ServizioContenuto basato su fatti, osservati e verificati dal reporter in modo diretto o riportati da fonti verificate e attendibili.Scopri di piùIl graffio del lunedì

Napoli in testa con l’Atalanta. Juventus e Inter nella bufera, al Milan non basta l’orgoglio

In modi diversi, e con conseguenze ancora imprevedibili, le tre squadre più seguite d’Italia sono state battute in una domenica che resterà nella memoria

di Dario Ceccarelli

(Afp)

5' di lettura

Cadono come birilli i giganti del calcio italiano. Anche se in modi diversi, e con conseguenze ancora imprevedibili, le tre squadre più seguite d'Italia - Juventus, Inter e Milan - vengono battute in una domenica che resterà nella memoria. Per almeno due motivi. Sia perchè questo tonfo collettivo non accadeva dalla sesta giornata della stagione 2015-2016, sia perchè avviene in coincidenza di un terremoto altrettanto significativo: quello che porta in vetta il Napoli e l'Atalanta (17 punti) seguite a una solo distanza dall'Udinese arrivata - con il prepotente successo sull'Inter - alla sua quinta vittoria consecutiva.

Il Napoli soffre e vince

È una domenica così, strana stordente, che precede la sosta della Nazionale, con Juventus e Inter lacerate da critiche e polemiche pesantissime che porteranno probabilmente a ulteriori colpi di scena che faranno ancora più discutere. Una domenica stordente che offre però una inoppugnabile certezza: il Napoli di Spalletti ha tutti i requisiti per puntare allo scudetto. Contro il Milan, nell’attesissima sfida di San Siro, la squadra azzurra passa soffrendo più del previsto ma comunque vincendo (1-2), quando sembrava che i rossoneri fossero sul punto di prevalere. Ma quando si spreca troppo, per imprecisione o presunzione, si finisce per pagare il conto. E infatti, dopo il pareggio di Giroud che aveva riequilibrato un contestato rigore realizzato da Politano, il Milan si fa sorprendere da un bel lancio di Mario Rui che Simeone, di testa, trasforma in un gol pesantissimo. Nulla può Maignan, e nulla può più il Milan che in extremis, con Kalulu centra la seconda traversa rossonera della serata.

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Orgogliosi e un po’ sfortunati, i campioni d’Italia si devono però arrendere. Non accadeva da 22 partite, dal gennaio scorso quando furono battuti dallo Spezia. Il Napoli, meno brillante del solito, ha avuto il merito di saper aspettare senza disunirsi. Soprattutto nel primo tempo, quando i rossoneri hanno tenuto sotto pressione i partenopei. Una pressione costante e minacciosa, ma priva degli imprevedibili guizzi di Leao, assente come Osimhen dalla sfida.

Nel Napoli, ancora una volta decisivo Kvaratskhelia. Con le sue percussioni fa ammonire Kjaer e Calabria. Nella ripresa, quando Pioli inserisce Dest e Kalulu al posto dei due ammoniti, il georgiano fa andare in confusione anche Dest. C’è un contrasto in area e Kvara finisce a terra. L’arbitro Mariani prima propende per il corner, poi richiamato dal Var, assegna il penalty che viene realizzato da Politano, beccato per tutta la serata dal pubblico, in virtù dei suoi trascorsi interisti.

Che dire? Al Napoli tutto è filato liscio, ma la fortuna, come i rigori, bisogna saperseli meritare. Il Milan comunque, da una sfida tesa e bellissima, ne esce a testa alta. Pioli l’aveva definita una «sfida-scudetto» e non ha avuto torto anche se i giochi, in un campionato così ondivago, restano tutti aperti. I rossoneri ora retrocedono al quarto posto (14 punti) dietro all’Udinese (16) e alla coppia di testa, composta da Napoli e Atalanta a quota 18.

L’Atalanta gela l’Olimpico

In questa domenica bestiale per le big, l’Atalanta invece conferma di essere al comando non per caso. La Dea gela l’entusiasmo dei 60mila dell’Olimpico, battendo la Roma per la prima volta in casa. I giallorossi, senza Dybala per un disturbo muscolare nel riscaldamento, si fanno sorprendere da un destro a fil di palo di Scalvini. I giallorossi sfiorano il pareggio almeno tre volte, ma non è giornata. Tanto che lo stesso Mourinho, in preda alle convulsioni, si fa espellere. Dall’altra parte del Tevere invece alla Lazio va tutto liscio. La Cremonese è un grissino troppo tenero per i morsi di Immobile, Pedro e Milinkovic. Finisce con un poker che riscatta la squadra di Sarri ora in coabitazione al quarto posto con il Milan.

