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Napoli, Ancelotti esonerato: anatomia di un fallimento

Ha sbagliato De Laurentiis, l’allenatore, la squadra. Non basta Re Carlo, tanto vale scommettere sul masaniello Gattuso ma per vincere ci vorrebbe un dio azzurro. Come il Dottor Manhattan di «Watchmen»

di Francesco Prisco


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3' di lettura

«Qui non si muore». La frase attribuita a Gioacchino Murat, rivoluzionario che si fece re di Napoli, è impressa sulla pietra a Castellabate ma l’Italia la conosce soprattutto per la macchietta cinematografica di Benvenuti al Sud. A giudicare dall’epilogo dell’ultimo re di Napoli, la si potrebbe a buon diritto ribaltare: «Qui non si vince». E non si vincerà mai, verrebbe da aggiungere.
La storia la conoscete: «re» Carlo Ancelotti è stato esonerato dal Napoli, a pochi minuti dalla vittoria casalinga per 4-0 contro i belgi del Genk che ha aperto alla compagine azzurra le porte degli ottavi di Champions. L’allenatore più vincente di sempre paga l’insoddisfacente settimo posto in un Campionato che, alla vigilia, si diceva potesse finire in gloria e ancora di più l’ammutinamento della squadra, sulla quale in tutta evidenza aveva perso ogni ascendente. Altrimenti non si capisce come mai, alla fine di una serie negativa fatta di prestazioni incolori, proprio martedì 10 dicembre, trapelata la notizia dell’avvicendamento Ancelotti-Gattuso, Mertens e compagni abbiano improvvisamente ritrovato la voglia di giocare, pressare il portiere quando rinvia, azzeccare i lanci lunghi e tornare a coprire la difesa quando gli avversari attaccano. Come dite? Il Genk era poca cosa? Neanche Genoa, Bologna e Udinese erano il Real di Di Stefano e Puskas, eppure non sei riuscito a batterle.
Non ci giriamo intorno: l’esperimento fortemente voluto da Aurelio De Laurentiis un anno e mezzo fa di portare Re Carlo ai piedi del Vesuvio per innestare mentalità vincente nella squadra che con Sarri faceva 91 punti ma perdeva lo scudetto in albergo si è rivelato un atto contro natura, una grande illusione, in definitiva un fallimento. Le cui responsabilità sono molteplici e diffuse. Vediamo perché.

De Laurentiis saluta i giocatori dopo la partita con il Genk (Tiziana Fabi/ Afp)

È colpa di De Laurentiis
Da quando ha rilevato il Napoli ha sbagliato pochissimo, ma quest’anno non ne ha azzeccata una. Ha provato a tenere Insigne, non ha ceduto i senatori Mertens e Callejon in scadenza di contratto tradendo il modello Napoli, ha acceso troppo gli animi scagliandosi contro questi ultimi nella famosa intervista delle «marchette in Cina», ha ispirato frustrazione con le dichiarazioni sull’inaccettabile arbitraggio di Napoli-Atalanta (se subisci un torto non è in Tv che devi protestare), ha provato a riportare i buoi nello steccato con l’idea del ritiro, ma ormai era troppo tardi. Si è accanito con la storia delle multe ai rivoltosi.
Una linea dura difficile da sostenere contro chi ha il coltello dalla parte del manico. Perché, se decide di non giocare, tu perdi soldi. Alla fine, nel conflitto creatosi tra Ancelotti e Insigne, De Laurentiis non ha potuto fare altro che schierarsi con quest’ultimo, perché in campo scendono i calciatori. Questa crisi evidenzia i limiti di una gestione familiare incompatibile con il calcio di vertice.

De Laurentiis alle prese con la crisi più difficile della sua gestione (Ansa)

È colpa di Ancelotti
Non ci appassiona il tema del figlio Davide e dei dissidi presunti o reali che avrebbe creato nello spogliatoio. Neanche quello dei troppi esperimenti portati avanti partita dopo partita. «Ho fatto un solo errore da quando sono a Napoli ma non vi dirò quale», ha dichiarato nella sua ultima conferenza stampa. Proviamo a indovinare: quel «non sono d’accordo con il ritiro ma rispetto la decisione della società» che suonava come il discorso di Badoglio non andava mai espresso, perché è molto probabile che sia diventato il grande alibi dell’ammutinamento post Napoli-Salisburgo.

Gattuso nuovo tecnico del Napoli (Ansa)

È colpa della squadra
La squadra ha avuto ragione del tecnico. Insigne è riuscito a esonerare Ancelotti, si è detto. Ma lo spettacolo cui abbiamo assistito da Napoli-Salisburgo in poi è assolutamente indegno. Non rende onore a cotanti professionisti profumatamente pagati che lavorano in quell’industria del sentimento che si chiama pallone. Hai potere contrattuale enorme, è vero, ma sei un lavoratore dipendente e devi accettare le scelte del tuo datore di lavoro, dettagliatamente evidenziate nel contratto che hai sottoscritto. Anche perché, in caso contrario, ferisci un popolo che ti ama.

Doctor Manhattan nella serie Tv «Watchmen» di Hbo

La morale di questa storia
La morale di questa storia è che non bastano un rivoluzionario (Sarri) o un re (Ancelotti) per vincere a Napoli, terra di repubbliche rovesciate dagli straccioni e masanielli sempre pronti ad accendere fuoco. E forse proprio per questo Gattuso potrebbe partire avvantaggiato. Poi comunque non vincerà. Perché qualcuno ha vinto a Napoli, ma più che re o Masaniello era un dio. Ed è esattamente quello che servirebbe per smuovere le acque del mare che bagna Napoli. Una specie di demiurgo nucleare come il Dottor Manhattan di Watchmen. Che guarda caso è di colore azzurro.

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