in memoria di fabrizio forquet

Nei labirinti delle democrazie di carta

di Dino Pesole

Fabrizio Forquet

3' di lettura

Riforme annunciate e mai realizzate. Riforme approvate e attuate solo in parte. Riforme approvate e sostanzialmente depotenziate nel fitto reticolo burocratico che ne accompagna l’effettiva messa in opera. C’è tutto questo nelle “democrazie di carta” declinate in vario modo, come ci ricorda il titolo della tavola rotonda che si svolgerà domani pomeriggio alla Luiss, in ricordo di Fabrizio Forquet, il vicedirettore del Sole 24 Ore scomparso il 2 aprile del 2016: «Gli italiani sono bravi a immaginare grandi progetti di riforma, molto meno ad approvarli e soprattutto ad attuarli».

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Mix di cause
Una storia che ha a che fare con il riformismo di casa nostra: grandi disegni, poche realizzazioni. Basta del resto una normale ricerca su Google per verificare che la parola “riforma” è tra le più evocate dalla nostra classe politica, e non certo da oggi. La legislatura che si è appena conclusa è nata, e di fatto si è conclusa, all’insegna delle riforme, sia quelle realizzate (una per tutte quella del mercato del lavoro), sia quelle applicate solo in parte e assai distanti dal pur prudente disegno originario (le cosiddette liberalizzazioni), sia, infine, quelle sonoramente bocciate dagli elettori con il referendum costituzionale del 4 dicembre 2016. Ma dove nasce il problema e come lo si può affrontare e risolvere? Di questo si dibatterà domani, tenendo ferme le considerazioni che Fabrizio ha più volte consegnato alle colonne di questo giornale: si tratta di un mix di cause, per affrontare le quali serve la politica con la P maiuscola, quella che non guarda al beneficio di corto respiro dei tentativi di riforma che si mettono in atto, ma ai loro effetti di medio/lungo periodo.

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Amato: i rischi delle riforme solo legislative
In sostanza, le riforme si costruiscono oggi con lo sguardo rivolto al futuro. «Non vi è dubbio - osserva il giudice costituzionale ed ex presidente del Consiglio, Giuliano Amato - che la democrazia di carta su cui ha puntato il dito Fabrizio guardi a diverse dimensioni». La prima è quella delle «riforme solo legislative». Risultato più simbolico che reale. L’altra è quella delle «riforme destinate all’attuazione amministrativa. Ed è in particolare su questo terreno che Fabrizio ha impegnato il suo giornale». E poi c’è la massima espressione della democrazia di carta, quella della Gazzetta Ufficiale. «Siamo riusciti a far diventare carta tutto, dalla valutazione del merito dei dirigenti alla tutela della privacy e al consenso informato».

Panucci: tutti riformisti a parole
Il punto - osserva il direttore generale di Confindustria, Marcella Panucci - è che nel nostro Paese «tutti sono riformisti a parole, ma nessuno vuole subirne gli effetti. Rating24 è stato da questo punto di vista molto importante, perché ha posto il decisore politico di fronte alle sue responsabilità». Dalle conferenze stampa e dagli annunci, alla concreta attuazione delle riforme persiste un notevole scarto: «La verità è che il riformismo non è nelle corde del nostro Paese. Tutto cambia perché nulla cambi, anche perché, nonostante le semplificazioni e le novità introdotte in questi anni, l’organizzazione della macchina amministrativa è ancora di stampo napoleonico. I poteri di veto sono l’architrave su cui si regge la nostra Repubblica, e anche l’Unione europea è afflitta dagli stessi mali».

Fabbrini: più spazio alle critiche populiste che ai contenuti
«Il problema - aggiunge Sergio Fabbrini, direttore della School of Government della Luiss - è che il sistema della democrazia di carta rappresentato dai giornali e dai media, con alcune lodevoli eccezioni, non ha assolto in questi anni al suo compito. Ha dato voce al malessere, finendo per essere travolta essa stessa dall’ondata populista. Nel lungo dibattito sulle riforme si è dato molto più spazio alle critiche populiste che ai contenuti. E così abbiamo assistito al sostanziale tradimento della democrazia di carta rispetto alla democrazia repubblicana e alla necessità di riformarla».

D’Alimonte: tempo per un’assunzione di responsabilità
Per Roberto D’Alimonte, direttore del dipartimento di Scienze politiche della Luiss, «è arrivato il tempo di una assunzione di responsabilità della classe dirigente, tema che stava molto a cuore a Fabrizio. La situazione in cui ci troviamo oggi è il frutto di decisioni sbagliate prese nel passato e di cui molti che oggi si lamentano sono responsabili». Già, la riforma elettorale, altro esempio di riforma mancata. «Ma quale sistema potrebbe restituire agli elettori la possibilità di scegliere il governo, visto che i partiti non si mettono d’accordo?».

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