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Nascite in picchiata: al Sud meno 40% negli ultimi 20 anni. Resistono Parma e Bolzano

Rispetto a inizio secolo perse 136mila culle l’anno, dal 2008 la virata al ribasso. A Barletta e Sassari crollo della natalità record (quasi 40%), la provincia emiliana limita l’effetto pandemia

di Michela Finizio

Italia senza figli, nascite in calo del 28% dall’inizio del millennio

4' di lettura

«Superare il declino demografico a cui l’Europa sembra condannata»: l’invito che il presidente Sergio Mattarella ha proposto nel suo discorso di giuramento giovedì scorso in Parlamento parte dalla consapevolezza che i dati sulle nuove nascite non sono mai stati così allarmanti.

A certificare il tracollo sono le statistiche Istat degli ultimi vent’anni e le elaborazioni su base provinciale effettuate dal Sole 24 Ore del Lunedì sulla natalità nell’anno post pandemia appena concluso. Ne emerge una mappa che misura in profondità l’impatto di questo fenomeno nei territori. Si parte da Barletta Andria Trani dove oggi i nuovi nati iscritti all’anagrafe ogni mille abitanti sono il 40% in meno rispetto a vent’anni fa. E si arriva a Parma dove il calo demografico, pur essendo meno duro, segna comunque una differenza del 13% rispetto al 2002.

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IL TREND PER PROVINCIA
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Le culle perse ogni anno

A livello nazionale il tasso di natalità 2020 è crollato del 28% rispetto all’inizio del millennio, che significa circa 125.550 nuovi nati in meno nell’arco dell’anno. In realtà le nascite hanno continuato a salire fino al 2008, quando si è registrata la virata al ribasso, quasi come riflesso della grande depressione scoppiata per la crisi dei subprime negli Stati Uniti. Un trend che la pandemia non sembra affatto aver interrotto, anzi: proiettando su base annua i dati provvisori dei bilanci demografici mensili (aggiornati fino a novembre), nel 2021 sarebbero sparite altre 10.500 culle per un totale di circa 136mila. Basta un esempio per capire gli effetti del Covid-19: il solo mese di gennaio 2021, a cui vengono attribuiti i cosiddetti “figli del lockdown del 2020”, ha fatto registrare quasi 5.000 nati in meno (-13,6%) rispetto allo stesso mese dell’anno precedente.

«Peraltro - commenta Gian Carlo Blangiardo, presidente Istat - a tassi di natalità che vanno poco oltre il 5 per mille si contrappongono tassi di mortalità già ben al di sopra del 10 per mille. Il saldo naturale negativo, ormai nell’ordine delle 300mila unità annue, porta quasi inevitabilmente a proseguire lungo la via del calo del numero di residenti, imboccata da ben otto anni».

DAL PICCO AL CROLLO, LO SPARTIACQUE È STATO IL 2008
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Anche il Sud si ferma

In questo contesto «i dati territoriali - aggiunge Blangiardo - sottolineano come il fenomeno della denatalità sia generalizzato. La variazione negativa è ovunque a due cifre e anche nelle realtà che risultano meno colpite il fenomeno ha una dimensione di assoluto rilievo».

La mappa provinciale del calo demografico ha viaggiato a due velocità. Dal 2002 al 2008 la flessione ha riguardato solamente Sud e Isole, mentre al Centro le nascite addirittura sono risultate in crescita del 10 per cento. Dal 2008 ad oggi, invece, il calo è stato generalizzato in tutto il Paese. Il risultato è un trend più marcato nel Mezzogiorno dove, rispetto a inizio secolo, la flessione è iniziata prima.

Pesa lo spopolamento

Oltre a Barletta Andria Trani ed Enna, sono soprattutto le province sarde, penalizzate dallo spopolamento, a posizionarsi in cima alla classifica del calo demografico. «Il territorio sconta le difficoltà della sua economia e la crisi del mondo del lavoro - afferma Andrea Lutzu, sindaco di Oristano dove nel 2020 si è registrato il tasso di natalità più basso su scala nazionale, con appena 4,6 nati ogni mille abitanti -. Per quanto siamo attrattivi per qualità dell’ambiente e sicurezza del territorio e approviamo numerose iniziative per i giovani, gli enti locali non hanno armi a disposizione: i progetti di vita dei cittadini devono potersi fondare su basi solide».

Non è un caso che, per contrastare la denatalità, questi territori stiano investendo sui servizi per l’infanzia più di altri. Cagliari, ad esempio,con 5,1 nati ogni mille abitanti nel 2020 (uno dei tassi di natalità più bassi), è stata premiata dall’indice della Qualità della vita dei bambini pubblicato dal Sole 24 Ore a giugno 2021 anche grazie a una retta media degli asili nido tra le più accessibili e al numero di scuole senza barriere architettoniche.

Il calo delle nascite penalizza poi due territori del Nord, come Bergamo e Biella. E due del Centro, come Prato e Massa Carrara. Quest’ultima in particolare, risulta essere la provincia del Centro Nord che ha perso più culle dopo il 2008, quando ne registrava 1.672 contro le 950 del 2020.

Le grandi città perdono culle

Anche Roma è una delle province che ha perso più culle da quando è iniziata la virata in negativo di tutto il Paese: nel 2021 si stimano 15mila nascite in meno rispetto al picco del 2008, quando si contavano 10,9 nati ogni mille abitanti rispetto agli attuali 6,4. Male anche Napoli, anche se qui il tasso di natalità (pari a 8 nuovi nati ogni mille residenti) resta superiore alla media nazionale, che nel 2021 si stima possa scendere a 6,7.

DOVE LE NASCITE CALANO DI PIÙ
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Anche altre città metropolitane come Milano, Bologna, Palermo e Catania conservano tassi superiori alla media. Ma fa impressione constatare come, ad esempio, nella provincia del capoluogo lombardo nel 2021 siano sparite 1.600 culle rispetto a quelle rilevate nel 2019, pre-pandemia, e 8mila in meno rispetto al 2008.

Parma e Bolzano, chi resiste

Dai territori che resistono alla trappola demografica possono emergere gli ingredienti per la cura. A Parma, Trieste e Bolzano, ad esempio, la flessione rispetto a inizio secolo non supera il 13% e la provincia altoatesina, in particolare, risulta quella dove dopo il 2008 il calo è stato più contenuto, mantenendo il tasso di natalità più alto del Paese (9,7 nati ogni mille). «Il saldo migratorio conferma la nostra attrattività – commenta il presidente della Provincia di Parma, Andrea Massari – grazie al tessuto economico e a una fitta ed estesa rete di servizi pubblici». Ne conseguono condizioni di vita e di benessere diffuso - certificate dai piazzamenti di queste province nella classifica della Qualità della vita del Sole 24 Ore - che facilitano i più giovani a metter su famiglia.

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