attività estrattive

Nel bergamasco la miniera 4.0 alla ricerca dello zinco

di Davide Madeddu

3' di lettura

Ricerca e produzione (in galleria) e ultima lavorazione all’esterno ma a basso impatto visivo. La miniera 4.0 riparte da Gorno, nel comune di Oltre il Colle nel bergamasco. Il progetto “Gorno zinc ptoject” dell’azienda italo australiana Energia minerals (controllata da Alta Zinc) di estrarre sfalerita (materiale blendoso) da cui si ricava poi lo zinco dalla miniera chiusa negli anni 80 dall’Eni, non solo prende corpo ma si evolve e sviluppa. Il piano di interventi ha già due appuntamenti importanti: avvio di nuovi interventi nelle gallerie a marzo (che andranno ad arricchire i risultati ottenuti con la precedente campagna) e inizio esplorazione e perforazione ad aprile.

Due periodi significativi che segneranno la svolta per il sito minerario dove sono presenti piombo, zinco e argento «di tipo Mississippi Valley (MVT) o di tipo alpino (APT)» e che «fa parte di una lunga serie di giacimenti che si riscontrano tra le Alpi e l’adiacente placca europea». Il nuovo corso della miniera, aperta nel 1888 dalla società inglese Crown-Spelter cui subentrarono la belga Vielle Montagne, l’Ammi e infine alla Samim (Eni) sino alla chiusura negli anni 80, è avviato e sembra destinato a importanti sviluppi, sopratutto dopo i risultati “positivi” delle prime attività di ricerca e sondaggio su cui si basa la predisposizione dello studio di fattibilità.
«Rispetto al progetto iniziale si registra una crescita delle risorse, ma si prevede un ulteriore ampliamento da definire con gli imminenti lavori di ricerca e esplorazione – spiega Fabio Granitzio, exploration manager –. Questi lavori, ottenute le necessarie autorizzazioni, partiranno a marzo con la fase di riabilitazione delle gallerie, mentre ad aprile inizierà la vera e propria campagna di sondaggi».

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Quasi una sfida per il sito minerario dove, sino a oggi, sono stati investiti «25 milioni di dollari australiani – chiarisce il manager – circa 16 milioni di euro impiegando anche aziende del territorio come la Edilmac per la messa in sicurezza di una piccola delle gallerie». Opere che hanno permesso di avviare una campagna intensiva di carotaggi sul giacimento Colonna Zorzone. Dei 230 chilometri di galleria che si intrecciano sotto la montagna di Gorno, 10 chilometri sono già stati resi percorribili grazie a una serie di interventi e opere di messa in sicurezza, mentre «si lavora per sistemare e rendere camionabili altri 20 chilometri». A maggio 2017 è stato completato il primo ciclo di sondaggi nel corpo minerario della “Colonna Zorzone”. Novità del progetto, la realizzazione e installazione degli impianti direttamente in sottosuolo. «L’impatto visivo e ambientale all’esterno sarà ridotto al minimo – sottolinea Granitzio -. Prevediamo, con un investimento di 30 milioni di euro, di realizzare in sottosuolo sia l’impianto di macinazione sia la flottazione».

All’esterno dovrebbe andare solamente il capannone che ospita un impianto di filtraggio e il sistema per il carico dei prodotti sui camion. Il primo caso di miniera metallifera che ha gli impianti di trattamento in sottosuolo. «Seguiamo l’esempio di Unicalce che lavora in sotterraneo – argomenta ancora il manager –. In sotterrano verranno realizzate le camere dove andranno posizionati gli impianti necessari per l’arricchimento del minerale. Un aspetto che permetterà di ridurre notevolmente l’impatto all’esterno. Il calcare rimosso ed estratto per realizzare le cavità potrà eventualmente essere collocato sul mercato». Il costo dell’intera operazione, «il documento di fattibilità è già stato predisposto e completato», oscilla tra i «70 e 90 milioni di euro». «Con il completamento del piano di coltivazione e fattibilità – aggiunge Fabio Granitzio – si passerà alla fase di finanziamento. Chiaramente la società continuerà a gestire in modo diretto». A rendere appetibile il progetto anche il tenore del materiale che si punta ad estrarre. «Andremo a produrre un concentrato di zinco e piombo al 6 per cento». Non è tutto per il gruppo italo australiano che oltre alla produzione, fa dei suoi punti di forza anche l’attività di ricerca e di esplorazione. Ricostruendo anche il vecchio legame che univa la miniera di Gorno a quelle situate a 400 chilometri di distanza: Solafossa e Predil. «Recentemente – continua ancora Granitzio - è stato autorizzato il permesso di ricerca per la miniera di Solafossa». Il sito, a nord del comune di San Pietro di Cadore, a 7 km dal confine con l’Austria nei 22 anni di attività ha prodotto 500mila tonnellate annue di materiale. In fase di richiesta, invece, le autorizzazioni per la ricerca nel sito di Predil in provincia di Trento. Quasi un ritorno al passato, ma con la tecnologia e gli strumenti di quella che qualcuno definisce miniera 4.0.

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