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Mustier: «Per UniCredit non è ora di fusioni. Carige? Solo crescita interna»

di Alessandro Graziani


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(Ansa)

4' di lettura

«Non vedo fusioni cross border tra banche europee nel breve-medio termine. E parlo di una prospettiva di anni, non di mesi. Ostacoli regolamentari e difficoltà nel fare sinergie le rendono impraticabili. Per tutti, ovviamente anche per UniCredit. Ma questo per noi, che già siamo paneuropei, può essere un vantaggio competitivo». Il ceo di UniCredit Jean Pierre Mustier cala il sipario sulle ipotesi di nozze con Societe Generale o Commerzbank, più volte ipotizzate dal mercato, e si proietta verso il nuovo piano industriale quadriennale che la banca presenterà a inizio dicembre dopo il lavoro preparatorio di un team appena riorganizzato.

UniCredit ha chiuso il 2018 con utili trimestrali al top da dieci anni. Ma in Borsa il titolo è vicino ai minimi e l’economia italiana è in recessione tecnica. I vostri target reddituali per il 2019 cambieranno?
Confermiamo tutti i target del 2019, compresi l’utile netto di 4,7 miliardi e il rendimento del 9% sul capitale tangibile. Usciamo da un anno molto positivo, con una buona dinamica commerciale anche in Italia dove i nuovi prestiti all’economia hanno superato i 25 miliardi. Siamo soddisfatti e fiduciosi e personalmente sono orgoglioso del grande lavoro di tutta la squadra di UniCredit.

Sì ma la recessione non spaventa? Non crede che torneranno ad aumentare i crediti in sofferenza nei bilanci delle banche?
C’è sempre uno sfasamento temporale tra difficoltà dell’economia e peggioramento dello stato di salute dei prestiti. Ma mi lasci dire che l’Italia nel 2019 non sarà in recessione, l’economia rallenta ma le previsioni danno in media una crescita del Pil dello 0,5%. Per quanto riguarda UniCredit, la diversificazione di business e geografica del gruppo ci tutela dai rischi di frenata dell’economia in questo o quel Paese. Ma sull’Italia vorrei aggiungere che in un orizzonte di medio termine sono molto più ottimista di molti italiani.

Su che basi poggia il suo ottimismo?
L’Italia ha un tessuto di imprese molto forti e innovative. Il Paese deve garantire la sostenibilità del debito pubblico, che comunque per circa il 65% è in mano direttamente o indirettamente a italiani, ma l'economia reale è solida. Non solo. Anche socialmente, io vedo in Italia un Paese con meno divaricazioni e più omogeneo rispetto per esempio alla Francia.

Eppure il rischio Italia misurato dallo spread Btp-Bund, emerso nel secondo semestre del 2018 con la nuova compagine di Governo, preoccupa gli investitori e penalizza anche la vostra valutazione di Borsa che è ai minimi dell'era Mustier.
Pur essendo un grande gruppo paneuropeo, da questo punto di vista il mercato ci considera una banca italiana. Sì, è vero, il rischio Italia penalizza in questa fase il valore di Borsa di UniCredit. Ma dobbiamo guardare al medio termine ed avere fiducia. Io sono il primo ad averla e per questo ho investito ancora una volta in azioni e obbligazioni UniCredit. Credo nella banca e credo nell’Italia. Siamo una banca con requisiti patrimoniali solidi, che sta realizzando con successo e in anticipo i propri obiettivi.

Non teme che la crescita del debito pubblico e la frenata del Pil porti a un peggioramento del rating sovrano da parte delle agenzie di rating?
La stabilizzazione del debito pubblico è una priorità. Bisogna evitare il declassamento del rating a non investment grade dell'Italia. Sono fiducioso che ciò non accada e che il Governo faccia di tutto per evitarlo.

Anche per timore del rating, tempo fa sul mercato è circolata l'ipotesi che UniCredit possa separare le attività italiane dal resto degli asset europei. Cosa può dire?
Come nel caso di ipotesi di fusione fantasiose, non commentiamo mai i rumor di mercato. Vi posso dire però che UniCredit è e resterà quotata in Italia e manterrà il quartier generale qui.

Escluse operazioni straordinarie all’estero, in Italia pensate di avere un ruolo nel salvataggio di Carige?
Non parlo mai di singoli dossier. Ma ribadisco che il nostro piano a fine 2019 è basato solo sulla crescita organica. Tirate voi le conclusioni.

Abbiamo capito che non farete m&a nel breve e medio periodo. Ma sono possibili nuove cessioni di asset? La banca in Turchia, per esempio...
Nel 2018 abbiamo effettuato una svalutazione degli asset in Turchia, che in futuro può diventare una ripresa di valore, ma da Yapi Kredi sono arrivati poi nel 2018 dividendi analoghi a quelli del 2017. La Turchia resta un Paese dalle grandi potenzialità economiche in cui UniCredit intende rimanere.

A dicembre presenterete il nuovo piano quadriennale. Sarà ancora stand alone? Perché il riassetto della squadra manageriale?
Come tutti i business plan, la previsione di partenza è di crescita in autonomia. Disegneremo la UniCredit di domani e per questo è necessario che i manager chiamati a realizzare il piano siano già in carica nella fase in cui stiamo progettando il nuovo business plan.

Il banchiere Andrea Orcel è temporaneamente disoccupato. Di lui si sa che aveva due rapporti storici: con Santander e con UniCredit. Sfumata l’opzione spagnola, potrebbe approdare da voi?
Orcel è un banchiere d’affari molto capace. Ma il nostro modello di business è quello di una banca commerciale.

La scorsa estate aveva chiesto a gran voce che i soci dello Ieo, centro ospedaliero e di ricerca a Milano, accogliessero i piani di investimento di Leonardo Del Vecchio. Non risulta che siano stati fatti passi avanti. Che ne pensa?
La mia visione non è cambiata. Del Vecchio ha fatto una proposta di grandissima generosità. Se non venisse accettata o se lui fosse costretto a ritirarla, sarebbe un peccato per i cittadini, per Milano e per l'Italia. Spero che venga trovata una soluzione. Il tema ora è nelle mani del board dello Ieo.

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