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Negozi vuoti e sfitti, così la crisi delle catene commerciali impoverisce Londra

Da Oxford Street a High Street Kensington aumentano le vetrine che chiudono innescando effetti catastrofici e catena: affitti più bassi o immobili sfitti, causano minori guadagni o perdite per i proprietari

Simone Filippetti


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7' di lettura

Oxford Street, una mattina d’estate: frotte di turisti affollano i due larghissimi marciapiedi della strada dello shopping di Londra. L'attenzione è continuamente distratta dalle centinaia di vetrine sgargianti e dalle decine di artisti di strada, tra musica a tutto volume e chiasso.
Nessuno fa caso a un negozio chiuso e abbandonato. Se uno avesse voglia di alzare la testa dal telefonino, vedrebbe tre lettere rosa in verticale a comporre la sigla HMV. Ma soprattutto vedrebbe una grande insegna con un cane che ascolta un grammofono.

Quell’insegna, un'icona della storia della città, era stata issata nel 1921: His Master's Voice (La Voce del Padrone, ma per tutti semplicemente HMV) è stato il più famoso negozio di dischi di Londra, una mecca per gli appassionai e un simbolo della stessa Oxford Street. Ha sfiorato il secolo di vita, ma HMV non ce l'ha fatta a spegnere le 100 candeline. Negli ultimi anni lo spazio della musica si era ridotta, e i due piani vendeva di tutto da dvd a t-shirt, da souvenir a giocattoli (sempre in tema di film e serie tv).

Ma non è bastato. Ora HMV vende solo online, ha chiuso tutti i negozi. I marchi nascono e muoiono, ma nel caso di HMV è stato un omicidio. L'indiziato numero uno è Amazon, o come in Assassinio è una sorta congiura di semi-innocenti: le app, gli smartphone, internet, le persone, gli stili di vita.

Saracinesche abbassate

Cento metri più avanti, ma dall'altro della strada, svetta il grande palazzo di Debenham's: una catena di grandi magazzini. Questo del centro di Londra è il flagship store, il negozio principale, la bandiera. C’è un via vai di gente che entra ed esce, la vetrata a quadrati della facciata, simbolo di Debenham's, scintilla battuta dal sole. A prima vista il contrario di HMV, invece il destino è identico.

Di recente il grande magazzino ha alzato bandiera bianca: anticipato da ben tre allarmi utili (il campanello d'allarme per la Borsa) nel giro di un anno, a maggio ha chiesto il concordato (la procedura inglese è CVA, sigla che sta per company voluntary agreement): l’anticamera del fallimento.

Il palazzo proprio accanto a Debenham's è un altro grande magazzino: si chiama House of Fraser. Nome diverso, ancora la stessa musica. House of Fraser è finita in tribunale lo scorso anno. Altri 50 metri più avanti ed è la volta di un altro grande magazzino: John Lewis che sta meglio degli altri due, nel senso che non è finito in tribunale, ma è comunque in grossa difficoltà.

All'angolo di Oxford Street inizia Hyde Park e proseguendo all'angolo opposto del parco si arriva a High Street Kensington, altra via dello shopping. Niente turisti, però, qui; è un quartiere residenziale di alta borghesia e ricconi. La scena è ancora una volta uguale: vetrine vuote. A metà della via ci sono addirittura negozi chiusi, uno attaccato all'altro, tutti con su il cartello “For Lease” (Affittasi).

Ancora solo 2 o 3 anni fa, quel cartello non sarebbe rimasto appeso per più di una settimana: c’era la fila, a prezzi esagerati, per strapparsi di mano uno spazio commerciale a Kensington.
Nel centro di Londra i negozi chiudono a una velocità che spaventa. Chiudono le vetrine di grandi catene, non i negozietti di quartiere.

La crisi dei negozi a Londra

La crisi dei negozi a Londra

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Chi fermerà la musica?
Chi è stato adolescente negli Anni ’80 ricorda branchi di ragazzi da tutta Europa, quelli che in estate le famiglie spedivano a fare le vacanze studio in Inghilterra, si fiondavano nel negozio Tower Records di Piccadilly Circus. L'insegna gialla era una sorta di faro: c'erano tutti i dischi dei cantanti che si vedevano nei primi videoclip in tv, in Italia era l'epoca di Deejay Television.

Tower Records ha chiuso ormai da 10 anni; poi è stata la volta MegaStore, una dei tanti business del vulcanico miliardario inglese Sir Richard Branson (che ha avuto più fortuna con le palestre e coi treni). HMV è stato l'ultimo a resistere. Quello di Tower Records era un segnale premonitore che nessuno ha colto, perché era limitato alla musica, sconquassata dall'arrivo di Ipod di Apple che ha dematerializzato l'industria discografica.

Ma sembrava un fenomeno isolato. Ora tutto il retail rischia l'apocalisse. In realtà, più che fuga dai negozi, è fuga da “High Street”, dalle vie principali dello shopping. Inutile incolpare la scellerata decisione di uscire dalla Ue. È l'effetto della rivoluzione digitale. La gente compra dal divano di casa: effetti di una società iper-digitalizzata.

Fallimenti a catena

La morte dei negozi, a Londra, non sembra più solo una funerea profezia, ma una realtà. A un certo punto su Debenham's era sceso in campo il re dei negozi sportivi Mike Ashley, ma ne è uscito con le rossa rotte.

