le proteste in russia

Navalny condannato a due anni e 8 mesi. Il suo attacco a Putin, «Vladimir l’Avvelenatore»

Il giudice ha deciso di prendere in considerazione l'anno di detenzione domiciliare già scontato per il caso Yves Rocher e dunque ha ridotto la detenzione in carcere dai 3 anni e 5 mesi a 2 anni e 8 mesi

di Antonella Scott

Russia, medico Navalny durante perquisizione suona il pianoforte

4' di lettura

Ha sorriso fino all’ultimo, aspettando la sentenza dall’altra parte della gabbia di vetro, guardando la moglie Yulia in aula e disegnandole con le mani un cuore. Fuori dal tribunale le forze dell’ordine, dopo aver passato la giornata ad arrestare altre centinaia di persone oltre alle 7.000 fermate durante le manifestazioni dei giorni precedenti, si preparavano a contenere nuove proteste. A Mosca, Pietroburgo, nelle principali città della Russia.

Al termine della giornata, il giudice ha letto la sentenza. Una condanna scaduta, sospesa nel 2014, è diventata reale, per averne violato i termini. Aleksej Navalny dovrà trascorrere due anni e otto mesi in carcere, in una colonia penale. A modo loro, hanno mostrato clemenza. Il giudice ha deciso di prendere in considerazione l’anno di detenzione domiciliare già scontato per il caso Yves Rocher, e ha ridotto la pena dai 3 anni e cinque mesi originari a 2 anni e otto mesi. Mentre Navalny veniva portato via, i suoi collaboratori convocavano proteste immediate.

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Poche ore prima, il suo intervento nell’aula del tribunale era stato un fiume in piena, il “j’accuse” di un uomo che non conosce paura e invita i connazionali a non averne. Fuori dal tribunale di Mosca le forze dell’ordine seguitavano ad arrestare i suoi sostenitori, mentre Navalny sfidava i giudici, chiarendo di non riconoscere un procedimento che lo accusa per una condanna già scontata, e poi riconosciuta come illegittima dalla Corte europea per i diritti dell’uomo. Poi si è rivolto contro Vladimir Putin, l’«ometto nel bunker» che invece di dedicarsi alla geopolitica passerà alla storia «come Vladimir l’Avvelenatore».

Dall’aereo in volo sulla Siberia durante il quale si è sentito male il 20 agosto scorso al ricovero in coma, dall’ospedale di Berlino in cui si è ripreso dall’avvelenamento alla riabilitazione, poi di nuovo in aereo per tornare a casa a Mosca, il 17 gennaio scorso, e dal controllo passaporti direttamente agli arresti. L’odissea di Navalny si è conclusa nel carcere Matrosskaja Tishina, ma non la sua sfida contro il regime. Dalla Germania l’attivista anti-corruzione aveva accusato direttamente Putin di aver ordinato la sua eliminazione. Dalla cella ha chiamato i russi a ribellarsi a povertà e ingiustizie, chiamando a proprio sostegno un video ormai famosissimo, in cui si documenta la sontuosa costruzione di una residenza miliardaria sul mar Nero, che la Fondazione Navalny attribuisce a Putin.

Colpire uno, spaventare tutti
«Sbatterne in prigione uno, per spaventarne milioni». Così Navalny ha descritto l’obiettivo del regime. Nella sua arringa Navalny ha cercato di dimostrare le dimensioni surreali del procedimento. «Mi hanno giudicato nel 2014 - ha ricordato - siamo nel 2021 e continuano a giudicarmi ancora per quel caso, con la caparbietà dei maniaci».

Il burocrate nel bunker
Sappiamo perché, ha continuato: «La ragione è l’odio e il terrore di un solo uomo che vive in un bunker. Gli ho arrecato un’offesa mortale, perché sono sopravvissuto». Navalny ha dipinto il presidente russo, in isolamento a causa dell’epidemia, come «un semplice burocratuccio che hanno messo per caso in quel posto, senza partecipare a dibattiti o elezioni. Con un unico metodo, quello di uccidere gente. Abbiamo avuto Alessandro il Liberatore, Jaroslav il Saggio, e ora avremo Vladimir l’Avvelenatore. Di mutande».

Navalny ha qui fatto riferimento alla scoperta - a cui è giunta un’inchiesta condotta da Bellingcat - che il Novichok all’origine dell’avvelenamento era stato spruzzato sugli slip di Navalny. Dettaglio confermato da un agente dei servizi che Navalny aveva fatto parlare per telefono fingendosi un alto funzionario. «E ora mezza Mosca è blindata - ha proseguito il grande accusatore davanti ai giudici - perché l’ometto nel bunker è uscito di testa. Non si occupa di geopolitica, ma presiede a riunioni in cui si discute come spruzzare armi chimiche sulle mutande. In questo processo la cosa cruciale non è quel che avverrà di me, ma per quale motivo: per spaventare un’enorme quantità di gente. Imprigioniamo uno per spaventare milioni».

La rabbia nel Paese
Tra i dimostranti intervistati dai media russi in questi giorni, emerge chiaramente che non è solo il destino di Navalny, relativamente popolare finora, ad alimentare la rabbia contro il sistema. Lui lo sa bene: «In Russia 20 milioni di persone vivono sotto la soglia di povertà. Il Paese campa con 20mila rubli (al mese, neanche 220 euro, ndr). Cercano di spaventarli con questi processi dimostrativi. Ma questa è una dimostrazione di debolezza, non di forza. Sbattere in prigione milioni di persone non è possibile. E quando la gente se ne renderà conto - quel momento verrà - tutto questo si disgregherà».

Navalny ha concluso il proprio discorso invitando a non avere paura: «Come cittadini, abbiamo il diritto a una giustizia normale, a partecipare alle elezioni. La cosa più bella che c’è oggi in Russia sono coloro che non hanno paura, non abbassano gli occhi, non svendono il Paese a un pugno di burocrati che hanno deciso di scambiarlo per un palazzo, delle vigne e un’aquadiscoteca».

Agenti Omon, le forze anti-sommossa, davanti al tribunale distrettuale di Mosca

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