il voto per l’assemblea regionale

Musumeci presidente, il centrodestra conquista la Sicilia

di Vittorio Nuti

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(ANSA)


6' di lettura

Quindici ore, dalle 8 di questa mattina fin quasi a mezzanotte. Tanto è durata in Sicilia la conta dei voti che incorona il candidato del Centrodestra Nello Musumeci nuovo Governatore dell'isola. Lo spoglio delle elezioni per la scelta del nuovo presidente della Regione e i componenti dell'Assemblea di Palazzo D'Orleans conferma i pronostici maturati già domenica sera con i primi exit poll e assegna alla coalizione di Centrodestra guidata da Nello Musumeci (FI, FdI, Noi con Salvini, #DiventeràBellissima, MpA, Rinascimento, Udc, liberali, Scelta Civica e Cantiere Popolare) il 39,8% dei suffragi. Un dato che gela i sogni di sorpasso del candidato Cinque Stelle Giancarlo Cancelleri che si ferma al 34,6%. Il Movimento, che avanza pure il sospetto di «brogli», festeggia comunque il miglior risultato di lista.

Batosta Pd. Al voto meno della metà dei siciliani
Vera e propria batosta elettorale invece per il candidato del Centrosinistra, Fabrizio Micari, assai deluso dal 18,6% dei voti raccolti da una colazione che metteva insieme Pd, Ap-Ncd, Centro Democratico, Sicilia Futura e Psi. Molto meno deluso dal voto il candidato della “sinistra sinistra”, Claudio Fava, che grazie alla sua leadership su una coalizione che schierava Mdo, Sinistra Italiana, Campo Progressista, Possibile, Verdi e Rifondazione festeggia il ritorno nell'Assemblea siciliana con il 6,1% dei consensi, al di sopra della soglia di sbarramento del 5% prevista dalle norme elettorali siciliane. Ma tra i siciliani lo schieramento più numeroso resta ancora una volta quello dell'astensione: alle urne solo il 46,76% dei votanti, mentre il 53,23% ha disertato i seggi. Solo Catania e Messina le provincie dove ha votato oltre la metà dell'elettorato.

In Sicilia vince il partito dell’astensione

Berlusconi si appropria della vittoria: merito dei moderati
Sul fronte del Centrodestra, la giornata di attesa per il lungo spoglio delle schede elettorali è costellata da un susseguirsi di omaggi alla leadership dell'ex Cavaliere, tra cui spicca l'abbraccio del Governatore della leghista Lombardia, Roberto Maroni, che arriva a definire «immortale» Berlusconi: «È sempre lui che dà le carte». Molti i grazie che arrivano al presidente Berlusconi, «per la sua grande generosità e per aver dato alla campagna elettorale lo sprint finale e decisivo» (Brunetta), per aver imposto l'unità del centrodestra, «la via della saggezza indicata e interpretata in prima persona» (Gasparri), per il «nuovo bel capitolo per il centro-destra unito» (Toti). Nel tardo pomeriggio, quando ormai l'elezione di Nello Musumeci non appare più a rischio, il neogovernatore promette il suo impegno per superare le divisioni delle campagna elettorale con un classico «sarò il presidente di tutti», e «combatterò per la Sicilia». Berlusconi, via Facebook, provvede invece a mettere ufficialmente il cappello sul risultato. La vittoria, spiega, è sua «e dei moderati che credono nella possibilità di un futuro migliore». E il centrodestra moderato, insiste con un occhio al leader della Lega Salvini, «è la sola alternativa al grave pericolo che il nostro Paese cada in mano al ribellismo, al pauperismo e giustizialismo». Parole che tracciano la strategia che l'ex premier ha intenzione di perseguire per consolidare la sua guida e il primato di Fi nella coalizione: solo un centrodestra con moderato trainato da Berlusconi può battere il Movimento Cinque Stelle. Il Pd non viene mai chiamato in causa. Ad intralciare la linea del Cavaliere ci pensa il “solito” Salvini, che si esalta per i «voti determinanti» della Lega per l'elezione di Musumeci, rilanciando la sua leadership del segretario del carroccio e la sua proposta politica «fondata su onestà, concretezza e buona amministrazione».

