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Myanmar, Biden minaccia sanzioni e il Consiglio di sicurezza Onu si riunisce

Il Giappone invita alla cautela: «Non spingiamo il Paese nelle braccia della Cina». Suzuki blocca la produzione nel Paese

di Gianluca Di Donfrancesco

Golpe Myanmar, condanna internazionale. Usa minacciano sanzioni

4' di lettura

Il presidente statunitense, Joe Biden, ha minacciato il ripristino delle sanzioni che colpivano il Myanmar ai tempi della dittatura della giunta militare, revocate da Barack Obama quando i generali hanno avviato il processo di democratizzazione, interrotto dal golpe. Lunedì 1° febbraio all’alba, la leader del Governo civile Aung San Suu Kyi è stata presa in custodia dai militari che hanno destituito l’Esecutivo e proclamato lo stato di emergenza, assumendo il controllo del Paese.

La National League for Democracy (Nld), il partito di Suu Kyi, ne ha chiesto il rilascio immediato, forte anche della pressione che arriva dalla comunità internazionale. La situazione nelle strade delle principali città resta calma. Il gruppo di attivisti dello Yangon Youth Network, uno dei più grandi del Paese, ha lanciato una campagna di disobbedienza civile. Sul fronte opposto, i sostenitori dei militari hanno organizzato cortei a Yangon, il cui aeroporto resterà chiuso fino a maggio, con l’estensione del blocco già deciso a causa del Covid-19.

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Secondo un funzionario della Nld, Suu Kyi sarebbe prigioniera nella sua abitazione, ma non ci sono conferme ufficiali. Nella stessa situazione si troverebbero circa 45 leader del partito.

Il ruolo della Cina

Il dossier finirà martedì 2 febbraio sul tavolo del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, dove con ogni probabilità la Cina si opporrà a prese di posizione dure. Già lunedì, il regime di Pechino si era smarcato dalla netta condanna espressa da Onu, Ue, Usa, Giappone (tra gli altri). E martedì, il ministero degli Esteri ha dichiarato che «tutte le azioni della comunità internazionale devono contribuire alla stabilità politica e sociale del Myanmar, così da prevenire che le tensioni si inaspriscano». Già nel 2017, appoggiata dalla Russia, la Cina ha protetto il Myanmar da qualsiasi azione significativa del Consiglio di sicurezza contro la pulizia etnica ai danni dell’etnia rohingya.

Anche dopo le aperture democratiche concesse dai generali, la Cina resta il primo e preponderante partner commerciale del Myanmar e il suo principale protettore. Pechino ha promesso di donare il vaccino per il Covid-19 al Paese, che, neanche a dirlo, è beneficiario degli investimenti per la realizzazione della Nuova Via della Seta, con decine di progetti. Alla fine dello scorso anno, la Cina era il secondo più grande investitore del Myanmar dopo Singapore, con 21,5 miliardi di dollari. Pechino rappresenta anche circa un terzo di tutto il commercio del Myanmar, circa 10 volte di più degli Stati Uniti.

Tra i due Paesi c’è un rapporto di «amicizia», come lo ha definito il ministero degli Esteri cinese, sul quale il capo dell’esercito, Min Aung Hlaing, conta molto. Nuove sanzioni da parte degli Stati Uniti e dell’Europa preoccupano solo relativamente la giunta. Più problematiche sarebbero misure prese da Giappone e Corea del Sud, ma ai generali potrebbero bastare i rapporti con la Cina, come ai tempi più bui della dittatura.

«Se non ci muoviamo bene, il Myanmar potrebbe allontanarsi ulteriormente dalle nazioni democratiche e liberali e chiudersi nella sfera di influenza cinese», ha avvisato il ministro della Difesa giapponese, Yasuhide Nakayama. «E questo sarebbe un rischio per la regione», ha aggiunto. Il Giappone ha programmi di collaborazione militare con il Myanmar, di cui è uno dei principali Paesi donatori, proprio nel tentativo ti staccarlo dall’abbraccio di Pechino.

Secondo i media di Stato cinesi, il golpe e l’arresto di Suu Kyi e dei capi della Nld sono solo «un importante rimpasto di Governo», come scrive la Xinhua, «un aggiustamento alla struttura di potere disfunzionale del Paese», per il Global Times.

Suzuki ferma la produzione

Intanto sono già scattati i campanelli di allarme nei quartier generali delle multinazionali che hanno investito nel Paese in questi anni, attirate da un mercato potenziale da 55 milioni di abitanti e da un costo del lavoro bassissimo.

La giapponese Suzuki ha annunciato lo stop alla produzione nei due stabilimenti a Yangon, che danno lavoro a circa 400 dipendenti, per garantirne l’incolumità. Nel 2019 Suzuki ha prodotto 13.300 vetture in Myanmar, con una quota di mercato vicina al 60%. Nei piani della società c’è la costruzione di una nuova fabbrica per assemblare 40mila autoveicoli all’anno.

Il gruppo thailandese delle costruzioni Amata ha a sua volta annunciato che sta rallentando gli investimenti per la realizzazione di una zona industriale a Yangon, per il timore di sanzioni e disordini. «Dobbiamo frenare», ha detto il chief marketing officer, Viboon Kromadit. Amata ha finora investito 4,7 milioni di dollari in un progetto che ha richiesto 5 anni solo per ottenere i permessi necessari e che, una volta completato, varrebbe un miliardo di dollari.

Anche l’australiana Woodside Petroleum ha detto di aver fermato alcune delle sue attività nel Paese. Woodside collabora con la francese Total e con il conglomerato birmano Mprl E&P nello sfruttamento del primo giacimento di gas sottomarino ad alta profondità. Dal 2014 ha investito più di 400 milioni di dollari in Myanmar.

Se le dittature non necessariamente sono un male per gli affari, le sanzioni internazionali invece rappresentano un’incognita pesante. Dopo il boom registrato tra il 2014 e il 2017, a cavallo delle prime elezioni libere, gli investimenti diretti esteri avevano già subito una frenata. Dal 2011, il Myanmar ha aperto settori come l’esplorazione energetica, le assicurazioni, le banche e le telecomunicazioni alla partecipazione straniera, attraendo big come la giapponese Aeon, la Posco, la norvegese Telenor, l’italiana Eni.

In frenata anche la crescita economica, fiaccata dal Covid-19: secondo un report di dicembre della Banca Mondiale, il Pil del Myanmar crescerà dell’1,7% nell’anno di bilancio 2019-20, rispetto al 6,8% dell’anno precedente. Nel 2020-21, la crescita si fermerà al 2%, per poi tornare al 7% nel medio periodo. La crisi politica, però, rischia di complicare la ripresa.

(Ultimo aggiornamento: martedì 2 febbraio, ore 14:22)

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