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Musica e soldi: quanti ne giravano negli anni 70 e quanti ne girano ora

Tra musica e denaro esiste un’attrazione fatale. Almeno dai tempi del «Barbiere di Siviglia». Ma quanto valeva il music business quando i Pink Floyd suonavano «Money»? E quanto vale oggi, nell’era del fenomeno K-pop? La risposta sta nei dati Ifpi degli ultimi 45 anni

di Francesco Prisco


Musica e soldi, quanto vale la «music economy»

5' di lettura

La musica è intimamente attratta dal denaro. «All’idea di quel metallo portentoso, onnipossente, un vulcano la mia mente già incomincia a diventar», cantava Figaro, Il barbiere di Siviglia di Gioacchino Rossini.

Era il 1816 e l’opera rappresentava ancora il divertimento per eccellenza delle corti europee, in agguerrita concorrenza quando si trattava di assicurarsi i migliori esecutori e i compositori del momento. Tenere aperto un teatro è sempre stato costoso, ma di fronte alla grandeur di un Principe non c’è mai stata speding review che tenesse.

Gli anni ruggenti dell’industria discografica
«Money, it’s a gas», i soldi ti gasano, secondo la lezione di Roger Waters, bassista e ideologo dei Pink Floyd, autore di quello che probabilmente è il brano musicale dedicato ai soldi più celebre di tutti i tempi. Era il 1973, l’industria discografica una specie di macchina trita-tutto capace di vendere 802 milioni di album e generare un giro d’affari globale di 4,5 miliardi di dollari, quando con un dollaro, negli Stati Uniti, ci compravi tre menù completi di cibo Morton Tv Dinners.

Era l’epoca delle rockstar planetarie, status inaugurato nel decennio precedente dai Beatles, gente che collezionava fuoriserie, volava su aerei griffati con il logo della propria band e distruggeva le suite dei migliori alberghi. Erano gli anni dei trionfi di Rolling Stones e Led Zeppelin, la discografia rappresentava il segmento trainante del music business, con una folla meravigliosamente disordinata di soggetti produttivi tra major e case discografiche indipendenti. I concerti apparivano in ascesa sull’onda dei maxi-raduni da centinaia di migliaia di spettatori che cominciavano a diventare un format sempre più frequentato nel mondo occidentale e gli speciali televisivi alimentavano il mercato del diritto d’autore.

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    Il music business dopo la grande crisi
    «La musica il pane quotidiano lo dà solo a chi è celiaco», canta invece nel 2017 Riccardo Zanotti, front leader dei Pinguini Tattici Nucleari. Un verso che restituisce in pieno il rapporto completamente rivoluzionato tra la musica e i soldi: la discografia ha vissuto una crisi profonda, innescata dall’esplosione di Napster nei primi anni Duemila e la diffusione del libero download più o meno legale di file mp3. Dopo i ricavi sontuosi degli anni Novanta (nel 1996 l’industria discografica tocca il picco di 39,6 miliardi di dollari), la discografia per una lunga fase non è riuscita a tenere il passo del cambiamento tecnologico: lo ha visto esplodere proprio malgrado, lo ha subito, successivamente inseguito. È morto di fatto un supporto - quel cd che negli anni Ottanta veniva promosso come il futuro dell’alta fedeltà e nei Novanta aveva rimpiazzato il vinile – con un conseguente tracollo del giro d’affari di settore (record negativo di 14,3 miliardi di dollari nel 2014), poi la macchina si è rimessa in moto grazie a un fenomeno nuovo – lo streaming, soprattutto quello premium – e i ricavi si sono rimessi a crescere, fino ai 19,1 miliardi di dollari dell’ultimo rapporto Ifpi. Fatturati di nuovo in crescita, nella consapevolezza che, comunque la si metta, il mondo del music business non tornerà mai più quello di prima della crisi. Certi equilibri sono completamente saltati. Per dire: tra gli artisti più venduti a livello globale nel 2018, alle spalle del rapper canadese Drake, troviamo la boy band coreana Bts, punta di diamante del fenomeno K-pop. Quant’è vero che l’Asia è la nuova locomotiva della discografia mondiale.

