DEBITO PUBBLICO

Titoli di Stato: nel 2019 servono 125 miliardi. Sui conti l’ipoteca dello spread

Il Tesoro ha già raccolto 284 miliardi nel 2019 con BoT e BTp, ne mancano 125. Dopo la forte domanda degli ultimi mesi, in futuro potrà pesare la turbolenza sui mercati

di Morya Longo


Con la crisi di governo vola lo Spread, ma che cos’è

4' di lettura

Centoventicinque miliardi di euro. Mentre lo spread tra BTp e Bund s’impenna, i tassi d’interesse salgono, l’incertezza politica va alle stelle, questa sarà la missione del ministero dell’Economia: raccogliere da qui alla fine dell’anno - secondo le stime di Chiara Manenti dell’ufficio studi di Intesa Sanpaolo - qualcosa come 125 miliardi di euro (lordi) attraverso l’emissione di titoli di Stato a breve, medio e lungo termine. Per fortuna il buon umore che ha accompagnato l’Italia sui mercati negli ultimi mesi ha permesso al Paese di raccogliere già, da gennaio a oggi, 284 miliardi. Per fortuna questo ha consentito al Paese di finanziare il suo fabbisogno e di avere in cassa, nel Conto di disponibilità del Tesoro, qualcosa come 78 miliardi di euro. Ma il fieno già messo in cascina non basta: i prossimi mesi saranno comunque impegnativi per un Paese super-indebitato che sui mercati finanziari deve continuamente attingere alla linfa per vivere e onorare le scadenze. Solo a settembre scadono BoT e BTp per 56 miliardi.

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Questi numeri non hanno nulla di strano per l’Italia. Tutti gli anni il Paese si trova a rifinanziare una quota così grande di debito pubblico. Tutti gli anni concentra le emissioni di titoli di Stato su alcuni mesi, scaricando poi quello di dicembre. Ma quest’anno - come già accaduto altre volte in passato - il rischio è che il Tesoro si possa trovare a gestire la normalità in una situazione anormale sui mercati: se l’incertezza restasse elevata, se i rendimenti continuassero a salire, se l’appetito degli investitori globali dovesse calare (peccato perché ultimamente stava invece aumentando), allora non sarà una passeggiata raccogliere quei 125 miliardi a costi contenuti. Il rischio è di pagare di più. Di aumentare cioè la spesa per interessi. E, dunque, di ridurre quegli spazi fiscali che all’Italia servono come l’aria. È presto tuttavia per trarre conclusioni. Gli investitori potrebbero infatti calmarsi dopo la tempesta di giovedì e venerdì (soprattutto dopo che ieri Salvini ha dichiarato che non è sul tavolo l’idea di uscire dall’euro), oppure potrebbero restare tesi. L’importante è che nei mesi a venire torni una certa tranquillità.

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Gli appuntamenti per il Tesoro infatti non mancano. Via XX Settembre dovrebbe emettere nei prossimi mesi nuovi titoli di Stato per le scadenze 3, 5, 7 e 10 anni. «Negli ultimi 4 mesi dell’anno le emissioni nette saranno negative - osserva Chiara Manenti, economista di Intesa Sanpaolo - e questo crea un certo spazio sul mercato per disinvestire». Insomma: nei prossimi mesi scadranno più titoli di Stato di quanti il Tesoro ne dovrà emettere: questo diminuisce la pressione sugli investitori. E riduce l’ansia per lo Stato. Inoltre il fatto che il Tesoro abbia 78 miliardi di disponibilità liquide aggiunge ulteriore tranquillità in momenti turbolenti di mercato. Ma fino a un certo punto: «Ugualmente il Tesoro dovrà tenere il ritmo delle emissioni, non può ridurre gli importi di titoli di Stato da collocare in asta», aggiunge Chiara Manenti. Insomma: un certo cuscinetto l’Italia ce l’ha. Ma non basta.

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Sebbene non siamo su livelli di tensione che possano far temere aste deserte, il problema esiste comunque. E riguarda il costo delle emissioni. Perché è vero che negli ultimi mesi grazie alla politica Bce e grazie all’assestamento dei conti pubblici il tasso d’interesse dei titoli di Stato è sceso (quello dei BTp decennali ha superato per qualche momento il 3% lo scorso 8 febbraio e ora sta all’1,82%), ma è anche vero che l’Italia paga già oggi rendimenti completamente fuori dagli standard degli altri Paesi dell’area euro. Quell’1,82% dei BTp decennali si confronta infatti con il -0,57% dei Bund tedeschi, il -0,26% dei titoli francesi, il -0,22% di quelli del Belgio, lo 0,02% di quelli irlandesi, lo 0,24% di quelli spagnoli e lo 0,29% di quelli portoghesi.

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L’Italia è invece costretta a pagare l’1,82%. Questo - pur nel contesto di tassi in calo - rappresenta già oggi un extra-costo per le casse dello Stato: secondo i calcoli effettuati su lavoce.info da Maria Cannata (ex direttore generale del Tesoro per il debito pubblico), se l’Italia avesse avuto lo stesso spread della Spagna negli ultimi anni avrebbe risparmiato - in un orizzonte di soli 12 mesi - 1,2 miliardi di interessi sulle emissioni del 2017, 2,9 miliardi su quelle del 2018 e 1,5 sulle emissioni effettuate tra gennaio e maggio 2019. Se ora lo spread sale ulteriormente il costo aumenta. Riducendo lo spazio per la Manovra che già ora appare molto complessa.
@MoryaLongo

LA DIPENDENZA DELL'ITALIA DAGLI INVESTITORI ESTERI

Andamento dello spread BTp-Bund e dei flussi d’investimento dall’estero sui BTp italiani (Fonte: Unicredit)

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