A CIELO APERTO

Nascono d'inverno e sono realizzati con neve e ghiaccio: i capolavori di arte effimera

Si trasformano con il tempo e i cambiamenti climatici. Dalla Savoia alla Lapponia, dallo Yorkshire al Giappone, dove visitarle prima che si sciolgano.

di Luca Bergamin

“Trump InaugurationPeace Symbol” di Simon Beck, a Lac Marlou, nella stazione sciistica Les Arcs, in Savoia.

4' di lettura

L'istante da cogliere e da custodire come memoria della caducità. La consapevolezza dell'impermanenza come tessuto della bellezza. La fragilità della natura che proprio nella transitorietà sviluppa la sua forza... L'arte effimera ha molte declinazioni e d'inverno trova la sua materia prima nel tempo e nella temperatura perché chi lavora con neve e ghiaccio si confronta soprattutto con la trasformazione che variabili come un grado in più o in meno, la durata dell'insolazione, l'alternanza di notte e giorno producono incessantemente.

“Our glacial perspectives” (2020), Olafur Eliasson, installazione in acciaio e vetro colorato,al Glacier Hotel Grawand, ghiacciaio Hochjochferner, Sud Tirolo.

Simon Beck è uno dei land snow artist europei più eclettici: trasforma immense distese di neve con i suoi ricami di fiori, punte coniche di pini, venature di foglie, alternati a motivi geometrici e a figure ispirate a oggetti di uso comune. Sono le composizioni che propone a Les Arcs , stazione sciistica della Savoia collocata sotto la cima dell'Aiguille Rouge, a quota 3226 metri. «I pattern originali non si riproducono mai identici, dovrò lavorare a torcerli, piegarli, insomma modificarli. Si tratta di un processo che dura anche diverse ore, e si realizza», questo è l'aspetto più singolare, «utilizzando impronte lasciate dalle racchette, quelle che hanno una griglia metallica alla base del piede, la neve si attacca al tallone, consentendo così di camminare all'indietro o tracciare angoli stretti».

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“RIce Windows”, installazione realizzata con neve scolpita, ghiaccio e foglie d'acero a Ribblesdale, nello Yorkshire.

I disegni più difficili prevedono figure rettilinee come rettangoli e angoli di 90 gradi: l'occhio umano è sensibile alla minima imperfezione. «Uso i cuscinetti della bussola magnetica per la direzione, il conteggio del ritmo e la determinazione della distanza. Se il tempo continua a essere buono, il giorno successivo al primo tracciato, procedo ad applicare qualche modifica, aggiungo più dettagli attorno al bordo. E se il disegno è stato rimosso, ne faccio uno nuovo: tutto dipende dalla neve. Questo è un limite, ma anche una forza».

“Snow Pallet 9”(2016-2017), Toshihiko Shibuya, al Rokkatei Sapporo Main Store, Giappone.

Anche Richard Shilling , che vive e lavora nello Yorkshire, nel Nord dell'Inghilterra, annuncia, clima permettendo, installazioni open air in quella zona del suo Paese a partire da dicembre. «L'etica alla base della mia arte è usare i materiali e le condizioni che trovo per fare nuove scoperte sulla natura. Creare con ghiaccio e neve è particolarmente interessante poiché, visto che le temperature oscillano tra meno 10 gradi e zero, la struttura della neve cambia: a volte è farinosa come polvere, altre volte crea uno strato più solido che si attacca, mentre le basse temperature consentono al ghiaccio di congelarsi in blocchi. Utilizzo quel che trovo nell'ambiente che mi circonda, voglio esplorare la caducità e il senso dell'esistenza attraverso un rapporto sempre più profondo con la natura. Guadagno non dalle mie opere, ma dalle fotografie che scatto con la luce naturale e che poi vendo sul mio sito».

“Snow Lace”, (2013) Julia Adzuki, realizzata sul lago nei pressi di Örbyhus, in Svezia.

