ServizioContenuto basato su fatti, osservati e verificati dal reporter in modo diretto o riportati da fonti verificate e attendibili.Scopri di piùL’allarme

«Né espulsione, né sfruttamento: più fondi per evitare la perdita di 7.000 giovani ricercatori»

L'Associazione dei dottori di ricerca avverte sui rischi che la riforma del preruolo, senza un adeguato finanziamento, potrà avere sull'università italiana e sull'intero Paese

di Redazione Scuola

(Imagoeconomica)

3' di lettura

Più di 7.000 assegnisti di ricerca rischiano l'espulsione dal sistema universitario italiano a causa del tetto di spesa imposto alla riforma del preruolo approvata lo scorso giugno. A questi se ne aggiungeranno altri 5.000 una volta terminate le linee di finanziamento previste dal Pnrr. Di fronte a questa massiccia espulsione di giovani ricercatrici e ricercatori, l'Adi - Associazione Dottorandi e Dottori di Ricerca in Italia chiede un cambio di rotta: un aumento del fondo di finanziamento ordinario delle università per poter stabilizzare gli assegnisti ed evitare così la dispersione di persone altamente formate e preparate, che da anni contribuiscono a sostenere l'Università italiana e a far progredire il nostro Paese.
In un comunicato l’associazione chiarisce la propria posizione: «Sebbene infatti la riforma approvata a giugno rappresenti una prima risposta alle rivendicazioni di ADI, che da anni chiede il superamento dell'assegno di ricerca – caratterizzato da intermittenza, precarietà e subalternità – a fronte di una figura da ricercatore più stabile, l'attuale impostazione presenta diverse debolezze strutturali. Questi limiti sono legati soprattutto alla clausola di conservazione della spesa prevista dal decreto».

Il nuovo contratto

Per l’ADI «il nuovo contratto di ricerca, che andrà a sostituire l'assegno, rappresenta un avanzamento dal punto di vista dell'inquadramento lavorativo, ma è notevolmente più costoso. Se un assegno al lordo costava ad un ente circa 24 mila euro annui, per un netto mensile di poco più di 1.400 euro, il contratto di ricerca si stima possa costare poco meno di 40 mila euro annui, per un netto mensile di 1.770 euro a favore del dipendente.Stante la clausola di conservazione della spesa, per via degli aumentati costi più di 7.000 assegnisti di ricerca rischiano quindi di non vedersi rinnovato il contratto, di dover abbandonare l'Università e, in molti casi, emigrare all'estero. In questo modo non solo si interrompono percorsi di vita e di carriera di persone che hanno dedicato sé stesse alla ricerca e alla didattica a fronte di una misera retribuzione, ma si disperde anche una generazione di giovani qualificati, necessari al rilancio economico e tecnologico del Paese».
ADI chiede «che si inverta la rotta prima che sia troppo tardi. Attraverso uno stanziamento di 504 milioni sul prossimo biennio, si possono bandire 6.300 nuove posizioni, che permetterebbero di mantenere il numero complessivo di posizioni pari a 15.700». Inoltre, «dato che il nuovo contratto di ricerca, a differenza dell'assegno, non è esente Irpef, questa operazione si finanzia in parte da sé: le maggiori entrate fiscali, infatti, permettono di stimare l'impegno netto per la finanza pubblica, sul biennio, in 330,85 milioni».
«Per non spostare il collo di bottiglia più avanti, è necessario però accompagnare questo intervento sui contratti di ricerca in modo organico, attraverso un parallelo finanziamento di ulteriori posizioni da ricercatori stabili, per garantire un reclutamento e un prosieguo di carriera il più possibile ordinato, ordinario e prevedibile. ADI chiede lo stanziamento di 360 milioni di euro al fine di bandire un numero complessivo di 1.200 posizioni RTT (Ricercatore a tempo determinato in Tenure-Track) sul prossimo biennio. È ora di decidere che fare dell'Università italiana: se vogliamo che la ricerca sia parte del futuro del nostro Paese e, anzi, contribuisca a definirlo, è ora di metterci le risorse necessarie», conclude il comunicato dell’ADI.

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