Ashley, proprietario di SportsDirect catena di abbigliamento sportivo (ma molto forte anche sull'online), aveva tentato di prendersi anche Debenham's per creare un polo del retail, dopo che lo scorso anno il medesimo Ashley aveva rilevato, sempre da una procedura fallimentare), il concorrente House of Fraser.

Aggregarsi è unica salvezza in un mercato che crolla: l'imprenditore aveva rastrellato in Borsa il 30% di Debenham's ma non ce l'ha fatta. Il capitale è stato azzerato: Ashely ha perso tutto (150 milioni andati in fumo) e la catena è finita in mano ai creditori (tra cui l'hedge fund americano Angelo Gordon e il colosso bancario inglese Barclays).

Il conto è salatissimo: i nuovi proprietari hanno annunciato un piano di lacrime e sangue per sopravvivere. L'azienda viene dimezzata: è già stata stilata una lista di 22 negozi da chiudere da gennaio 2020 (bontà loro però aspetteranno dopo le festività per farlo, per non rovinare l'atmosfera del Natale).

Il flagship di Oxford Street rimarrà, ma a Londra chiuderanno i negozi nei sobborghi di Wimbledon e Wandsworth: 1200 posti di lavoro andranno persi. Le parafarmacie Boots stanno abbassando le saracinesche (350 licenziamenti annunciati), la stessa House of Fraser ha 100 esuberi e un piano di chiusure: 1650 persone rimarranno senza lavoro. Molti di più di quanti ne siano stati persi, nella finanza, per la Brexit.

Tre eccezioni non fanno una prova: Westfield, Selfridge's e Harrod's
Nelle metropoli, i nomi delle vie e dei quartieri raccontano la storia e il passato di quel posto. Sheperd’s Bush era una volta aperta campagna, dove si portavano le pecore a pascolare: da qui il nome, letteralmente “Il cespuglio del pastore”.

Oggi è l'ingresso della Zona 2, dove inizia la Londra della semi-periferia, della classe medio-alta, della piccola borghesia. Alla fermata della metropolitana e dei treni c'è un grande spiazzo dove ha aperto un mega mall targato Westfield: un'area sterminata piena zeppa di negozi e locali. È aperto fino alle 10 di sera ed è sempre affollato.

Funziona l'offerta variegata: ospita un cinema, un supermercato, ma soprattutto decine di bar e ristoranti. È un modello di shopping mall, città indipendente, da fuori città, dentro la metropoli. Dentro Westfield i negozi aprono e non chiudono perché lì la gente va per passare l'intera giornata. Sono soprattutto ragazzi dalle periferia estrema o dai sobborghi che riempiono Westfield: molto più comodo (e anche meno costoso) che arrivare in centro. Si trovano tutte le novità e i negozi in un solo posto, c'è spazio per pranzare e sul tarsi per. la classica birra da pub o anche cenare.

In più si torna a casa con la soddisfazione di essere stati a Londra.
Gli altri due unici casi di grandi magazzini che resistono alla crisi, anzi vivono un boom, sono Selfridge's e Harrod's. Ma i due più famosi department store sono anche dei posti sui generis, che si sono trasformati in mini mall, ospitando prodotti dal lusso estremo alla clientela di massa commerciale. Insomma, sono eccezioni; diversamente da quanto sosteneva la scrittrice inglese Agatha Christie non fanno un prova.

Harrod's peraltro è un unicum. Esiste solo la sede di Londra (e alcuni punti vendita in aeroporto; fuori da UK un altro Harrod's, il secondo al mondo, dovrebbe aprire a Doha in Qatar, perché il fondo sovrano del Qatar, lo stesso della Costa Smeralda in Sardegna lo ha rilevato dalla famiglia Al Fayed). Si va da Harrod's come si va a visitare un monumento o un museo.

Piange il mattone
E commessi, magazzinieri e personal shopper sono i primi che pagano il conto immediato, l'onda lunga si abbatte con più forza a monte della filiera. Ossia sugli immobili, il vero cuore dell'economa di Londra. Per secoli il commercio è andato a braccetto con il mercato immobiliare. Le merci si sono sempre vendute in un qualche posto. Debenham's, John Lewis, HMV, House of Fraser occupano grandissime metrature, interi palazzi a 6 piani.

Se chiudono, crolla anche il mercato immobiliare la vera macchia soldi a Londra. Chi oggi nella capitale trema sono i Landlord, i grandi gruppi proprietari di grandi porzioni immobiliari in centro. Un grande magazzino non si sostituisce facilmente con un altro inquilino. Se cubie, il palazzo rimane sfitto; un danno enorme. La soluzione è abbassare i costi degli affitti per trattenere gli occupanti attuali (con costi fissi più bassi, i grandi magazzini possono fronteggiare il ciao divenite). Se i negozi non servono più, le città si trovano con enormi edifici vuoti, senza un futuro apparente.

Gli effetti sono catastrofici e catena: affitti più bassi o addirittura immobili sfitti, causano minori guadagni o perdite per i proprietari. I proprietari sono per lo più fondi immobiliari, che investono in immobili perché danno rendite garantite. A loro volta i fondi immobiliari gestiscono il denaro dei fondi pensione che investono nei fondi immobiliari proprio perché sono investimenti di lungo termine e garantiti dal mattone. Grazie ai dividendi dei fondi immobiliari, i fondi pensione pagano ogni mese l'assegno a milioni di anziani. Se muore il retail, sono a rischio le pensioni degli inglesi.

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