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Myanmar, la Cina blocca la condanna Onu

Pechino si oppone alla risoluzione del Consiglio di sicurezza. Aung San Suu Kyi agli arresti fino al 15 febbraio. La Francia propone sanzioni Ue

di Gianluca Di Donfrancesco

Golpe Myanmar, condanna internazionale. Usa minacciano sanzioni

Pechino si oppone alla risoluzione del Consiglio di sicurezza. Aung San Suu Kyi agli arresti fino al 15 febbraio. La Francia propone sanzioni Ue


3' di lettura

Il regime di Pechino stoppa la bozza di risoluzione Onu che condanna il golpe in Myanmar. Il Consiglio di sicurezza si è riunito martedì 2 febbraio, con l’intento di chiedere il ripristino della democrazia nel Paese, il rispetto dei diritti umani e il rilascio di tutti i prigionieri politici, a cominciare da Aung San Suu Kyi, presa in custodia lunedì all’alba dall’esercito.

Da allora non si è più avuta conferma ufficiale del suo luogo di detenzione. Secondo alcune fonti, sarebbe confinata nella sua abitazione. Resterà agli arresti fino al 15 febbraio. Un tribunale ne ha ordinato la detenzione provvisoria con l’accusa di aver violato una legge sull’import-export di walkie-talkies, trovati nella sua abitazione di Naypyidaw. Reato punibile con 3 anni di carcere. L’ex presidente Win Myint, a sua volta agli arresti, è accusato di aver violato la legge sulla gestione delle catastrofi naturali, per aver tenuto un comizio nonostante i divieti in vigore per contenere il Covid-19. Anche lui rischia 3 anni di prigione.

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Nella più grande città del Myanmar, Yangon, però, i segni di resistenza e disobbedienza civile sono aumentati, in risposta all’appello lanciato da Suu Kyi a non arrendersi ai generali. Il personale di 70 ospedali e reparti medici in 30 città in tutto il Paese ha interrotto il lavoro come forma di protesta, secondo una dichiarazione del Movimento di disobbedienza civile del Myanmar pubblicata su Facebook.

Come previsto, Pechino fa valere il suo potere di veto per difendere il Myanmar, ne danno notizia Aljazeera e Bbc. La Cina è a sua volta sotto accusa per la morsa con cui ha stroncato le aspirazioni democratiche di Hong Kong e per il trattamento degli uiguri nello Xinjiang.

Pechino si trova così costretta a difendersi dall’accusa di sostenere il golpe in Myanmar. Mercoledì, il ministero degli Esteri ha rigettato l’ipotesi: «In quanto Paese amico del Myanmar, desideriamo che le parti possano risolvere adeguatamente le loro divergenze e sostenere la stabilità politica e sociale», ha detto il portavoce Wang Wenbin in risposta a una domanda in un briefing, esprimendo irritazione per la fuga di notizie sulla discussione interna al Consiglio di sicurezza.

Alla vigilia della riunione virtuale, durata due ore, l’inviato speciale delle Nazioni Unite, Christine Schraner, aveva condannato fermamente il golpe dei generali dopo il rifiuto di accettare l’esito delle elezioni generali di novembre. Già nel 2017, la Cina, principale partner e protettore del Myanmar, lo aveva protetto da qualsiasi iniziativa del Consiglio di sicurezza in seguito alla pulizia etnica ai danni dell’etnia rohingya.

È invece arrivata la condanna del G7: «Noi, i ministri degli Esteri del G7 di Canada, Francia, Germania, Italia, Giappone, Regno Unito e Stati Uniti e l’Alto rappresentante dell’Unione Europea, siamo uniti nel condannare il colpo di Stato in Myanmar». I ministri hanno invitato i militari a porre fine allo stato di emergenza e consentire l’accesso degli aiuti umanitari senza restrizioni.«Chiediamo di ripristinareil Governo democraticamente eletto, liberare tutti coloro che sono stati ingiustamente detenuti e rispettare i diritti umani e lo stato di diritto», recita la dichiarazione.

La Francia mette sul tavolo l’arma delle sanzioni. Per il ministro degli Esteri, Jean-Yves Le Drian, l’Unione Europea dovrà «prevedere» nuove sanzioni contro i militari birmani, se non revocano lo stato d’emergenza. Lunedì 1° febbraio, il presidente Usa, Joe Biden, ha minacciato il ripristino delle sanzioni contro il Paese, che ha appena ricevuto 350 milioni di dollari dal Fondo monetario internazionale in aiuti di emergenza per combattere la pandemia di coronavirus. Il trasferimento è arrivato pochi giorni prima del golpe.

Nella prima riunione del gabinetto di emergenza, martedì, il capo dell’esercito e uomo forte del Myanmar, Min Aung Hlaing, ha ribadito che la presa del potere da parte dei generali era stata «inevitabile» e richiesta dalla Costituzione. Il generale Aung Hlaing è già colpito da sanzioni varata da Usa e Regno Unito per le responsabilità nella persecuzione dei rohingya, etnia a maggioranza musulmana, vittime di violenze con «intento genocida» (come le ha definite l’Onu) nel 2017, quando centinia di migliaia di persone furono costrette a cercare scampo in Bangladesh.

La situazione in Myanmar ha già messo in allerta diverse multinazionali. Un portavoce dell’italiana Eni fa sapere che «le nostre attività nel Paese sono localizzate in aree lontane dalle principali città e attualmente non ci sono attività operative in corso. Il personale Eni espatriato è molto limitato. Stiamo monitorando attentamente l’evolversi della situazione». Eni è presente nel settore Exploration & Production dal 2014, a seguito della riapertura del mercato agli investitori stranieri da parte del Governo.

(Ultimo aggiornamento, mercoledì 3 febbraio, ore 13:55)

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