MODA E STILE

Natura alla riscossa, dai cortei alle sfilate è tornato il “Flower power”

di Giulia Crivelli


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3' di lettura

Sono in molti in questi giorni a evocare il 68, inteso come anno di manifestazioni e proteste, più o meno pacifiche, di giovani che credevano di poter cambiare il mondo. Da allora – e sono passati 50 anni – non si era più vista una mobilitazione globale come quella culminata venerdì nelle marce e raduni per chiedere alla classe dirigente e politica di proteggere il pianeta, di evitare che i cambiamenti climatici mettano a rischio la vita sulla Terra.

A chiederlo sono ragazze e ragazzi adolescenti o da poco maggiorenni: l’età è ancora più bassa rispetto a chi protestava nel 68. Ma forse il nome “figli del fiori” si addice ai giovani di oggi più che a quelli di mezzo secolo fa: allora si volevano rivoluzionare i rapporti tra uomo e donna, relazioni sessuali comprese. Si ambiva a risolvere i conflitti tra Paesi con appelli alla non violenza, si pensava di poter cambiare il sistema scolastico e magari quello giuridico. Cose che con i fiori, se non in modo figurato, c’entravano poco. Oggi invece i giovani protestano proprio perché si sentono figli di una natura nient’affatto matrigna, con la quale vorrebbero essere in armonia, che vorrebbero proteggere.

Non è forse casuale allora – visto che la moda è in grado di anticipare o almeno interpretare i cambiamenti in corso nella società – che nelle collezioni per la primavera-estate siano moltissime le stampe e le decorazioni floreali. Abiti e accessori creati nella prima parte del 2018 e visti in passerella nel settembre scorso, quando Greta Thunberg aveva appena iniziato a sedersi, ogni venerdì, davanti al parlamento svedese. Si dirà: la sostenibilità ambientale è al centro del dibattito nell’industria della moda da tempo. Vero, ma la sua “rappresentazione stilistica” è, appunto, di questa stagione. C’è anche un altro fatto che fa riflettere sulla capacità di precorrere della moda: la progressiva scomparsa delle collezioni prettamente stagionali, primavera-estate e autunno-inverno. Ora le sfilate relative alle due stagioni indicano un tema, un’ispirazione, ma nei negozi si trovano vestiti e calzature adatte e ogni periodo dell’anno e a diverse latitudini o bizzarrie meteorologiche.

Un cambiamento di prospettiva, con implicazioni importanti sulla produzione, la logistica, il marketing e la comunicazione e che ha motivazioni legate alla vendita (essere stuzzicati continuamente dalle novità aumenta la possibilità che si acquisti), ma che ha pure ragioni più profonde. Un cambiamento di prospettiva che riflette un cambiamento del mondo reale. Una visione che interpreta (anche) l’impazzimento climatico. O l’impazzimento dei costumi e delle abitudini di acquisti, potrebbe aggiungere un osservatore un po’ cinico.

Ma torniamo ai fiori come elemento di stile: la natura ispira da sempre artisti di ogni genere. Pittori, scultori, incisori, fotografi cercando da secoli di catturare la magia delle piante – oltre che degli animali – nelle loro opere. Gli stilisti fanno lo stesso, usando la loro arte, che è quella di immaginare abiti e accessori e di tradurli in oggetti che si possano indossare.

    Ci sono marchi che sui fiori hanno costruito la loro intera storia: la maggior parte sono inglesi, come Laura Ashley e Liberty of London, nati rispettivamente nel 1953 e nel 1875. I motivi floreali dei due brand sono usati per l’abbigliamento e, in misura ancora maggiore, per l’arredamento, dalla biancheria alle carte da parati. Sempre dall’Inghilterra arriva Ken Scott, molto famoso anche in Italia negli anni 60, tanto da attirare persino l’attenzione di Dino Buzzati. «Ken Scott, il maestro dei fiori stampatissimi... aristocraticizza anche i fiori di campo, adopera, pensa, si muove in un ideale di universo fiorito... nessuna via di mezzo. Il semplicissimo, il nulla-vestito-di-niente, o preziosismi alessandrini, squisitezze che si avvolgono su se stesse a spirale», scriveva il grande scrittore e giornalista sul Corriere della Sera nel 1963.

    Nomen omen per Elio Fiorucci, che a fiori, cuori e a tutto ciò che esprime, tra forme e colori, vivacità e gioia di vivere dedicò moltissime collezioni. E visto che mancano pochi giorni all'inizio della primavera, vale la pena notare come il nome di questa stagione venga sempre usato come metafora di rinascita, risveglio, presa di coscienza.

    Ma l’espressione più bella è forse flower power, anch’essa nata negli anni delle contestazioni studentesche: leggenda metropolitana vuole che fu il poeta Allen Ginsberg a crearla, nel 1965. Come tutti gli hippie dell’epoca, credeva che si potesse vivere senza usare violenza contro i propri simili e il pianeta che ci ospita. Un messaggio quanto mai attuale a distanza di oltre 50 anni, che la moda, fantastica cassa di risonanza, può contribuire a rilanciare. Che sta però a noi cogliere, perché alla prossima stagione i fiori potrebbero sparire dalle passerelle, ma dovrebbero restare nei nostri cuori. O nelle nostre teste.

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