Anniversari

Napoleone, il mito di un eroe oltre il tempo

L’idea della sua superiorità si rivelò con la prima campagna d’Italia e venne alimentata da vittorie sfolgoranti. Il martirio inflittogli dagli inglesi gli procurò ovunque commosse simpatie

di Ernesto Ferrero

4' di lettura

Onniscienza, onnipresenza, onnipotenza. I tre punti cardine dell’ascesa di Napoleone si fondono sulla consapevolezza della propria superiorità, che trova la sua rivelazione e la sua conferma con la prima campagna d’Italia. La leggenda nasce e si sviluppa impetuosamente nel giro di pochi mesi.

Il mito dell’eroe irrompe sulla scena europea con un impeto beethoveniano, ha il piglio di chi sconvolge i vecchi assetti e annuncia un’era di libertà. Vi concorrono i prodigi di vittorie imprevedibili e sfolgoranti, l’aura dell’invincibilità, il carisma magnetico, il decisionismo che dispone di uomini e cose con una disarmante naturalezza.

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Madame de Staël

«Un monarca è niente, se non è tutto; perché sia tutto, dev’essere dappertutto». L’uomo che sfrutta la forza della parola per infiammare i suoi soldati è anche il primo a sfruttare sistematicamente la potenza delle immagini. Come ha scritto Madame de Staël, «ha sempre cercato di impadronirsi dell’immaginazione degli uomini».

Nelle sue Critiques (1859), un fine interprete del proprio tempo come Charles de Rémusat conferma l’intuizione napoleonica: una volta che l’eroe è riuscito a prendere posto nell’immaginazione degli uomini, la sua gloria può sfidare il tempo, le interpretazioni, le critiche, le condanne moralistiche. Inutile contestarla, battersi contro una posterità che rimane affezionata ai propri idoli a dispetto di ogni diverso ragionamento. L’uomo superiore si è trasformato nell’eroe delle società primitive, è passato a uno stato che possiamo definire favoloso. Si crede in lui, non lo si giudica piú. Non resta che prendere atto che la trasformazione di Bonaparte in un semidio si è compiuta con una facilità inattesa e irrisoria. Il fascino del mito, le ragioni del suo imporsi stanno proprio nell’andare oltre la normale dialettica tra ragione e sentimento, umano e divino, poesia e storia.

Eccezionalità e dello sconvolgimento

Aveva introdotto nel mondo la misura dell’eccezionalità e dello sconvolgimento, il senso di una sfida che rimodulava attese, esigenze, speranze, potenzialità. Aveva operato un autentico rivolgimento sociale, aprendo le carriere al merito, come amava dire. Suonava la musica dell’avvenire, è stato scritto. Per riuscire a misurare la forza dello sconvolgimento mancavano esperienze recenti, a tal punto che bisognava rifarsi all’antichità classica. Presto, come scriverà Hugo nei Miserabili, persino il Bonaparte caduto sembra più́ alto del Napoleone in piedi.

Il martirio inflittogli dagli inglesi si è presto rivelato redditizio, gli ha procurato ovunque commosse simpatie. L’eco delle antiche vittorie faceva dimenticare il dispotismo; la gloria e la fama traevano profitto dalla sventura. Il morbo che Napoleone aveva inoculato nei francesi andava al di là del rimpianto e della commozione, era un’infezione morale, qualcosa di profondo che Chateaubriand ha analizzato magistralmente: «I miracoli delle sue armi hanno stregato la giovinezza, insegnandoci ad adorare la forza bruta. Il suo inaudito successo ha lasciato alla tracotanza di ogni ambizioso la speranza di emularlo». Aveva svelato il carattere dei francesi (degli uomini), i quali «non amano affatto la libertà; il loro unico idolo è l’uguaglianza», il livellamento di gregge. Se la posterità si sottomettesse con la stessa facilità a un altro capo carismatico baciato dal successo, «se il bene e il male si riducessero a essere soltanto relativi, ogni morale scomparirebbe dalle azioni umane». Non possiamo rassegnarci a un potere che con una sola parola può privarci della libertà, della casa, degli amici. Il torto di Bonaparte «è quello di aver abituato la società all’obbedienza passiva, di aver risospinto l’umanità verso il tempo della degradazione morale», di averci abituato a considerare la libertà un’anticaglia caduta in disuso.

Chateaubriand: «il dispotismo della sua memoria»

E tuttavia anche l’analisi critica deve misurarsi con un dato di fatto: «Il mondo appartiene a Bonaparte – è costretto ad ammettere Chateaubriand; – ciò che il devastatore non aveva potuto finire di conquistare, viene usurpato dalla sua fama; quando era vivo il mondo gli è sfuggito, ora che è morto lo possiede. Lo si può ritrovare dappertutto. «Dopo aver subito il dispotismo della sua persona, ci tocca subire il dispotismo della sua memoria».

«Sí, volevo diventare Napoleone, per questo ho ucciso», confessa Raskolnikov. «Al mio posto, davanti a una ridicola vecchietta, un’usuraia, avrebbe fatto la stessa cosa». Ma quello che garantisce a Napoleone l’ammirazione dei posteri resta il messaggio implicito in tutta la sua sfida: chiunque, anche un figlio del popolo, può arrivare alle altezze imperiali con le proprie capacità. Con l’abbattimento delle barriere sociali, sono crollati anche i limiti all’intraprendenza e al coraggio. Il merito ha sostituito vittoriosamente il diritto ereditario, che premia iniquamente anche gli incapaci. Tocca a voi, uomini di ogni ceto – dice il messaggio – continuare il lavoro contro le vecchie oligarchie, e che soltanto i loro meschini interessi e il caso hanno interrotto.

È esattamente quello che la borghesia emergente voleva sentirsi dire, l’annuncio letto e riletto con commozione tra le righe del Memoriale. In un mondo sempre più complesso, che tende a darsi delle spiegazioni semplificate e banali, le contraddizioni e le fertili ambiguità del “caso Napoleone” rappresentano una partita aperta su cui è opportuno continuare a riflettere.

Napoleone in venti parole, Ernesto Ferrero, Einaudi, pagg. 280, € 13,50

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