Parlamentari baschi ago della bilancia

Mozione di sfiducia, ore contate per il governo spagnolo di Mariano Rajoy

di Michele Pignatelli

Spagna: Rajoy verso la sfiducia

3' di lettura

La stampa internazionale si è diffusamente soffermata ieri sulle sette vite di Mariano Rajoy, uno dei primi ministri europei al potere da più tempo. Senza risparmiarsi aneddoti sulla capacità di sopravvivenza, non solo politica, del premier spagnolo, uscito praticamente indenne da un incidente di elicottero nel 2005. Ma adesso, politicamente parlando, Rajoy sembra avere davvero le ore contate.

Oggi - sempre che non decida di dimettersi prima- rischia infatti di essere affossato da una mozione di sfiducia nei suoi confronti presentata dal leader del Partito socialista, Pedro Sanchez. La mozione è stata presentata la settimana scorsa, dopo la sentenza del cosiddetto caso Gürtel, uno scandalo di corruzione e fondi neri che ha coinvolto alcuni esponenti di primo piano del Partito popolare,tra cui l’ex tesoriere Luis Barcenas. L’azione parlamentare, partita inizialmente con poche chance di successo, è riuscita a convogliare consensi eterogenei: oltre agli 84 deputati socialisti, i 67 di Podemos, i 17 separatisti catalani e quelli di altri partiti minori. Decisivi per raggiungere la maggioranza di 176 voti sono diventati così i cinque voti dei nazionalisti baschi del Pnv che ieri sera hanno annunciato che voteranno contro il premier, in carica dal 2011, portando virtualmente a 180 (contro 169) il numero di sostenitori della mozione.

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Baschi ago della bilancia

Sembrava difficile che il Pnv potesse sfiduciare Rajoy, visto che il suo governo aveva destinato al Paese Basco 540 milioni nel budget 2018. Ma Sanchez, nel suo intervento di ieri davanti al Parlamento, ha garantito che, se diventerà premier, applicherà il bilancio dello Stato da poco approvato. E ha offerto un incentivo anche ai partiti catalani, annunciando che cercherà di riavviare il dialogo con la regione dopo il duro braccio di ferro con Madrid degli ultimi mesi. «Signor Rajoy, lei è parte del passato» - ha tuonato il leader socialista in aula -: si dimetta spontaneamente e sarà tutto finito».

Un governo a termine?
Con le dimissioni (che il Partito popolare ieri ha escluso), Rajoy eviterebbe l’umiliazione di essere il primo capo di governo sfiduciato con un voto parlamentare. Ma otterrebbe anche un altro risultato: quello di non consegnare subito la premiership al rivale Sanchez. Se infatti dovesse passare la mozione di sfiducia - che in Spagna è costruttiva e prevede dunque, contestualmente, l’indicazione di un premier alternativo -, il leader socialista diventerebbe immediatamente primo ministro, seppure con il sostegno di una coalizione eterogenea (Rajoy ha parlato con disprezzo di governo «Frankenstein») difficile da immaginare per un attività di governo vera e propria. Un esecutivo, insomma, in grado di fare poco se non traghettare il Paese a nuove elezioni. Con le dimissioni di Rajoy prima del voto, invece, il suo governo di minoranza resterebbe in carica per gli affari correnti, fino all’individuazione di un nuovo premier oppure - visto il difficilissimo parto dell’ultimo esecutivo Rajoy dopo il voto del 2015 e del 2016 - fino alla convocazione di elezioni anticipate.

Verso elezioni anticipate

È proprio il ritorno alle urne prima possibile l’obiettivo dell’altro importante attore politico, Ciudadanos, che appoggiava dall’esterno il governo Rajoy ed è rimasto forse volutamente ai margini nelle ultime ore di acceso dibattito, pur prendendo le distanze dai Popolari. Il partito centrista di Albert Rivera, primo nei sondaggi, non appoggerà la mozione di Sanchez («Non voglio un governo con quelli che vogliono liquidare la Spagna», ha detto il leader), ma ne aveva preparata una che chiede, appunto, la nomina di un premier indipendente con l’unico obiettivo di sciogliere il Parlamento e convocare elezioni anticipate.

Potrebbe essere proprio Ciudadanos a riempire lo spazio politico lasciato vuoto da un Pp in grave crisi.

I timori dei mercati
Con il complicarsi della situazione, la Borsa di Madrid ha chiuso ieri in calo dell’1 per cento. Ma i timori di ripercussioni vanno oltre i confini spagnoli: l’uscita di scena di Rajoy innescherebbe infatti una seconda crisi politica nel Sud dell’Europa, dopo lo stallo e le incertezze italiane che stanno già pesando sui mercati. Gli analisti considerano però il quadro generale diverso e i rischi più contenuti: Madrid, dopo la crisi che l’aveva costretta a ricorrere agli aiuti europei, ha risanato il settore bancario, attuato significative (e dolorose) riforme economiche e cresce a ritmi sostenuti; inoltre la maggior parte dei partiti spagnoli si dichiara favorevole al rispetto delle regole europee e gli investitori non temono dunque un cambio di rotta repentino o tentazioni euroscettiche.

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