i 40 anni di farmindustria

Nel 1978 il via libera ai brevetti. Ora il farmaco italiano è leader

di Laura Cavestri

3' di lettura

Nel 1899, l’Aspirina – di Bayer – fu registrata, nel mondo, con il marchio dell’acido acetilsalicilico. Il brevetto farmaceutico, invece, in Italia, compie, quest’anno 40 anni. Tra alti e bassi. Era, infatti, il 1978 quando la Corte costituzionale sentenziò che il brevetto farmaceutico non era contrario alla “Carta” fondamentale. E che il divieto – nato con il comma 1 articolo 14 del regio decreto del 1939 – per il timore di agevolare «ciarlatani, speziali e segretisti» era stato superato dal progresso tecnologico e dagli eventi.

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Numeri in corsa
Se oggi Farmindustria – l’Associazione che riunisce le imprese farmaceutiche italiane – spegne, a Roma, le sue prime 40 candeline, con una produzione – e forse anche un export – in grado di superare la Germania – è anche, e soprattutto, per la capacità del comparto di “correre”, dal 1978 in poi, per recuperare i ritardi industriali, tecnologici e normativi.
Le tendenze sono positive da tempo: la produzione vale 31 miliardi di euro e dal 2010 al 2017 ha visto un balzo del 20% (a fronte del -1% della media manifatturiera), tutto dovuto alle esportazioni. Le vendite all’estero sono cresciute del 77% tra 2010 e 2017, un primato tra i big Ue (saliti, in media, del 42 per cento). Cuore dell’export anche i vaccini, che hanno generato, in dieci anni, 2 miliardi di surplus estero.
Una vitalità complessiva che è anche frutto di una forte propensione all’innovazione: il settore investe, infatti, ogni anno, 2,8 miliardi nella ricerca. E i risultati si vedono: 3 terapie avanzate su 6 autorizzate in Europa sono state sviluppate in Italia. Mentre sono 282 i farmaci biotech in sviluppo, una delle specializzazioni del nostro Paese - insieme a vaccini, emoderivati e farmaci orfani – focalizzate, soprattutto, su medicina personalizzata e oncologia.
Secondo l’Ente brevetti europeo, i “patent” farmaceutici depositati, nel 2017, sono stati 147 (nel 2008 furono 188), lontani dai numeri tedeschi (i 600 dell’anno scorso e i 688 per cui fu inoltrata domanda in Ue nel 2010).
Spesso, dietro ai prodotti tedeschi più innovativi, ci sono semilavorati e composti prodotti in Italia (la nostra industria farmaceutica conto terzi non ha rivali). A noi, invece, continuano a mancare le dimensioni (le farmaceutiche italiane sopra il miliardo di fatturato sono appena 5), mentre il passaggio dalla fase preclinica al trasferimento tecnologico (tra ricerca di base e “canale industriale”) spesso ancora non è fluido.
La farmaceutica resta, comunque, uno dei pochi settori ancora capaci di attrarre investimenti esteri. Cronaca di 10 giorni fa, l’acquisto del 51% di Recordati da parte del fondo Cvc per 3 miliardi. Non un caso unico.
In Italia, infatti, il 60% dell’industria farmaceutica è a prevalenza di capitale estero: Usa, ma anche Germania, resto d’Europa e Giappone. E negli ultimi anni, il comparto è cresciuto, per il 55%, aumentando produzioni già in loco, nel 29% con nuovi lanci di prodotti e pe ril 16% attraendo produzioni prima realizzate all’estero.

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Lo speziale e l’accademia
Solo a fine ’800, la preparazione di farmaci è diventata una vera e propria industria. Prima di allora, la loro preparazione era affidata, soprattutto, alle singole farmacie, in continuità con la lunga tradizione degli “speziali” ( di cui vi sono tracce già nel ’600 e ’700).
In Italia, il tutto si è accompagnato al ritardo industriale e alla minore urbanizzazione rispetto ad altre nazioni, che hanno rallentato la nascita di grandi imprese nel settore farmaceutico anche quando le molecole di sintesi avevano già, di fatto, scalzato i composti artigianali.
In pratica, il modello dell’industria farmaceutica italiana si sviluppa dall’allargamento delle botteghe di farmacia (quelle di Schiapparelli, Carlo Erba o Zambeletti) e non dall’espansione dell’industria chimica. Insomma, il “modello latino” è quello del farmacista che si fa imprenditore e che divenbta famoso vendendo pasticche, unguenti e digestivi. Più “felici” successi di marketing che dei miglioramenti scientifica. Quello “tedesco” è l’evoluzione della ricerca di base delle università, favorito da un’industria chimica già attenta all’innovazione.
Due modelli apparentemente lontani, che ora iniziano a giocarsi alla pari la “partita” dei numeri.

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