema Morris Mini Minor: la rivoluzionaria vetturetta britannica che tutti conoscono e che era sul mercato già da dieci anni con grande successo. Anticipata a lungo come BB (Bianchi Baby), la Autobianchi A112 viene battezzata, come accadeva spesso in quegli anni nel gruppo Fiat, con la denominazione del progetto; si trattava di una «Primulina» che riproponeva infatti, in scala ridotta, quanto lo stesso genitore, il leggendario ingegner Dante Giacosa, aveva concepito per quella modernissima automobile di media cilindrata che aveva costituito, per lui, il tanto agognato approdo alla trazione anteriore.

Ci era girato attorno per anni, sempre osteggiato dalla dirigenza della Fiat, e poi, finalmente, approfittando del Marchio cadetto Autobianchi, riuscì nell’impresa di concretizzare, con la Primula, un’auto con quelle caratteristiche che, lui lo aveva senz’altro intuito, costituivano il futuro. Ora, cinque anni dopo, con la A112 si era al cospetto della sua erede di Casa, sulla quale Giacosa aveva detto la sua anche sullo stile, nata con un apertura di credito molto più ampia ed universale; da poco, infatti, era nata la Fiat 128 che aveva dato finalmente il «liberi tutti» per la trazione anteriore nel Gruppo torinese.

La macchinetta, inoltre, era geniale come il suo progettista; capace come fu di dimostrare che l’impostazione «Issigonis» poteva essere assolutamente valida anche senza gli eccessi concepiti dal progettista turco-ellenico; le minuscole ruote da dieci pollici della piccola Morris, responsabili di un saltellamento mai eliminato e di freni troppo piccoli, potevano convenientemente essere sostituite con unità da tredici pollici perdendo solo lo spazio di qualche superfluo portaoggetti e il cambio poteva essere posto in posizione tale da non essere costretto a condividere il lubrificante con il motore, a prezzo di un aumento della larghezza dell’auto del tutto ininfluente sulla praticità d’uso.

Il resto lo fece il motore: quel 903 cc preso pari pari dalle versioni più sportive della Fiat 850 che, pur depotenziato attraverso la rinuncia del secondo corpo del carburatore e di una lieve diminuzione del rapporto di compressione, sviluppava ancora 44 CV, capaci di imprimerle prestazioni che consentivano di rivaleggiare con quelle della Innocenti Mini Cooper, sverniciandola addirittura nello 0-100 con uno scarto di tre secondi abbondanti (!). La verve migliorò ancora nel 1971, dopo la presentazione della Fiat 127 che adottava lo stesso motore con tre CV in più grazie ad una diversa messa a punto che, per uniformità, venne presto trasferita anche sulla A112.

Non c’è da meravigliarsi, quindi, se immediatamente Carlo Abarth pensò di riprendere il discorso interrotto con le 1000 TC di derivazione Fiat 600, progettando di offrire alla clientela più sportiva un piccolo bolide, derivato da questa svelta vetturetta, con 107 CV (addirittura!) a disposizione. Come è noto per lui le cose non andarono per il verso giusto mentre, fortunatamente, dal 1971 la clientela poté contare ugualmente sulla versione Abarth della A112 pur se con un molto più tranquillo motore da 982 cc e 58 CV; e anche un po’ deludente, aggiungiamo, visto che guidandola la Innocenti Mini Cooper, ora 1300, non era visibile neppure da lontano; si rimediò con la Abarth 70 HP 1.050 cc solo nel 1975.

Tornando al 1971, smaltita l’ondata delle ordinazioni iniziali che avevano portato i tempi di attesa vicini ai dodici mesi, la vita dell’Autobianchi A112 divenne molto intensa e variopinta con una serie di versioni sempre più lussuose ed articolantesi in sette serie in produzione fino al 1985; senza contare che c’è chi considera una ottava serie l’ultimo lotto di Junior accessoriate che affiancarono la neonata Autobianchi Y10 fino a tutto il 1986 contribuendo a totalizzare gli oltre 1.250.000 esemplari costruiti.

Junior, «normale», Elegant (inizialmente solo bicolore come la Innocenti Mini Cooper: sarà un caso!?) Elite, LX, in ordine crescente di leziosità, oltre alle già citate Abarth, costituiscono oggi un’offerta con pochi rivali quanto a possibilità di scelta per l’appassionato; e, eccezion fatta per le prime Abarth, con quotazioni sempre confortevolmente sotto la soglia dei diecimila Euro.

Vetture inizialmente dedicate alle signore, ora sono piccoli oggetti da collezionista esperto a cui non sfugge l’importanza storica straordinaria di questo modello nella storia dell’automobile italiana. Per divertirsi Abarth senza esitazioni; da collezione, forse meglio uno dei quasi introvabili primi esemplari con tappetini in gomma, sedili in vinile e tutta la struggente semplicità di quegli anni.

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