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Navi a zero CO2, il rischio è un «iceberg finanziario»

Dall’idrogeno alle batterie, nessuna soluzione è pronta all’impiego su larga scala per decarbonizzare i trasporti marittimi, denuncia l’International Chamber of Shipping (Ics), che propone un fondo per accelerare la ricerca: bisogna evitare di sperperare investimenti per 3mila miliardi di dollari

di Sissi Bellomo

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(AdobeStock)

Dall’idrogeno alle batterie, nessuna soluzione è pronta all’impiego su larga scala per decarbonizzare i trasporti marittimi, denuncia l’International Chamber of Shipping (Ics), che propone un fondo per accelerare la ricerca: bisogna evitare di sperperare investimenti per 3mila miliardi di dollari


3' di lettura

L’industria marittima rischia di schiantarsi contro un «iceberg finanziario» se continua a disperdere le risorse nella sfida contro il cambiamento climatico. A lanciare l’allarme è l’International Chamber of Shipping (Ics), attraverso uno studio che evidenzia come oggi non ci sia nessuna soluzione a portata di mano per abbattere in modo significativo le emissioni di gas serra del settore.
Dall’idrogeno alle batterie, i sistemi di propulsione a zero emissioni oggi semplicemente «non sono disponibili nelle quantità necessarie per giungere alla decarbonizzazione», oltre a presentare diverse criticità ancora non del tutto superate.

L’Ics, che rappresenta l’80% della flotta mercantile globale, avanza la proposta di creare un fondo con una dotazione di almeno 5 miliardi di dollari per sostenere la ricerca e lo sviluppo, con l’obiettivo di identificare le tecnologie più efficienti, accelerarne la sperimentazione e agevolare economie di scala facendo convergere solo su queste le scelte degli armatori.
La speranza è che in questo modo si possa «ridurre il rischio che 3mila miliardi di dollari di investimenti siano destinati e utilizzati in modo improprio».

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Del piano si discuterà la settimana prossima in un incontro dell’International Maritime Organization (Imo), chiedendo sostegno da parte dei Governi. A finanziare il fondo sarebbero comunque le stesse compagnie di navigazione, autotassandosi sul consumo di combustibili fossili pur di far decollare la «quarta rivoluzione della propulsione navale», che dovrà seguire quelle del vento, del carbone e del petrolio.

Per affrontare la transizione energetica l’industria dello shipping si sta in parte orientando verso il Gas naturale liquefatto (Gnl), un combustibile fossile che lo studio commissionato dall’Ics non prende in considerazione se non come «misura ad interim», perché non consentirebbe la completa decarbonizzazione.
In compenso vengono esaminate diverse alternative a emissioni zero considerate «promettenti». Ma la conclusione è che serve «un’enorme attività di ricerca e sviluppo perché possano diventare opzioni praticabili a livello commerciale in tutto il mondo».

La lista delle criticità è lunga

Idrogeno e ammoniaca verde, tanto per cominciare, hanno una densità energetica molto più bassa rispetto al petrolio. Le navi dovrebbero consumare volumi di combustibile fino a cinque volte superiori agli attuali, sottolinea lo studio, e sviluppare l’offerta è una sfida imponente.

Se tutte le navi andassero ad ammoniaca verde bisognerebbe più che triplicarne la produzione, impiegando 750 Gigawatt di energia pulita: in pratica «lo shipping da solo consumerebbe il 60% dell’attuale generazione da rinnnovabili». Inoltre bisognerebbe superare problemi di sicurezza, rinnovando l’intera infrastruttura per lo stoccaggio e il rifornimento.

La sfida delle navi a batteria non è meno impegnativa: a una portacontainer – che per un viaggio transoceanico consuma una quantità di energia paragonabile a quella che alimenta 50mila abitazioni – servirebbe la potenza di 10mila batterie Tesla S85 al giorno, afferma il rapporto. Dunque 70mila batterie per un viaggio di una settimana (e tra Cina e Usa ci sono 30-40 giorni di navigazione).

Serve un salto di qualità tecnologico

Restano il nucleare, che però – ammette l’Ics – pochi governi al mondo considerano «politicamente accettabile». Oppure un ritorno al vento, con sistemi diversi dalla navigazione a vela, ma «è improbabile che le navi attuali possano mai essere guidate solo dalla forza della natura».
Nonostante tutto il settore marittimo – che oggi consuma 4 milioni di barili di petrolio al giorno, il 4% dell’offerta globale e un terzo della capacità saudita – si dichiara ben deciso a progettare un futuro più verde.

L’Imo, agenzia dell’Onu, ha stabilito l’obiettivo di ridurre non solo le emissioni di CO2, ma anche di altri gas serra, puntando entro il 2050 ad abbatterli del 90% rispetto ai livelli del 2008. E l’Unione europea sta lavorando per includere dal 2022 anche i trasporti navali nel sistema di scambio dei diritti sulla CO2.
«È necessario un salto di qualità nella tecnologia», afferma Guy Platten, segretario generale dell’Ics, ricordando che identificare le soluzioni migliori da seguire è urgente, considerato che le navi hanno una vita media di 25-30 anni: «Ancora non sappiamo come sarà il futuro a zero emissioni, ma nei prossimi 5-10 anni dovremo prendere decisioni di investimento che avranno un impatto fino al 2050».

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