IL RAPPORTO CeSIF 

Nel 2018 torna a crescere il deficit commerciale dell’Italia rispetto alla Cina

Il paese asiatico rappresenta un mercato di grande prospettiva per la domanda interna in crescita, che si manifesta anche in un aumento dei flussi turistici. La produzione cinese volgerà presto verso i settori altamente specializzati in virtù di massicci investimenti in ricerca e sviluppo. Il rallentamento economico e il contesto internazionale in mutamento potrebbero portare Pechino ad alleviare le restrizioni per le aziende straniere nell’ottica di attrarre investimenti

di Andrea Carli


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La Cina rappresenta un mercato di grande prospettiva per la domanda interna in crescita (foto Epa)

5' di lettura

Nel 2018 il deficit commerciale dell’Italia nei confronti della Cina è aumentato di 12,5 miliardi di dollari, dopo una lieve riduzione registrata negli anni precedenti (8,86 miliardi rispetto ai 9,82 del 2016). È quanto emerge dal Rapporto annuale “La Cina nel 2019 - Scenari e prospettive per le imprese”, presentato questo pomeriggio alla Farnesina.

Giunta alla decima edizione, elaborata dal Centro studi per l’impresa della Fondazione Italia Cina (CeSIF), l’indagine mette in evidenza i settori di maggior interesse per le imprese italiane (alimenti e bevande, settore sanitario, retail, automotive, cinema e piattaforme digitali e legno arredo) e fotografa lo stato attuale degli investimenti cinesi nel nostro Paese. In generale, la Cina rappresenta un mercato di grande prospettiva per la domanda interna in crescita, che si manifesta anche in un aumento dei flussi turistici. La produzione cinese volgerà presto verso i settori altamente specializzati in virtù di massicci investimenti in ricerca e sviluppo. Il rallentamento economico e il contesto internazionale in mutamento potrebbero portare la Cina a alleviare le restrizioni per le aziende straniere nell’ottica di attrarre investimenti.

Indicazioni diverse da dogane cinese e Istat sull’interscambio
Sui valori dell’interscambio tra Italia e Cina permane tuttavia una differenza tra le rilevazioni dell’Istat e i dati forniti dalle Dogane cinesi. Secondo le Dogane cinesi, infatti, nel 2018 il settore di maggiori esportazioni cinesi in Italia si riconferma quello dei macchinari e delle attrezzature elettriche, che raggiungono la cifra di 7.027 miliardi di dollari, mentre al secondo posto si trova la voce macchinari e tecnologia nucleare per la cifra di 6.095 miliardi di dollari). L’Istat, invece, per l’export cinese in Italia segnala un netto vantaggio dei macchinari e apparecchiature (3.849 milioni), seguito da articoli di abbigliamento (943.55 milioni), e da articoli in pelle (906.27 milioni).

Qua nto invece all’export italiano in Cina, secondo i dati delle Dogane cinesi i due settori trainanti restano quello dei macchinari e delle tecnologie nucleari (valore 5.042 milioni, + 8,6%) e dei prodotti chimici (2.884 milioni, +5,6%). Il tasso di crescita più elevato per il biennio 2017/2018 riguarda invece l’export di prodotti tessili (24,6%). Dall’altra parte, i dati italiani forniti da Istat segnalano tra le prime tre voci per l’import di prodotti cinesi in Italia i computer e i prodotti di elettronica (5.291 milioni) al primo posto, seguiti da macchinari e apparecchiature (per un valore di 3.588 milioni) e da apparecchiature elettriche e per uso domestico non elettriche (3.491 milioni). Per quanto riguarda l’export cinese in Italia si segnala infine un netto vantaggio dei macchinari e apparecchiature (3.849 milioni), seguito da articoli di abbigliamento (943.55 milioni), e da articoli in pelle (906.27 milioni).

Cina settima destinazione per l’export italiano
La Cina rappresenta ancora la settima destinazione per l’export italiano con una quota del 3,4%. In un confronto fra il 2011 e il 2018 viene fuori che, nell’ambito delle esportazioni europee verso la Cina, l’Italia è cresciuta rispetto agli altri Paesi membri nel tessile e negli articoli in pelle e cuoio, ovvero le due voci di cui rappresenta il principale partner cinese nella Ue con oltre un terzo degli scambi.

