dopo l’azione dell’esercito

Mugabe si rifiuta di dimettersi, lo Zimbabwe attende nel limbo

di Roberto Bongiorni


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3' di lettura

Rinchiuso nella sua residenza, spodestato dal trono su cui è stato seduto per 38 lunghi anni, il “padre padrone” dello Zimbabwe, Robert Mugabe, non vuole cedere. Nonostante il suo destino appaia ormai segnato, il 93enne presidente dello Zimbabwe insiste: è lui il presidente legittimo, e non accetterà di dimettersi. Di certo non lo farà volontariamente. Questa è l’informazione filtrata oggi da una fonte politica vicina al presidente.

Martedì l’esercito, con una dimostrazione di forza, aveva schierato soldati, blindati e carri armati per le strade della capitale Harare, occupando i punti nevralgici della città. Poi, in un discorso televisivo, riferendosi a Mugabe e a sua moglie Grace, aveva annunciato: «La loro sicurezza è garantita», precisando che erano «in custodia». Una versione edulcorata forse per non usare il termine“arresti domiciliari”. I militari avrebbero anche arrestato il ministro delle Finanze Ignatius Chombo ed altri due ministri, nell’ambito di quella che viene definita una caccia a «criminali» che hanno causato sofferenze al paese.

L’esercito continua a negare che sia un colpo di Stato e sembra, a parole, interessato a dare il via ad un processo di transizione, probabilmente gestito dal vice-presidente Emmerson Mnangagwa, per arrivare a libere elezioni in tempi brevi .
Alla base dell'azione militare è stata l'ultima mossa dell'anziano dittatore, nel tentativo di mantenere la sua famiglia al potere. In un clima già teso da molto tempo, la scorsa settimana Mugabe aveva defenestrato il vicepresidente Mnangagwa. Non era certo un oppositore, tutt’altro. Piuttosto un fedelissimo che ha trascorso quasi 50 anni a fianco dell'anziano dittatore e che veniva indicato come il suo naturale successore. Probabilmente incalzato dalla consorte Grace, 43 anni più giovane di lui, Mugabe lo ha accusato di tramare contro il capo di Stato. Fatto sta che il partito del presidente, lo Zanu Pf, gli ha voltato immediatamente le spalle: «Né lo Zimbabwe, né Zanu sono di proprietà di Mugabe e sua moglie. Oggi comincia una nuova era e il compagno Mnangagwa ci aiuterà a ottenere uno Zimbabwe migliore», avevano reso noto i vertici dello Zanu.

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E così il grande apparato creato dal presidente per restare al potere, inclusi i suoi potenti e temuti servizi segreti, che si sono macchiati di gravi crimini contro i civili, e le sue forze di sicurezza personali, nell’arco di 36 ore si sono squagliati come neve al sole. Mnangagwa èrientrato ieri nel Paese, mentre la moglie di Mugabe, Grace, sarebbe ancora in Zimbabwe e non fuggita all’estero come era corsa voce mercoledì.
La situazione è fluida ed incerta. Anche perchè Mugabe oltre che un politico coriaceo, è un militare determinato, abituato a lottare fino all’ultimo. Le foto diffuse ieri dal giornale zimbabwese Herald, che lo ritraggono seduto su un divano, in completo e cravatta, accanto al capo dell’esercito Constantino Chiwenga, e vicino al ministro della Difesa Sekeramayi (sembra vi fossero anche i ministri sudafricani della Difesa e della Sicurezza dello Stato) , sono di difficile interpretazione (anche sulla data esatta): una resa? Una trattativa? Un nuovo (anche se improbabile) capovolgimento di fronte?

Il presidente sudafricano Jacob Zuma ha affermato in parlamento che è troppo presto per prendere alcuna «risoluta decisione» sullo Zimbabwe, anche se la situazione politica «diverrà chiara molto presto».
Ma quasi nessuno vuole vedere Mugabe al potere, nemmeno per gestire la fase di transizione, se mai verrà. Il suo rivale storico, Morgan Tsvangirai, leader del maggiore partito di opposizione, l’Mdc-T (a lungo perseguitato da Mugabe), si è limitato a invitarlo subito alle dimissioni «nell’interesse della popolazione». Non lo ha nemmeno chiamato presidente, semplicemente «Mr. Mugabe».

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Lo scenario più attendibile, ma certamente non sicuro, è che, una volta dimessosi Mugabe, il vicepresidente Mnangagwa venga nominato presidente ad interim per guidare un Governo di unità nazionale la cui priorità assoluta non sono le elezioni, ma la disastrosa crisi economica che sta facendo implodere quello che 30-40 anni fa era uno dei più promettenti paesi dell’Africa subshariana, ricco di materie prime, diamanti, grandissime piantagioni di tabacco e terreni estremamente fertili. Un granaio regionale.
I 38 anni del regno Mugabe hanno invece trasformato lo Zimbabwe, 12 milioni di abitanti, in un Paese dove il 95% della popolazione non ha lavoro, in cui tre milioni di persone hanno scelto la via dell'esilio. La riforma agricola voluta dal presidente dittatore è stata disastrosa, la corruzione e le sanzioni internazionali scattate per le gravi violazioni dei diritti umani hanno messo in ginocchio l’economia. E se negli ultimi anni si è parlato spesso di Zimabwe, in molti casi è perchè ci si riferiva al suo inimmaginabile tasso di inflazione: salito a fine 2008 a 500 miliardi per cento. Un record assoluto.

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