Di Maio, da Sicilia parte onda che ci porterà governo
Tra i pentastellati, il secondo posto non spegne l'entusiasmo per l'ottima performance elettorale. «Noi dobbiamo essere orgogliosi. Loro vincono? Fantastico, va bene, ma è una vittoria infangata dagli impresentabili. Il nostro voto è bello e dobbiamo comunicarlo agli astenuti», esulta il candidato premier Luigi Di Maio, che parlando al comitato elettorale sottolinea il ruolo giocato dagli astenuti al voto di domenica: «con il 3-4% in più potevamo batterli, bastava che qualcuno di loro andasse a votare». Dettagli, rispetto al quadro generale che dà la carica al Movimento per l'assalto a palazzo Chigi. Il voto siciliano, spiega ai militanti Di Maio - che rinuncia al duello in tv con Renzi, ormai considerato un candidato premier di serie b - non li porta alla presidenza della Regione Sicilia, «ma da qui parte un'onda che tra 4 mesi ci può portare al 40%». Noi, aggiunge, «abbiamo un voto libero», e dopo le Politiche 2018, il M5S «potrà chiedere l'incarico di governo al Colle». «Rallegratevi, siamo il primo partito nell'Isola», ricorda invece Cancelleri, il secondo arrivato della corsa a Palazzo D'Orleans, pronto a ribadire che «né in questa legislatura, né in altre vite ci sarà dialogo con chi ha candidato gli impresentabili». Una linea che spiega il rifiuto di chiamare il vincitore per riconoscere la sconfitta, visto che la vittoria di Musumeci «è contaminata dagli impresentabili e dalla complicità dei media nazionali».

Micari flop tra voto disgiunto e divisioni a sinistra
Per quanto ampiamente attesa, in casa dem la batosta elettorale costringe il partito di Renzi a una prima analisi a caldo affidata al candidato terzo arrivato, Fabrizio Micari, in attesa che dal Nazareno esca una lettura ufficiale del voto, prennunciata per domani dal segretario Renzi. Il 19% recuperato dal centrosinistra nel voto di domenica «non mi soddisfa», spiega Micari dopo aver concordato la linea con il segretario dem, attribuendo il grave flop delle urne al voto disgiunto e «al fatto che le liste della coalizione con il 26% hanno preso meno di quanto ci aspettavamo. Questo è un risultato dovuto da un lato a un ragionamento sul Governo Crocetta, e dunque è un disappunto sull'operato del governo e dall'altro a questa divisione della sinistra». I sondaggi, le divisioni nel centrosinistra e la vicenda degli impresentabili nelle liste «hanno indotto gli elettori a votare il candidato del M5s Giancarlo Cancelleri pur di fermare Musumeci». Grazie al voto disgiunto, infatti, «noi perdiamo il 7% Cancelleri guadagna l'8%». Per Micari, la sconfitta è anche colpa della sinistra e dei bersaniani che hanno fatto «una battaglia contro di noi, contro Renzi». A Radio Radicale, il capogruppo dem alla Camera Ettore Rosato vede il bicchiere mezzo pieno. Il risultato come Pd «è esattamente quello di cinque anni fa e forse un po' di più ma le condizioni politiche sono totalmente diverse: ora il centrodestra è unito e la divisione a sinistra certo non ha aiutato, per gli elettori la frattura indeboliva la candidatura di Micari e questo ha pesato».

Centristi fuori dall'Ars, la sinistra sinistra rientra dopo un decennio
La giornata garantisce sorprese anche tra chi entra e chi esce da Palazzo d'Orleans. La soglia di sbarramento al 5% è infatti fatale per i candidati centristi di Ap. Tra le vittime eccellenti del voto, in particolare, rientra Giovanni Ardizzone, attuale presidente del Parlamento regionale, capolista a Messina, dove Ap sfiora la soglia di ingresso all'Ars ma la sua performance è al di sotto delle aspettative, ponendosi al penultimo posto tra tutte le liste. Il leader del partito, Angelino Alfano, è costretto a riconoscere il risultato «negativo» del voto siciliano, ma ribadisce lo schieramento a sinistra, posizionamento che non suscita «rimpianti» perché «abbiamo fatto la scelta giusta». Alfano non teme neanche il voto alle Politiche, perché lo sbarramento in Sicilia è superiore a quello nazionale (3%). Ma il malumore nelle fila del partito cresce, e sono in molti a pensare che una corsa in solitario di Ap avrebbe portato molti più voti. Ma per l'analisi del voto centrista e soprattutto le prospettive future in vista delle politiche bisognerà attendere la Direzione nazionale di domani e la conferenza programmatica in programma sabato.
Per un piccolo partito che esce un altro entra. Dopo un'assenza di dieci anni, il voto siciliano sancisce infatti il ritorno della “sinistra sinistra” nel Parlamento siciliano, nella persona del movimento “Cento Passi” guidato da Claudio Fava. «Ci torna per restarci, per fare opposizione, per lanciare, a partire dalla Sicilia, una proposta politica che guarda anche al resto del Paese, con lo sguardo rivolto al futuro», spiega Fava in conferenza stampa. Un appuntamento rinviato più volte nel corso del pomeriggio per il timore che il risultato regionale della lista fosse troppo risicato rispetto alla soglia di sbarramento del 5%, contrariamente al dato conseguito a Palermo città, dove si è attestato ampiamento sopra l'8%.

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