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Nazionalismo, la pericolosa svolta di Trump

Il presidente ha trasformato il Gop in una macchina organizzativa personale. Presentata, quindi, come la condizione per conseguire gli obiettivi della sua amministrazione

di Sergio Fabbrini


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(NurPhoto)

4' di lettura

È stato come assistere ad una guerra civile. La settimana che si è appena conclusa ha riportato gli Stati Uniti ai suoi tempi più bui. Il 4 febbraio il presidente Trump ha tenuto un discorso sullo Stato dell’Unione partigiano e divisivo. Anche nei momenti più difficili del secondo dopoguerra, il discorso presidenziale aveva sempre avuto un carattere istituzionale e conciliativo.

Il giorno dopo, 5 febbraio, il Senato ha votato l’assoluzione del presidente dalle due accuse mossegli dalla Camera, con una sola defezione nei ranghi della sua maggioranza repubblicana. Subito dopo, Trump si è lanciato in un crescendo di insulti nei confronti di Nancy Pelosi, Speaker della Camera, e dei suoi avversari, quindi licenziando i funzionari e diplomatici che avevano testimoniato contro di lui durante il processo. Il discorso sullo Stato dell’Unione ha portato in superficie la Disunione dell’Unione. Perché si è giunti a questo punto? E perché tale disunione è pericolosa?

L'evoluzione del «Grand Old Party»
Comincio dalla prima domanda. Donald Trump non è l’esito accidentale della trasformazione della politica americana. La sua ascesa alla presidenza, nel 2016, è dovuta alla sua capacità di imporsi sugli avversari nel partito repubblicano, ma soprattutto al cambiamento radicale di quest’ultimo. Il partito repubblicano è divenuto il rappresentante di una coalizione omogenea di elettori bianchi, in particolare degli Stati centrali e delle aree rurali.

Dopo le conquiste afroamericane dei diritti civili degli anni Sessanta del secolo scorso (culminate con l’elezione di un afroamericano alla presidenza nel 2008), il partito repubblicano del passato (con le sue componenti sia liberali del nord est che conservatrici del sud ovest) ha lasciato il posto ad un partito politicamente omogeneo. Un partito che si è collocato in radicale opposizione alla politica (finalizzata al riconoscimento delle minoranze interne e al consolidamento dei rapporti multilaterali esterni) perseguita dalle maggioranze centriste (democratiche e repubblicane) del dopoguerra.

Macchina organizzativa personale
Come ha argomentato Theda Skocpol, la paura dell’elettorato bianco di divenire minoranza lo ha condotto verso una visione nazionalista, cioè difensiva e anti pluralista, dell’identità del Paese. Nel partito repubblicano sono confluite le diverse esigenze di protezione, da quelle dei ricchi suprematisti bianchi del sud a quelle degli operai e dei minatori bianchi degli Stati del declino industriale del nord est. Trump (personalità priva di ideologia e caratterialmente opportunista) ha fornito una leadership carismatica a tale nazionalismo.

Come hanno documentato Philip Rucker e Carol Leoning, Trump ha trasformato quel partito in una macchina organizzativa personale. Presentata, quindi, come la condizione per conseguire gli obiettivi della sua amministrazione (i cui successi economici sono evidentemente esagerati). Si tratta di un partito senza precedenti nella storia americana, assomigliando piuttosto ai partiti (militanti e ideologici) dell'Europa parlamentare del dopoguerra.

“Coequal branches”
Vediamo ora la seconda domanda. Tale trasformazione nazionalista del partito repubblicano costituisce una minaccia per la democrazia americana. Come spiegò anni fa Nelson Polsby, gli Stati Uniti, contrariamente a ciò che molti pensano in Europa, hanno un sistema di governo a separazione dei poteri, non già presidenziale. Ciò significa che il presidente è il capo dell’esecutivo, non del governo in quanto tale (che è costituito invece da tre istituzioni separate). Il presidente e le due camere del Congresso sono (per la Costituzione) “coequal branches” del governo. Ciò richiede una costante azione di mediazione tra quelle istituzioni in quanto esse (per i differenti elettorati che rappresentano e per la diversa durata del loro mandato) sono portatrici di interessi e punti di vista difformi.

Dopo tutto, si tratta di un'unione di Stati, non già di uno Stato nazionale. Quell’azione di mediazione è stata storicamente realizzata dai partiti politici. Il loro pluralismo interno ha rappresentato la condizione per realizzare la loro mediazione esterna. La radicalizzazione militante del partito repubblicano sta mettendo in discussione il ruolo di mediazione interistituzionale dei partiti. L’impeachment di Donald Trump ne è un esempio. Nel sistema di separazione dei poteri non vi è il voto (politico) di fiducia/sfiducia nei confronti del capo dell'esecutivo (come nei sistemi parlamentari). L’unico strumento per fermare un capo dell’esecutivo (presidente) che abusa del suo potere è l’impeachment.

Presidenzialismo senza bilanciamenti
Siccome, nel caso di Trump, non vi sono dubbi che di abuso si è trattato (viste le evidenze riportate), salvare Trump per ragioni politiche (e non costituzionali) ha significato riconoscere al presidente uno status costituzionale superiore (more than coequal, ha scritto Fintan O’Toole) alle due camere del Congresso. Una superiorità che mette in discussione, appunto, l’equilibrio tra le istituzioni separate. Se poi il partito del presidente arriva a controllare tutte e tre le istituzioni di governo, la conseguenza è la trasformazione della separazione dei poteri in un presidenzialismo senza bilanciamenti. Un presidenzialismo (quest'ultimo) che è stato comune a molti Paesi del sud America, dove però ha condotto, in condizioni di crisi, alla loro degenerazione in plebiscitarismi autoritari.

Insomma, gli Stati Uniti, nell'ultima settimana, hanno fatto un passo ulteriore verso la crisi costituzionale. Dietro la crisi c’è l'ascesa di un nazionalismo che, con la leadership di Trump, ha acquisito caratteristiche sempre più estremistiche, se non rivoluzionarie. Si tratta di un nazionalismo portatore di una visione anti pluralista della società e della politica americane. Ma anche del sistema internazionale, dove per esso conta solamente l’interesse del Paese. Di qui il ricorso a pratiche illiberali pur di affermarsi. Se il liberalismo costituzionale si indebolisce negli Sati Uniti, è bene ricordarsi che ciò rafforza i nemici della società aperta ovunque. Anche da noi.

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