dopo la decisione del tar del lazio

Musei, sulla riforma decide il Consiglio di Stato

di Antonello Cherchi

Il ministro dei Beni Culturali Dario Franceschini (Ansa)

3' di lettura

Visitatori aumentati del 10% e incassi del 19: sono questi i numeri fatti registrare in un anno di riforma dai venti musei autonomi, sistema che ora rischia di andare in tilt dopo le sentenze del Tar Lazio che hanno annullato gli atti di nomina di cinque direttori di quei venti istituti. In realtà i musei coinvolti dalle pronunce del tribunale capitolino sono sei, ma - secondo un’interpretazione dell’Avvocatura dello Stato - non riguarderebbero il parco di Paestum , che ha un responsabile straniero (il tedesco Gabriel Zuchtriegel). E questo per un difetto di notifica del ricorso.

Restano gli altri cinque direttori (di cui uno straniero) che da ieri sono rimasti a casa, in attesa dell’appello al Consiglio di Stato, che i Beni culturali - come ha ribadito il ministro Dario Franceschini - presenterà al più presto, confidando in un celere accoglimento della richiesta di sospensiva dei verdetti del Tar. In questo modo, i direttori sospesi potranno ritornare subito al lavoro e lasciare che Palazzo Spada decida poi nel merito della questione.

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Intanto, monta la polemica. Il segretario del Pd Renzi e il ministro della Giustizia Orlando hanno perorato il cambiamento dei Tar, provocando la reazione dei magistrati: secondo l’Anma, l’associazione dei giudici Tar, «il problema sono le norme scritte male e i concorsi fatti peggio. Assurdo prendersela con i Tar».

Nel frattempo, ai Beni culturali si sta studiando il da farsi per dare continuità all’attività dei cinque musei privi di direttore. Si percorrerà la via della supplenza, ma chi sarà chiamato a gestire la situazione non potrà che limitarsi all’attività ordinaria. E questo proprio per il profilo che la riforma ha voluto disegnare sia dei musei sia di chi è stato designato a dirigerli. I primi, infatti, sono stati dotati di piena autonomia: si è iniziato con venti istituti e si è proseguito con altri dieci, ai quali vanno aggiunti il sito archeologico di Pompei e il neonato Parco del Colosseo, anch’essi provvisti di ampi margini di manovra. Il direttore è il fulcro dell’attività dei musei autonomi, perché la riforma gli ha assegnato ampi poteri.

I numeri al momento ragione a questa nuova impostazione: se si rimane ai cinque musei ora orfani di responsabile, tutti nel 2016 hanno fatto registrare aumenti di visitatori e di incassi rispetto al 2015, anno in cui la riforma è diventata operativa. Se si allarga lo sguardo a tutti e venti gli istituti che per primi sono diventati autonomi, i numeri sono altrettanto positivi: visitatori passati da 6,9 a 7,7 milioni e incassi da 34,7 a 41,4 milioni di euro.

«Mi mordo la lingua anche perché da avvocato so che le sentenze si rispettano - ha affermato ieri Franceschini - ma questa situazione ci espone a una brutta figura internazionale». Al ministero sono convinti che alle censure esposte dal Tar si possa agevolmente controbattere in appello. Già in un comunicato diramato ieri, i Beni culturali hanno messo in fila le possibili argomentazioni da usare una volta davanti ai giudici di Palazzo Spada.

Intanto, la chiusura alle candidature straniere. Il Tar ha citato l’articolo 38 del decreto legislativo 165 del 2001 sul reclutamento di stranieri nella pubblica amministrazione, affermando che per “arruolare” direttori d’Oltralpe sarebbe stata necessaria un’esplicita deroga a quella normativa. Censura che potrebbe colpire anche gli altri cinque direttori stranieri. Dai Beni culturali si ribatte che sia la giurisprudenza comunitaria sia quella italiana - esiste in tal senso una decisione del Consiglio di Stato - hanno reso obsolete la disposizione del 2001. Dunque, non era necessaria alcuna deroga.

Sul fatto, inoltre, che i colloqui per la scelta dei direttori sia avvenuta a porte chiuse, con pregiudizio per la trasparenza, dal ministero fanno notare che la selezione «è avvenuta nel rispetto dei più alti standard internazionali» e che dei colloqui esistono file audio «accessibili come tutti gli altri atti della selezione».

Infine, c’è il punto dei criteri di valutazione delle prove orali, che secondo il Tar non hanno consentito di comprendere il reale punteggio attribuito a ciascun candidato. Rilievo che, secondo i Beni culturali, non tiene conto del fatto che i candidati sono stati giudicati sulla base dei criteri previsti dalla legge sul pubblico impiego e dei parametri, anche in questo caso di respiro internazionale, messi a punto dalla commissione.

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