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Nei nuovi sviluppi urbani al centro c’è il paesaggista

di Paola Pierotti

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Il progetto di Obr e Michel Desvigne per il parco urbano di Prato che sorgerà al posto dell'ex ospedale


3' di lettura

Progettano balconi e terrazzi, tetti verdi e orti urbani, inventano “giardini verticali”, disegnano parchi, “rinaturalizzano” cave, firmano i piani territoriali tutelando gli ambienti agricoli, definiscono le strategie di mitigazione dell’impatto delle infrastrutture, tenendo conto delle strategie ambientali e dei cambiamenti climatici. Sono i progettisti del paesaggio, professionisti per anni coinvolti dagli studi di architettura o dalle società di ingegneria per una consulenza specialistica, e che ora si stanno affrancando nel loro ruolo, chiamati da committenze pubbliche e private.

Le “infrastrutture verdi” sono il futuro, tanto quanto le “infrastrutture grigie”. Fanno scuola i tanti progetti internazionali, dal campus scientifico-tecnologico progettato a Parigi da Pargade Architects, al Zarydye Park di Mosca disegnato da Diller Scofidio+ Renfro, alla House of One di Atelier Le Balto a Berlino. La sfida in Italia è già stata colta da diversi operatori del real estate. Basti guardare alla Biblioteca degli Alberi inaugurata a ottobre da Coima, nel cuore di Porta Nuova a Milano, disegnata da Inside Outside|Petra Blaisse di Amsterdam: un patrimonio vegetale composto da oltre 135mila piante di 100 specie diverse, 500 alberi e 22 foreste circolari. Per il disegno del parco di Seimilano, sviluppato da Borio Mangiarotti e Varde, in campo c’è invece il francese Michel Desvigne, che nel gruppo guidato da Obr ha vinto anche il concorso internazionale a Prato per la progettazione di un parco al posto dell’ex ospedale (per il quale il Comune sta strutturando la gara d’appalto). A Bagnoli, per il parco dell’area ex Italsider, Invitalia ha invece coinvolto lo studio dei paesaggisti guidato da Gioia Gibelli.

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Com’è stato per l’architettura più tradizionale, con la leva delle “archistar”, sembra siano gli studi internazionali per ora a portarsi a casa le migliori opportunità green nel mondo immobiliare. Ma un contributo significativo per sensibilizzare la comunità e la committenza è stato offerto anche da architetti come Stefano Boeri, progettista del Bosco Verticale di Milano (con 21mila piante in due edifici) che, a sette anni dal primo prototipo italiano, lo sta esportando, in città come Losanna e Eindhoven, Parigi e Nanchino. «Con la sua attenzione alla forestazione urbana, Boeri ha sdoganato il fatto che il verde non è un plus da élite, ma deve farsi spazio in situazioni sostenibili, per tutti. Il verde si progetta insieme al resto – spiega l’architetto Luigino Pirola, presidente dell’Aiapp, l’associazione italiana di architettura del paesaggio – non è un decoro, ma diventa un bisogno, è parte dell’ecosistema e del suo metabolismo. È una foto di relazioni: il paesaggista fa da regìa ascoltando i diversi specialisti: naturalisti, botanici, pianificatori, esperti di trasporti, a seconda del target dell’iniziativa».

Andreas Kipar, anima dello studio Land e presidente di Green City Italia, pochi giorni fa a MyPlant&Garden ha ricordato come il progetto Mind nel sito di Expo 2015 rappresenti l’impegno «per la costruzione di un ecosistema di innovazione e catalizzazione di opportunità per la crescita socio- economica del territorio. È un risultato importante che il progetto dei Raggi Verdi sia tornato a essere parte integrante dell’ultima versione del Pgt di Milano in via di approvazione. Abbiamo esportato con successo i Raggi Verdi sia a Essen, capitale europea del verde nel 2017, che a Mosca (vedi articolo a lato, ndr). Milano non poteva rinunciare a questa sfida». Kipar sostiene il paradigma “landscape first”, secondo cui ogni sviluppo architettonico deve essere preceduto dalla progettazione di una “infrastruttura ambientale”.

Il Consiglio nazionale degli Architetti, che nell’acronimo Cnappc include anche i pianificatori, paesaggisti e conservatori, prevede uno specifico esame di stato per questa figura; l’Inu ha fatto crescere una community; ma è l’Aiapp che da 70 anni è operativa in Italia e fa da traino per un migliaio di professionisti, anche attraverso l’International federation of landscape architects (Ifla). Ecco ad esempio che lo studio O+A Ori Arienti è approdato anche grazie a questa rete a Toronto, per una società italo-canadese, dove da anni ormai il paesaggio è considerato elemento strutturale per la definizione dei masterplan. Maurizio Ori spiega l’evoluzione del mestiere e del suo studio, sottolineando che «l’urgenza ambientale e il cambiamento climatico sono diventati protagonisti della ricerca e dell’offerta di servizi dedicati. Stiamo lavorando ad esempio al progetto di una centrale geotermica in un parco di 50 ettari. In questo caso ci occupiamo contestualmente di architettura e paesaggio».

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