parigi / giorno 8

Nel centrifugato di moda, un filo rosso: anni 80 e restaurazione neo-borghese

di Angelo Flaccavento

(AFP)

3' di lettura

La fashion week parigina si avvia verso la conclusione e la ridda dei segni continua a moltiplicarsi. Il messaggio univoco, come ormai di prassi in questi ultimi anni, è impossibile da trovare nella frammentazione degli stili e delle tendenze, però ci sono temi che ricorrono con insistenza. I principali, a questo giro? Restaurazione neo-borghese, grandi spalle ed enormi volumi redolenti di anni Ottanta. Il resto è tutto un mescolare furiosamente questo e quello.

Stella McCartney è come se lavorasse con una centrifuga: dentro ci mette i cappotti corazzati di Anne-Marie Beretta, gli abiti come armature sinuose di Koos Van Den Akker, le tute operaie da nipote ribelle, le vestine di seta da zia perbene, gli stivali di gomma, e accelera al massimo lasciando che i contrasti siano evidenti ed esacerbati invece che domati e conciliati. È il suo modo di creare uno stile transgenerazionale che riunisce una sorta di community femminile intorno al marchio - donne vere, con vite vere. La collezione reitera il codice con una immediatezza che nelle scorse stagioni si era persa, ed è piena di ottimo prodotto.

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Stella McCartney,  donne forti, consapevoli  e eco-friendly

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Giambattista Valli, evidentemente indispettito dal perbenismo che avanza, immagina pulzelle birichine in visita nel giardino di Monet e spiate dall'obiettivo di Guy Bourdin - un fotografo così magnifico e politicamente scorretto che oggi non potrebbe lavorare in nessun modo. Tradotta in vestiti, la narrazione, molto parigina ma lontana dai cliché, si concretizza in una alternanza di abitini fiorati che sottolineano e amplificano la sensualità del corpo e pezzi più duri, lineari, quasi mascolini che lo proteggono. La prova ribadisce con vigore la validità del Valli-pensiero, e si offre come testimonianza della storia d'amore, duratura e inesauribile, tra il designer e la città di Parigi.

Giambattista Valli,  ribellione floreale  al bon ton

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Chitose Abe, da Sacai, punta sui volumi - ampi, immensi, marziali - ma poi li stringe al corpo con lacci e cinture, sicché il corpo viene esaltato invece che cancellato. Il metodo Sacai consiste nell'ibrido: si incrociano capi diversi in un solo pezzo, incorporando la funzione multipla nella costruzione. È una scelta di design inventiva - e ultimamente molto copiata - che però inevitabilmente porta alla replica. Non a caso le ultime collezioni di Sacai sono state estremamente ripetitive. Questa nuova prova, però, ha una asciuttezza militare che è inedita, e che forse annuncia un benvenuto nuovo corso.

Alexander McQueen, massimalismo  fatto di sogni e borchie

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Il nord dell'Inghilterra, con i paesaggi verdi e sublimi e le industrie tessili è lo scenario in cui Sarah Burton ambienta per Alexander McQueen una fantasia complessa popolata di donne-rosa, suffragette con gli anfibi, ninfe fasciate in abiti ricoperti di aghi da telaio e amazzoni in suit maschili che si liquefanno tornando allo stato di tessuto non tagliato. Una narrativa complessa, tenuta insieme con vigore dall'orgoglio working class e dal gusto certosino del fatto a mano che eleva il prodotto al livello dell'alta moda. La prova è toccante, lirica, vibrante. Permane però un problema già più volte rilevato: in termini di proposta moda, gli show di McQueen sono diventati una formula, nella quale silhouette affilate, o vaporose e romaniche, sono ancorate al suolo dagli scarponi mentre orecchie e collo sono decorati da monili complessi. Lo spettacolo è sempre una gioia per gli occhi, ma manca il senso di sorpresa che per un marchio come McQueen dovrebbe essere indispensabile.

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