La strage in funivia

Mottarone, Gip non convalida il fermo. Tadini: «In 15 giorni usato 10 volte forchettoni»

Disposti arresti domiciliari per il caposervizio della funivia, scarcerati il gestore e il direttore di esercizio. Pm: «Non è sentenza di assoluzione»

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6' di lettura

Il giudice delle indagini preliminari Donatella Banci Buonamici ha disposto la scarcerazione dei fermati per la strage alla funivia del Mottarone.

Per il caposervizio Gabriele Tadini, l’unico ad aver confessato di aver inserito i forchettoni e inibito l’impianto frenante di emergenza, sono scattati gli arresti domiciliari. Tornano invece in libertà gli altri due indagati: il gestore dell’impianto Luigi Nerini e il direttore di esercizio Enrico Perocchio. Intanto Eitan, il bimbo di 5 anni sopravvissuto, non è più in pericolo di vita. «Le condizioni sono in significativo miglioramento e questa sera la prognosi è stata sciolta. È in costante miglioramento sia dal punto di vista del trauma toracico sia dal punto di vista del trauma addominale», si apprende da fonti mediche dell’ospedale Regina Margherita di Torino dov’è ricoverato.

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La decisione di non convalidare il fermo deciso dalla procura mercoledì scorso è arrivata nella serata di sabato 29 maggio: per il magistrato, non ci sono elementi sufficienti per trattenere in carcere i tre attualmente indagati per concorso in omicidio colposo plurimo e in lesioni colpose gravissime, falso in atto pubblico e rimozione dolosa di sistema di sicurezza.

Intanto migliora e ha ricominciato a mangiare Eitan, il bambino di cinque anni unico sopravvissuto alla strage. È quanto si apprende dall'ospedale infantile Regina Margherita di Torino dovè ricoverato.

Pm: «Scarcerazione non è sentenza di assoluzione»

“Questa non è una sentenza di assoluzione, è solo una fase cautelare. Non la vivo come una sconfitta sul piano investigativo anche perché è stata accolta la nostra configurazione giuridica dei reati e quindi il nostro impianto accusatorio. Non ho mai considerato l’indagine chiusa e nemmeno in una fase avanzata. In ogni caso non finisce qui, le indagini continuano per accertare tutte le responsabilità». Così, dopo la scarcerazione dei tre indagati, parla la procuratrice capo di Verbania Olimpia Bossi.

Sui fermi dei tre indagati, il magistrato spiega: «Non parlerei di fretta, ma di urgenza. Il pomeriggio di martedì ci siamo trovati di fronte a una persona che ha reso piena confessione con dichiarazioni attendibili che parlavano di un gesto, quello di mettere i forchettoni ai freni, che era frutto di una scelta volontaria, deliberata e reiterata che andava avanti da oltre un mese, ma secondo i nostri riscontri anche da più tempo. Una persona che ha detto che altre persone sapevano. A quel punto abbiamo avuto la necessità di impedire che quelle persone si potessero mettere d’accordo per concordare una versione dei fatti».

Tadini: «In 15 giorni usato 10 volte forchettoni»

Secondo quanto messo a verbale davanti al gip di Verbania, tra l'8 maggio e il 23, giorno della tragedia, Tadini avrebbe usato i forchettoni per disattivare i freni di emergenza «una decina di volte». Il caposervizio dell’impianto ha continuato a sostenere come questa fosse una decisione «condivisa con tutti». Ha detto pure di aver «disattivato il freno anche prima del 7 maggio», perché il problema al sistema frenante andava avanti da fine aprile. Anche «venerdì 21» maggio «ho disattivato il sistema», ha aggiunto.

Tadini: «Il gestore Nerini mi diceva “arrangiati”»

A Enrico Perocchio, il direttore di esercizio della funivia del Mottarone, «ho detto che andavo avanti coi forchettoni e lui non mi ha risposto» e «l'ho detto anche a Nerini che mettevo i ceppi» e il gestore dell'impianto «mi diceva -”arrangiati”». È così che a verbale Tadini ha ricostruito le interlocuzioni su quella che era «diventata la prassi» di usare i forchettoni per bloccare i freni.

«In 20 giorni ho chiesto 3 volte assistenza», ha spiegato ancora parlando delle anomalie ai freni. «E ho detto a Perocchio - ha aggiunto parlando davanti al gip - che se non si risolveva non poteva andare avanti col servizio».

Intanto, uno dei filoni dell'indagine, che comunque si concentra ovviamente sull'incidente che ha causato 14 morti, riguarda, come anticipato da 'il Fatto quotidiano', anche presunti ingressi di viaggiatori senza battere gli scontrini. Accertamenti su presunte irregolarità fiscali sarebbero quindi in corso.

Pm: «Valuteremo se altri dipendenti erano consapevoli»

La procuratrice Olimpia Bossi ha reso noto che a breve potrebbero essere iscritti nel registro degli indagati anche altri dipendenti della società che gestisce la funivia del Mottarone. «Valuteremo in che termini sapevano dell’uso dei forchettoni», ha detto Olimpia Bossi e «valuteremo se hanno consapevolmente partecipato o se si sono limitati ad eseguire indicazioni provenienti dall’alto». L’indagine prosegue poi per capire come si è rotto il cavo.

