La sfida

Multinazionali in fuga, la via veneta

Impossibile trattenere chi ha deciso di lasciare, meglio trattare per gettare le basi di una reindustrializzazione del sito
In Regione l'esperienza della gestione della crisi ha portato a soluzioni positive: un modello replicabile anche in altri contesti

di Barbara Ganz

 La gestione delle crisi aziendali e delle prospettive di reindustrializzazione in Veneto passa anche per la collaborazione delle parti sociali, in primis i sindacati

3' di lettura

Impedire a una multinazionale che ha già deciso di andarsene di portare a termine il suo progetto è come fermare l’acqua con le mani. È la “lezione” maturata in Veneto dopo numerose esperienze, positive e negative. E ora che il tema è diventato nazionale, con lo scontro fra posizioni diverse – quella del ministro del Lavoro Orlando, che vorrebbe da un lato regolare e dall’altro sanzionare l’abbandono di un territorio, e quella del ministro dello Sviluppo economico Giorgetti, meno punitivo, che intenderebbe puntare sull’attrattività dell’Italia per l’insediamento di altre imprese –il laboratorio veneto si propone come modello.

«Se fermare un piano di disinvestimento già deciso è nei fatti impossibile, quello che si può fare è vincolare le multinazionali a sedersi intorno a un tavolo per rendere possibile l’arrivo di nuovi investitori e una reindustrializzazione del sito, con obiettivo primario la salvaguardia dei posti di lavoro. In Veneto questo è stato fatto più di una volta con successo, grazie alla forte collaborazione con le Parti sociali, in particolare con i sindacati» afferma l’assessore regionale al Lavoro Elena Donazzan.

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Il fattore chiave è il tempo, perché non si tratta di un’impresa semplice.

Eppure i casi positivi ci sono. Era il 2010 quando a Refrontolo, provincia di Treviso, Indesit aveva deciso di lasciare: un gioco di squadra fra azienda e sindacati è riuscita a portare nel 2013 al subentro della Sech, un’impresa di costruzioni metalliche del posto. Complessivamente l’intervento di reindustrializzazione ha garantito una risposta occupazionale per il 90% dei lavoratori coinvolti. Sfortunatamente la Sech nel 2016 è stata costretta al fallimento, dopo un anno di battaglie legali, a seguito del mancato pagamento del padiglione russo per l’Esposizione Internazionale di Milano 2015: ma questa è un’altra storia.

Altra reindustrializzazione riuscita a Pedavena, Belluno, dove nel gennaio 2006, Heineken aveva deciso di chiudere la birreria, rilevata dal birrificio Castello di Udine. Negli anni le vertenze hanno riguardato settori diversi, dal farmaceutico alla metalmeccanica. A Verona una lunga contesa ha riguardato l’uscita della multinazionale Glaxo, rimasta presente ora solo con un centro direzionale (ma non più ricerca e produzione) dopo due cessioni di rami d’azienda, mentre la Speedline di Santa Maria di Sala, provincia di Venezia, ha rischiato la chiusura da parte della multinazionale Ronal.

Va detto che, negli stessi anni, alcune multinazionali che avrebbero voluto insediarsi in Veneto non hanno avuto vita facile: basti pensare al caso dell’Ikea, intenzionata a sbarcare a Verona.

Nel 2018 il Veneto ha incassato anche la chiusura di Exo, che ha spostato in Bosnia da Maserà, privincia di Padova, la produzione degli zoccoli di plastica colorata Crocs (con conseguenti 56 licenziamenti). Quasi una nemesi, invece, quella della tormentata vicenda della Ditec di Quarto d’Altino, specializzata in porte e cancelli automatici. Nel 2012 la sede di Quarto d’Altino, produttrice di porte automatiche controllata della multinazionale svedese Assa Abloy, un bilancio sano e zero cassa integrazione, viene messa in vendita. A nulla servono le minacce di boicottaggio dei prodotti svedesi e nemmeno l’iniziativa di due sindache, quella di Quarto d’Altino e della vicina Roncade (comune trevigiano dove risiedevano numerosi lavoratori), Silvia Conte e Simonetta Rubinato, che erano anche volate in Svezia per tentare di convincere la multinazionale svedese a rivedere la propria decisione: avevano anche le due prime cittadine avevano partecipato all’assemblea annuale degli azionisti di Assa Abloy, con diritto di parola avendo acquistato un’azione ciascuna del valore di 20 euro. Nel giugno 2020, la svedese è stata a sua volta acquisita, e da una italiana, la bolognese Faac.

Pensare alla reindustrializzazione dei siti lasciati vuoti, anziché tentare di fermare un processo irreversibile, è la chiave messa a punto in Veneto, confortata dai casi positivi (si veda pagina di destra). «Nella nostra esperienza, oltre al tempo, la questione fondamentale è l’intesa con la multinazionale: se questa viene meno, allora le percentuali di successo crollano» continua l’assessore regionale.

La storia fin qui insegna che a subentrare in una produzione può essere qualcuno dello stesso ambito produttivo, ma anche di settori non affini. In entrambe le casistiche, più delle penalizzazioni all’uscita, possono essere utili misure di supporto a chi decide di subentrare nella gestione del sito produttivo. «Oltre al confronto con la multinazionale è necessario strutturare di un sistema integrato tra Stato e regioni in grado di attrarre nuovi soggetti industriali, anche attraverso l’implementazione di misure che sostengano i processi reindustrializzazione. La crisi pandemica ha evidenziato la possibilità di intervenire, seppur temporaneamente, in termini di flessibilità rispetto al sistema degli aiuti di Stato» è l’analisi di Mattia Losego, coordinatore operativo dell’Unità di crisi aziendali regionali. Per questo, conclude, «sarebbe utile avviare un confronto con gli organismi comunitari per rendere strutturale un quadro di aiuto finalizzato a sostenere le riqualificazioni o riconversioni produttive con salvaguardia dei livelli occupazionali».

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