Tra gli artisti dell'effimero naturale, che si possono ammirare solo d'inverno o a latitudini estreme, ci sono scultori come la tedesca Ilka Raupach che, pandemia permettendo, sarà protagonista del Kiruna Snow Festival , in programma in Svezia, dal 27 al 31 gennaio. Lassù porterà quella sua speciale empatia con l'inverno che la spinge a creare figure astratte o teriomorfe, a scomporre gli elementi naturali dello spazio in cui si trova per assemblare scenografie ghiacciate delicate e al tempo stesso dirompenti, come quando spezzetta in frammenti la superficie di un lago artico. «Mi concentro sul prodigio e l'ambiguità, sulla trasparenza e la complessità, la protezione e l'ostilità nel rapporto tra uomo e ambiente. Lavoro con materiali diversi, pietra, metallo, argilla, ghiaccio e neve. Amo soprattutto l'Artico, dove mi piace vagabondare sentendomi in connessione con lo scorrere del tempo».

“MinimumMonument” (2018), Néle Azevedo, Middlebury.

Poco distante da Kiruna, a Jukkasjärvi, nello spazio artistico allestito dall' Icehotel , sempre a dicembre si dovrebbero vedere le performance ghiacciate di Julia Adzuki . Nata in Australia, ha vissuto in Tasmania, ma è nel Nord Europa che ha trovato l'armonia perfetta tra la sua poetica e le sculture sonore che plasma con neve e ghiaccio. «Sono ispirata dai loro processi di trasformazione, dall'interazione costante tra le condizioni meteorologiche e la temperatura. Adoro lavorare con questi processi dinamici». In pratica è come se si instaurasse una relazione fra paesaggi interiori ed esterni anche grazie alla qualità sonora, e non solo fisica, del ghiaccio e della tensione insita nei vari blocchi, mentre all'opposto la struttura cristallina della neve assorbe il suono.

“Ach”(2014), Ilka Raupach, Skansbukta, Svalbard.

Toshihiko Shibuya ha un approccio più ibrido col bianco candore invernale. Il suo Snow Pallet, che dal primo dicembre sarà nella courtyard del Sapporo Park Hotel in Giappone, è un progetto nel quale l'artista applica vernice fluorescente alla parte inferiore di un oggetto, che si trova appena sopra la neve, in modo che i colori vividi si riflettano sul bianco. «Non c'è niente che possiamo fare per dominare la Natura. Io mi limito a rannicchiarmi accanto a lei. Questa installazione cambia in base all'ora del giorno, alla quantità di neve e luce solare, al numero di oggetti e alle diverse altezze. La considero una sorta di time escape land art».

L'interazione-integrazione tra arte e ghiaccio coinvolge anche l'artista contemporaneo più ammirato per come sposa la luce alla natura estrema, Olafur Eliasson , che ha scelto le nevi del ghiacciaio Hochjochferner, in Sud Tirolo, per la sua Our Glacial Perspectives 2020. Si tratta di un percorso articolato su un sentiero lungo più di 400 metri sulla cresta perimetrale dei detriti del ghiacciaio. Passando attraverso nove porte distanziate ad intervalli calibrati alla durata delle ere glaciali, si raggiunge un padiglione costituito da più anelli di acciaio e vetro che racchiudono una piattaforma circolare protesa oltre l'orlo del Monte Grawand . «I visitatori possono seguire il percorso del sole in qualsiasi giorno dell'anno utilizzando l'opera d'arte: gli anelli dividono l'anno in intervalli di tempo uguali», spiega. «Quello superiore segue il percorso del sole nel solstizio d'estate, l'anello centrale segna l'equinozio e le tracce più basse il solstizio d'inverno. Stando all'interno del padiglione, il visitatore viene connesso a un più ampio senso del tempo, forse quello vissuto dal ghiacciaio. La prospettiva planetaria offerta da questo lavoro evidenzia anche i cambiamenti climatici che stanno influenzando direttamente Hochjochferner».

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