Gli accertamenti irripetibili che saranno disposti nell’inchiesta sull’incidente «sono finalizzati a capire perché la fune si è rotta e si è sfilata, e se il sistema frenante aveva dei difetti», da queste analisi si vedrà se «emergeranno» anche altre responsabilità, ha chiarito la procuratrice di Verbania, Olimpia Bossi.

Il gip: Tadini potrebbe reiterare il reato

Per Tadini, secondo il gip, esiste il pericolo di reiterazione del reato, dato che «per lungo tempo» disattivando il sistema frenante di emergenza sulla cabina numero 3, ha attuato una «condotta scellerata, della quale aveva piena consapevolezza, posta in essere in totale spregio della vita umana con una leggerezza sconcertante». Per il giudice, il modo di agire di Tadini induce a ritenere che «non abbia la capacità di comprendere la gravità delle proprie condotte e che, trovandosi in analoghe situazioni reiteri con la stessa leggerezza altre condotte talmente pregiudizievoli per la comunità» si legge nel provvedimento di 23 pagine. Nell’ordinanza con il gip ha deciso i domiciliari per Tadini e la libertà per gli altri due, sono presenti anche le testimonianze dei dipendenti che puntano il dito contro il caposervizio della funivia. «È stato Tadini a ordinare di mettere i ceppi» che evitano che l’impianto frenante entri in azione, ha detto un operaio dell’impianto.

Scarcerati i tre indagati

Tornando al provvedimento disposto dal gip, Tadini, ora ai domiciliari, è uscito dal carcere poco dopo la mezzanotte di sabato, scortato dal suo avvocato Marcello Perillo. «Sono professionalmente soddisfatto - ha detto il suo legale -. Sarebbe stato offensivo chiedere la libertà». Per il caposervizio, secondo il gip, la misura è stata decisa anche in base all’età e al suo «stabile contesto familiare». Dopo circa un’ora ha lasciato il carcere di Verbania anche Enrico Perocchio: «Sono partito immediatamente per recarmi sul luogo dell’incidente, le telefonate non mi dicevano subito che era una strage. Sono partito subito nella speranza che si trattasse di un accavallamento», ha spiegato ai giornalisti tornando ai fatti del 23 maggio, il giorno della strage che ha provocato la morte di 14 persone.

Perocchio: sul momento mi sono sentito come un macigno

«Onestamente - ha aggiunto - mi sono sentito morire, ho pensato non è possibile, non è possibile, sul momento mi sono sentito come un macigno», ha quindi risposto ai cronisti che chiedevano cosa avesse pensato una volta appreso delle accuse. Tra le cose che più lo hanno colpito, ha proseguito Perocchio, c’è «il fatto che venisse detto che ho detto che fossi io ad avallare una cosa che non ho mai avallato». Il suo legale, Andrea Da Prato, ha insistito sul fatto che Perocchio non fosse a conoscenza dell’uso dei “forchettoni”.

Nerini: mi dispiace tantissimo

L’ultimo a uscire dal carcere è l’amministratore di Ferrovie del Mottarone srl, Luigi Nerini. «Mi dispiace tantissimo», sono le sue uniche parole mentre, scortato dagli avvocati, si è recato verso la sua auto. I tre restano indagati. «Il giudice ha ritenuto che le prove a loro carico non fossero sufficienti - ha detto la procuratrice Olimpia Bossi uscendo dal carcere, dopo la lettura del dispositivo da parte del gip davanti ai tre fermati nella notte di martedì 25 maggio -. Gli indagati restano gli stessi».

Le motivazioni del Gip

Secondo il Gip, il fermo per i tre «è stato eseguito al di fuori dei casi previsti dalla legge» e per questo non può essere convalidato. La motivazione addotta dalla procura era quella del pericolo di fuga, che però secondo il gip non sussiste. Durissime le motivazioni per non convalidare il fermo: «Suggestivo ma assolutamente non conferente è il richiamo al “clamore mediatico”», ha spiegato il giudice che ha definito «di totale irrilevanza» questo dettaglio in merito al pericolo di fuga per i fermati. Nel dettaglio, la gip ha sottolineato anche che non si comprende perché Perocchio o Nerini avrebbero dovuto “avallare” la decisione di inserire i forchettoni come fatto, e ammesso, da Tadini. Le dichiarazioni rese dai testimoni, infatti, accuserebbero Tadini ma non direbbero nulla, secondo il gip, a proposito della “correità” degli altri due.

Per il magistrato, che ha disposto la scarcerazione dei tre, il caposervizio Tadini ha ammesso di aver piazzato i forchettoni per disattivare i freni e ha sostenuto che il gestore Nerini e il direttore di esercizio Perocchio avevano avallato la scelta, sapeva bene che «il suo gesto scellerato aveva provocato la morte di 14 persone» e per questo avrebbe condiviso «questo immane peso, anche economico» con le «uniche due persone che avrebbero avuto la possibilità di sostenere un risarcimento danni». Per questo ha chiamato «in correità» i «soggetti forti del gruppo» per attenuare le sue «responsabilità».


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