INTERVISTA A MARcO ROVEDA

Mr Scaldasole è tornato: sfida sul cibo bio Total Quality

di Maurizio Maestrelli


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4' di lettura

«La scelta è tra l'essere contenti e l'essere felici. Io, poco più che ventenne, ero contento. Ma non ero felice». Strano inizio di intervista con uno degli imprenditori più brillanti e innovativi degli ultimi decenni. Al secolo Marco Roveda che è seduto di fronte a me nel suo studio di LifeGate, la radio “green” da lui fondata all'inizio degli Anni Duemila e ancora oggi presieduta. Ma la storia di Roveda risale a qualche decennio prima, all'inizio degli Anni Settanta, e per rinfrescare immediatamente la memoria a chi legge è opportuno citare subito la Fattoria Scaldasole, i cui prodotti hanno furoreggiato a lungo anche negli spot televisivi, entrata da tempo nella “Hall of Fame” delle aziende biologiche italiane. Per un semplice motivo: è stata la prima a fare questa scelta.

Roveda, la storia di Scaldasole un po' la si conosce. È il “prima” di cui si sa poco….
«Il prima è quello di un figlio degli Anni Cinquanta cresciuto all'insegna dello “studia che poi lavori, lavora che poi guadagni, guadagna che poi sei felice”. Ecco, io nemmeno trentenne, ero un imprenditore edile di successo, guadagnavo molto ed ero certamente contento. Ma non ero felice».

Cos'è successo che l'ha fatta passare dal cemento alla terra?
«I miei quattro anni in Svizzera. A lavorare a stretto contatto con i contadini che, da quelle parti, perseguivano già un tipo di agricoltura rispettosa della natura».

Un colpo di fulmine in pratica…
«Un colpo di fortuna più che altro. Questa cosa finora non l'ho mai detta a nessuno ma in Svizzera io ci andai accompagnato dai Carabinieri. Una sera a Milano mi accorsi di un'auto che mi seguiva dovunque io andassi. Mi spaventai perché quelli erano anni di sequestri di persona e io avevo già avuto qualche amico che era passato da quella terribile esperienza. Così mi rifugiai in un comando dei Carabinieri, il tentativo di sequestro fu verificato e decisi di far perdere le mie tracce almeno per un po'…».

E dopo quattro anni in Svizzera…
«Cedetti le mie aziende, acquistai un'azienda agricola e mi buttai a capofitto in un'attività che mi rendeva felice e non più solo contento».

E questo è l'inizio di Scaldasole. Fu subito un successo?
«Per niente. Ero deciso a produrre biologico e infatti il mio latte lo era, ma al tempo non esisteva un mercato per questo tipo di prodotti e il mio latte finiva mescolato a quello di tutti benché avesse un costo produzione maggiore. Dopo un paio d'anni stavo finendo sul lastrico e mi misi a pensare a come creare un valore aggiunto al mio lavoro…».

E vennero gli yogurt…
«Esatto, arrivarono gli yogurt dopo mesi di ricerca in collaborazione con esperti e professori universitari. Si trattava non solo di fare uno yogurt biologico ma anche buono, cremoso e dolce. Al tempo la qualità lasciava un po' a desiderare. Mi resi conto che forse un mercato per questo tipo di prodotti poteva esistere».

Gli yogurt Scaldasole hanno in effetti creato un nuovo mercato. Lei li ha declinati in mille modi diversi. Poi si è buttato anche nelle spremute di arancia.

«Sì, anche quelle rinnovando completamente il segmento perché mi rifiutavo di usare concentrati allungati con acqua. Le mie spremute erano davvero 100% arance. Grazie alla pastorizzazione e al confezionamento in tetrapak eliminavo qualsiasi problema di ossidazione e garantivo una shelf life adatta alla distribuzione»

Insomma, idee vincenti che tuttavia hanno avuto come conclusione la cessione di Scaldasole a Plasmon, divisione del gruppo Heinz…
«Alla fine degli Anni Novanta il mercato del biologico era ormai una realtà consolidata con migliaia di aziende operative. La breccia che avevo creato si era allargata in modo incredibile e così ebbi voglia di lanciarmi in una nuova avventura».

Ovvero LifeGate
«Esatto LifeGate. Che non è solo una radio ma un collettore di idee e un centro motore dedicato alla sostenibilità. Tutti i soldi ricavati dalla vendita di Scaldasole li ho investiti qui. LifeGate oggi vuole trasmettere valori attraverso l'editoria, ma siamo anche un provider di energia elettrica ricavata esclusivamente da fonti rinnovabili e promuoviamo campagne educative come Impatto Zero e PlasticLess».

Perché il biologico non basta?
«Il biologico è un requisito e io non vedo come possa esistere un'agricoltura diversa, ma quello che va ricercato nella propria attività è quella che io definisco la Total Quality perché un prodotto oggi deve essere accessibile al mercato, in termini di prezzo e di reperibilità, deve essere buono, bello, ovviamente bio e realizzato in modo etico e sostenibile».

E la Total Quality è la filosofia anche del suo recente rientro nel settore alimentare con AgriRoveda?
«Esatto, da un anno e mezzo mi sono rimesso in pista selezionando partner e relativi prodotti che rispondano ai requisiti della Total Quality: le birre biologiche, i prodotti a base di aloe, i succhi di frutta e altro ancora oggi in cantiere. È questa la mia nuova sfida…».

Che la rende felice?
«Un po' tribolato a dire il vero. Però, sì, felice».

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