Opinioni

Multilateralismo a processo all’Assemblea Generale dell’Onu

Il multilateralismo classico rischia di diventare un modello che, a forza di essere venerato come perfetto, ostacola il suo necessario aggiornamento

di Andrea Goldstein

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(AFP)

Il multilateralismo classico rischia di diventare un modello che, a forza di essere venerato come perfetto, ostacola il suo necessario aggiornamento


4' di lettura

La sessione di alto livello dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite (Unga) iniziata martedì è molto particolare: i leader mondiali pronunciano i propri discorsi online, provando l’ebbrezza che milioni di comuni cittadini conoscono da mesi con Zoom e sistemi affini, e votano attraverso un nuovo protocollo di “voto silenzioso”. Con più di 19mila decessi, New York resta la città al mondo più colpita dal Covid-19 e nessuno vuole correre rischi. A dir la verità, i capi di Stato e di governo hanno la possibilità di partecipare all’evento di persona, ma nessuno dei 33 iscritti alla sessione plenaria (tra cui ben 10 latinoamericani e solo il presidente francese Emmanuel Macron e due baltici per l’Europa) ne approfitta. Non ci si ammala, si perde però la dimensione relazionale dell’Unga, fatta di incontri nei corridoi del Palazzo di vetro, che consentono di conoscersi, negoziare e, nella migliore delle ipotesi, risolvere i problemi.

Di sfide globali cui trovare soluzioni ce ne sono in quantità, a partire chiaramente dal Covid e dalla recessione che ha provocato. Cui per il momento non sono state fornite risposte collettive e coordinate: ognuno cerca il vaccino per conto proprio e rilancia l’economia in ordine sparso, anche con un più o meno larvato protezionismo. Come ha detto il Segretario Generale dell’Onu António Guterres, il Covid-19 ha messo a nudo le fragilità del mondo in cui viviamo: ineguaglianze, clima, corruzione. In questo contesto che ne è dello sviluppo sostenibile? Mancano meno di 10 anni al 2030, termine per raggiungere i Sustainable development goals, e se ciò era difficile prima della pandemia, ora rischia di essere una mission impossible.

L’Unga 2020 è la 75esima e merita una discussione sull’avvenire: una sessione speciale si intitola “The Future We Want, the UN We Need: Reaffirming our Collective Commitment to Multilateralism”. Belle parole e condivisibili intenti, ma la realtà è che, come scrive Pier Carlo Padoan nella prefazione a L’economia italiana dopo Covid -19 (Bononia University Press), «le relazioni internazionali si sono notevolmente deteriorate, accelerando la transizione verso un modello conflittuale che era già sotto gli occhi di tutti ben prima della pandemia».

Gli esempi non mancano, l’ultimo è la decisione americana di reintrodurre le sanzioni Onu all’Iran che la comunità internazionale aveva sospeso nel 2015 nel quadro dell’accordo con cui Teheran rinunciava a sviluppare il nucleare militare. Una scelta fortemente criticata dai Paesi europei, oltre che da Cina e Russia, e una manifestazione tangibile della crisi del multilateralismo, che ne evidenzia sia gli attuali problemi, sia le debolezze strutturali.

Tra i primi spicca ovviamente l’attitudine del presidente degli Stati Uniti Donald Trump che lo considera costoso per il suo Paese, dato che gli alleati (europei, ma anche Giappone e Corea del Sud) danno un contributo economico modesto, e iniquo, dato che ha consentito alla Cina di fare concorrenza all’Occidente senza essere sanzionata per gioco pericoloso. Nel suo (breve) discorso, l’attuale inquilino della Casa Bianca ha citato la Cina dieci volte, la prima per designare il nemico invisibile con quello che, a suo dire, è il suo vero nome: «The China Virus». Di fronte al quale, designato ovviamente come Covid-19, l’unica strategia vincente è quella della cooperazione tra nazioni, ha invece sostenuto il presidente cinese Xi Jinping, che ha anche difeso l’operato dell’Organizzazione mondiale della sanità. E della globalizzazione, come già a Davos nel 2017, sostenendo che chi vi si oppone «gesticolando con la propria lancia come Don Chisciotte» va contro la storia.

Sarebbe però sbagliato e controproducente guardare solo il dito di un presidente digiuno di politica estera, e non vedere la Luna del disincanto di Washington verso un sistema che anche l’ex presidente Usa Barack Obama, il sempre rimpianto Obama, considerava vetusto. Il multilateralismo classico, nato a San Francisco nel 1944, rischia di diventare un modello che, a forza di essere venerato come perfetto, ostacola il suo necessario aggiornamento. Che, fuor di metafora, passa attraverso il ripensamento del funzionamento del Consiglio di sicurezza dell’Onu (il più esplicito è stato il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, secondo cui «il destino dell’umanità non può essere lasciato all’arbitrio di pochi Paesi»); l’incorporazione dei temi socioeconomici nell’agenda onusiana (Guterres ha proposto di redigere un “Nuovo patto globale”, che comprenda la copertura sanitaria universale e in prospettiva un reddito minimo universale); il riconoscimento che gli organi che si occupano di diritti umani sono quasi sempre inutili (e del resto non si può che sorridere amaramente ascoltando il cubano Miguel Díaz-Canel Bermúdez auspicare la democratizzazione dell’Onu); e la riforma delle agenzie specializzate e dei meccanismi di designazione delle figure apicali.

Come arrivarci? Non sarà semplice, tanto distanti sembrano gli approcci. Lunedì, Macron ha concluso il suo discorso citando il poeta e drammaturgo francese Edmond Rostand, «C’est dans la nuit qu’il est beau de croire à la lumière». Martedì invece ha evocato Winston Churchill (forse con perfidia, considerando che il primo ministro britannico Boris Johnson è stato l’unico leader di un Paese con un seggio permanente nel Consiglio di sicurezza assente) che invitava a prendere il cambiamento per la mano, prima che ci prenda alla gola. Il presidente sudafricano Cyril Ramaphosa ha auspicato che la cooperazione serva a costruire un mondo più giusto, pacifico ed equo. Mentre il suo omologo brasiliano Jair Bolsonaro ha preferito ricordare che il suo è un Paese cristiano e conservatore e si è affidato, come Trump, alla preghiera. In ciò simili al presidente iraniano Hassan Rouhani, il cui intervento – nel quale ha paragonato il proprio Paese a George Floyd, entrambi impotenti sotto il giogo dell’arroganza – è stato svolto «nel nome di Dio, il compassionevole, il misericordioso».

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