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    Cambia la musica: da bene a servizio
    Raccontare la music economy, tutta l’economia – diretta e diretta - che ruota intorno alla musica, significa innanzitutto provare a descrivere questo grande cambiamento che ha investito la filiera, sovvertito le gerarchie tra segmenti di attività, rivoluzionato in alcuni casi drammaticamente le vite di chi la musica la produce e le abitudini di chi ne fruisce. La musica non è affatto finita, come si temeva potesse accadere a inizio millennio. Anzi, per paradosso non ce n’è mai stata tanta intorno a noi: ci accompagna in cuffia, riprodotta dai nostri smartphone, mentre facciamo jogging al parco, ci segue tra gli scaffali del supermercato mentre facciamo la spesa, arricchisce le nostre stories su Instagram. Per provocazione, potremmo addirittura dire che ce n’è persino troppa: da bene da possedere (il vecchio Lp o il cd acquistati con la paghetta settimanale) è diventata un servizio, talvolta fruito gratuitamente grazie alle inserzioni pubblicitarie, una commodity persino. Costa meno per chi ne fruisce, ma forse non arriverà mai a possederla fino in fondo come succede con il supporto fisico, muove di certo meno soldi per chi la produce.

    Quanto vale la music economy
    Quanto vale di preciso oggi la music economy? Se sommiamo gli ultimi dati disponibili sul mercato globale di discografia, diritto d’autore, concerti e strumenti musicali si ottiene una cifra che ruota intorno ai 69 miliardi di dollari. Considerando lo stesso perimetro, in Italia il valore complessivo del comparto raggiunge gli 1,4 miliardi di euro.

    Perimetro molto più ampio quello che invece prendeva in considerazione l’ultimo rapporto Italia Creativa, commissionato a Ernst & Young da ministero dei Beni culturali e Siae: per l’annualità 2015 si arrivava addirittura a quota 4,7 miliardi, tenendo per esempio dentro anche segmenti come le attivvità da ballo (ossia discoteche e feste danzanti) che da sole in un anno muovono intorno al miliardo di euro, i ricavi da insegnamento musicale (360 milioni), la vendita di apparecchiature per la riproduzione audio (1,1 miliardi) e i contributi musicali da parte degli enti locali (98 milioni). Quanto ai lavoratori di settore, Italia Creativa ne contava poco meno di 169mila. Se si ragiona di gerarchie tra i segmenti, oggi i concerti in Italia (445 milioni di euro) e nel mondo (25 miliardi di dollari) muovono più della discografia. È il cambiamento, bellezza.

    Il rapporto (ribaltato) tra concerti e dischi
    Raccontare il cambiamento in atto nel settore corrisponde spesso a ripercorrere una storia di grandi concentrazioni. In tutti i segmenti. La discografia mondiale, dopo la scomparsa di Emi, gigante inglese che produsse Beatles e Pink Floyd, è per esempio in mano a tre major: leader di mercato è Universal Music, controllata da Vivendi, la holding di Vincent Bolloré, poi vengono Sony Music, espressione della conglomerata giapponese Sony, e Warner Music, nel portafoglio del miliardario di origine ucraina Len Blavatnik. Al di fuori di questo recinto c’è il cosiddetto mondo indipendente, dove non mancano player rilevanti, come l’inglese XL Recordings che dagli anni Novanta a questa parte ha scoperto gente del calibro di Prodigy e Adele. Nel live comandano gli americani: Live Nation e Aeg, prima di tutti gli altri, mentre qui in Europa tengono banco i tedeschi di Cts Eventim. Gli artisti vivono di live: i tour si espandono, i concerti crescono di dimensione per diventare «esperienze», come il «Jova Beach Party» di Jovanotti. L’attività discografica serve soprattutto a «fare repertorio» da eseguire dal vivo. E dire che i Beatles diventarono i Beatles quando decisero di sospendere l’attività sul palco e concentrarsi su scrittura e sala d’incisione. Quel capolavoro intitolato Sgt. Pepper nacque così. Chi potrebbe permetterselo oggi un lusso del genere?

    Riproduzione riservata ©
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      Francesco PriscoRedattore

      Luogo: Milano

      Lingue parlate: italiano, inglese

      Argomenti: economia della cultura e dell'entertainment, musica, libri, cinema, cultura, società

      Premi: Premio Giornalistico State Street 2018 - Categoria: Innovation

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