analisi

Nel consolidato mondiale l’arma contro l’elusione

di Raffaele Rizzardi


2' di lettura

Le multinazionali distribuiscono le loro funzioni ovunque e per capire chi fa che cosa nella creazione del valore è operativo lo standard Cbcr – Country by country reporting – al quale sono obbligate le imprese con ricavi consolidati di almeno 750 milioni di euro. Questo standard di comunicazione chiede di indicare per ciascun Paese l’ammontare dei ricavi delle imprese che costituiscono il gruppo in ciascuna giurisdizione fiscale.

Questa procedura però non rileva la parte della catena del valore generata da terzi indipendenti. Una multinazionale che fa produrre da terzisti un articolo di marca in un Paese che ha costi di manodopera irrisori e vende a soggetti non correlati in ciascun Paese di sbocco, non avendo strutture proprie né a monte né a valle della catena del valore può ancora decidere quale sia il “luogo di direzione effettiva” cui attribuire la parte prevalente del risultato economico. Non per nulla alcuni Paesi (Argentina, Brasile, Cina, Colombia, India, Messico, Sud Africa e Turchia) ritengono che le informazioni previste dall’elaborato non siano sufficienti.

Apple, Google, Facebook, Amazon o Zara turbano i sonni delle autorità fiscali. Il caso Apple ha evidenziato che questa società dispone offshore di 252 miliardi di dollari. È curiosa la posizione dell’Irlanda: i 13 miliardi depositati da Apple nella procedura di infrazione come aiuto di Stato vengono tenuti fermi, in quanto quel Paese non li vuole. In proporzione al numero di abitanti equivalgono a 160 miliardi nel nostro Paese.

L’attuazione obbligatoria – si spera imminente – della tassazione su base consolidata europea lascia fuori l’attività delle imprese all’esterno della Ue. A questo punto bisogna avere il coraggio di imporre la tassazione consolidata mondiale alle grandi imprese.

L’accertamento dovrebbe essere attribuito ad un comitato composto da un certo numero di Stati, altrimenti quello della sede diventa un protettore egemone pro domo sua, come si è visto nel caso Apple. Al riguardo la Corte di giustizia europea ha già respinto – anche in sede d’appello – la richiesta di intervento in giudizio degli Stati Uniti. Per i controlli sul campo c’è già una struttura organizzata da Ocse e Nazioni Unite di notevole importanza per la fiscalità mondiale, il Tax inspectors without borders – Ispettori fiscali senza frontiere (www.tiwb.org) - che proprio oggi presenta il suo report annuale. La ripartizione del reddito totale tra i vari Stati dovrebbe tener conto di tutti quelli in cui si forma la catena del valore, anche se l’impresa non ha una presenza diretta in termini di costi o ricavi direttamente riferibili ad una localizzazione nel Paese.

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