Dove sono le nostre aziende
Oltre due terzi delle aziende italiane in Cina si dividono fra Shanghai e Beijing, seguite, a larga distanza, dal Guangdong, da Tianjin e dal Jiangsu. Altre province significative sono, in ordine, Shandong, Chongqing, Zhejiang e Sichuan mentre nel resto del Paese si registrano solo presenze sporadiche o nulle. Se al conteggio si aggiungono i valori di Hong Kong e Macao, le percentuali si modificano sensibilmente, visto che le due ex-colonie hanno un'incidenza paragonabile a quella di Shanghai e superiore a quella di Beijing. Dunque, se si considerano le aree coinvolte dalla Greater Bay Area, un terzo delle aziende italiane si trovano nel Sud della Cina, un terzo a Shanghai, un quinto a Beijing e il resto sparso tra la costa e il polo costituito da Chongqing e Sichuan.

Sugli investimenti l’Italia insegue i principali partner europei
L’Italia, tuttavia, sconta un ritardo rispetto ai principali partner europei per quanto riguarda il flusso di investimenti verso la Cina. Nel 2018, infatti, ha mantenuto un flusso stabile attorno ai 200 milioni di euro, registrando così circa un quinto rispetto ai valori francesi, meno di un decimo rispetto al Regno Unito e un quindicesimo rispetto alla Germania. L’ultimo anno è stato particolarmente positivo per tedeschi e britannici, ma i flussi dei Big 3 europei sono stati strutturalmente superiori a quelli italiani negli ultimi cinque anni. L’approvazione della Nuova legge sugli investimenti stranieri e l’evoluzione delle negoziazioni commerciali tra Cina e Stati Uniti, rileva il report, potrebbero creare nuove opportunità, sia in termini di ulteriori aperture sia in termini di domanda cinese di investimenti esteri alla luce della possibile uscita di aziende americane dalla Cina.

1.600 imprese cinesi a partecipazione italiana
Le imprese cinesi a partecipazione italiana sono circa 1.600, con oltre 170 mila addetti e un giro d'affari di oltre 27 miliardi di euro. A queste vanno sommate oltre 400 imprese a capitale italiano domiciliate ad Hong Kong, le quali contano circa 20 mila addetti e un giro d'affari di 8,4 miliardi di euro. Si segnala che una parte non trascurabile di questo fatturato deriva da attività di trading da e verso consociate cinesi; non è tuttavia possibile scorporare dal totale la parte di fatturato intercompany.

Gli investimenti diretti conesi in Italia
A fine 2018 risultano direttamente presenti in Italia, attraverso almeno un'impresa partecipata, 340 gruppi cinesi, di cui 246 cinesi e 94 con sede principale a Hong Kong. Il riferimento è all'investitore ultimo; dunque, nel caso non infrequente di partecipazioni detenute da gruppi cinesi attraverso società di Hong Kong, l'investimento è attribuito alla casa-madre cinese. Le imprese italiane partecipate da tali gruppi sono in tutto 637 e la loro occupazione sfiora le 42 mila unità, mentre il giro di affari complessivo delle imprese italiane partecipate è di circa 23,4 miliardi di euro. In particolare, le 504 imprese italiane a partecipazione cinese occupano oltre 29 mila dipendenti, mentre il loro giro d'affari sfiora i 15,7 miliardi di euro; le 133 imprese partecipate da multinazionali di Hong Kong occupano invece oltre 12.800 dipendenti e il loro giro d'affari è pari a 7,7 miliardi di euro.

Dal 2020 nuova legge sugli investimenti stranieri
Il 15 marzo, la tredicesima Assemblea nazionale del popolo ha approvato la nuova legge sugli investimenti stranieri. Entrerà in vigore il 1° gennaio 2020 e, contestualmente, verranno abrogate la Chinese-Foreign Equity Joint Ventures Law del 1979, la Wholly Foreign-Owned Enterprises Law del 1986 e la Chinese-Foreign Contractual Joint Ventures Law del 1988. Le tre leggi sugli investimenti stranieri scandiscono il penultimo decennio del secolo scorso, in cui la Cina si è aperta ai capitali internazionali tramite la disciplina dei differenti tipi di investimenti stranieri e la previsione dei diversi requisiti per essi richiesti. Dal primo gennaio 2020, con l'abrogazione delle tre leggi previgenti e l'introduzione della FIL, quest'ultima diverrà l'unica legge regolante gli investimenti esteri in Cina.

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