La crisi infinita della Juventus

E adesso entriamo nel girone dei dannati. Qui troviamo la Juventus di Max Allegri (che poi sarebbe anche di Elkann, Agnelli e Arrivabene) percossa e offesa sul campo del neo promosso Monza, per la prima volta vincente (1-0) da quando è in serie A. E l’Inter di Simone Inzaghi in malo modo strapazzata da una splendida Udinese (3-1) nonostante i nerazzurri fossero subito passati in vantaggio grazia all’unica cosa bella dell’Inter, una punizione all’incrocio di Barella che avrebbe dovuto far volare la squadra milanese. Invece, come è già in passato, la squadra di Inzaghi è stata impietosamente rimontata tra sberleffi e fischi.

Due tracolli quasi storici. Nel caso della Juventus, reduce dal surreale pareggio con la Salernitana e dalla batosta in Champions con il Benfica, mancano addirittura le parole per spiegare un simile sprofondo calcistico. Contro il Monza, che veniva da un cambio in corsa dell’allenatore (Palladino al posto di Stroppa) i bianconeri sembrano loro quelli in lotta per la salvezza. Dei pallidi fantasmi, senza cuore e senza nerbo, annichiliti da dei ragazzi che hanno semplicemente voglia di vincere. Uno strazio vedere una squadra, con la storia della Juventus, incapace di reagire. Neanche l’orgoglio. E pure l’espulsione di Di Maria, avvenuta al 40’ per una sciocca gomitata a Rizzo non giustifica la debacle bianconera. Come non è una giustificazione la lunga lista di assenti per infortuni squalifiche. Una società che ha chiuso con un passivo di 250 milioni, reduce una campagna acquisti faraonica, non può invocare attenuanti di questo tipo. Bisogna invece avere quella famosa umiltà di ammettere gli errori, capire dove si è sbagliato per rimediare in corsa. Ma non è così. Anche nella caduta, si avverte quella tipica presunzione della Real Casa bianconera. Allegri, che guadagna 8 milioni all’anno, ridacchia dicendo che le voci su un suo esonero lo divertono. Lui si divertirà ma gli altri molto meno. E lo stesso Arrivabene, l’amministratore delegato che predica saggezza («umiltà, chiarezza, determinazione»), alla fine però resta inconcludente.

Allegri in bilico. La società: esonerarlo sarebbe una follia

Anche su Allegri una decisione bisogna prenderla. È difficile andare avanti con un tecnico così inviso ai suoi tifosi. La società lo difende, e ci sta. Dice, sempre con Arrivabene, che «sarebbe una folia cambiarlo perchè i cicli vincenti di una società si costruiscono nel tempo». Ma il calcio è una azienda diversa dalle altre, legata a mille fattori non sempre calcolabili. C’è anche un altro fattore che incide: l’idea che bisogna sempre essere i migliori. Nello sport ci vuole tempo, pazienza, sensibilità, anche qualche coincidenza fortunata. Il Milan per esempio, tra pandemia e crisi varie, ha potuto lavorare con una certa tranquillità. Facendo crescere i suoi giovani, o puntando su altri giocatori, non troppo costosi, con però delle qualità da far emergere. Il contrario della Juventus costretta a dover vincere sempre e comunque in Europa, nonostante il profilo sempre più basso del calcio italiano.

Fischi e critiche anche per l’Inter. Inzaghi sotto accusa

Anche l’Inter, alla terza sconfitta su sette (Lazio, Milan, Udinese) è all’angolo. Simone inzaghi, fin troppo umile e autocritico, non riesce più a capacitarsi di cosa stia succedendo nella sua squadra. Che sembrava uscita dal buio dopo lo stentato successo sul Torino e quello non memorabile sul Viktoria Plzen in Champions. L’Inter a Udine è però ripiombata nei suoli soliti vizi. Progettata su misura per Lukaku, senza il suo gigante balbetta. Poco gioco, poca forza, poco carattere. Come la Juventus prende sberle senza reagire. L’ambiente, sempre più deluso dalle scelte di Inzaghi, invoca i bei tempi di Conte di Mourinho. Ma il passato è passato. E il futuro non si vede. I cambi di Inzaghi (soprattutto i due contemporanei di Bastoni e Mkhitaryan perchè ammoniti) sono dettati dall’ansia e dalla scarsa lucidità. Sono brutti segnali. Ognuno va per conto suo. Anche la società, con una campagna acquisti altalenante, ha generato rabbia e confusione.

Anche in questo caso forse c’è stato un equivoco di partenza. Quello di partire con l’obbligo di cancellare l’onta dello scudetto perso nella passata stagione. Nel calcio ci sono anche gli avversari. E L’Udinese di Andrea Sottil, abile tecnico dei friulani, lo ha dimostrato dando all’Inter una lezione esemplare.


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