la moda ai tempi del covid

Nel deserto, in Polaroid, con i libri: le sfilate alternative sono un inno alla creatività

Le presentazioni di Saint Laurent, Bottega Veneta, Alexander McQueen e Dior dimostrano che l’energia dei creativi rifulge, dando vita a eventi spettacolari e prodotti ricchi di valore

di Angelo Flaccavento

La sfilata Saint Laurent in un misterioso deserto

5' di lettura

La moda, ultimamente, è diventata un po' come il campionato di calcio, con le partite che un tempo si giocavano la domenica e adesso, tra anticipi, posticipi e coppe varie, praticamente tutta la settimana. Disgregatosi - a causa di distanziamento, divieto di assembramento, chiusura delle frontiere e impedimenti assortiti - l'istituto coesivo della fashion week, si fa un po' tutti a modo proprio. In spregio, o semplicemente dimentichi - verba volant, ora e sempre - della tanto invocata moralizzazione che all'inizio dello shock sembrava annunciare un'era meno sprecona, meno scellerata nel buttar fuori senza sosta e senza tregua prodotti ed eventi, si continuano a moltiplicare le occasioni di trasmissione, con sovrapposizioni talvolta poco chiare.

In questi giorni, contemporaneamente, vengono presentate al pubblico, attraverso format per lo più filmici, le ultime collezioni rimaste della stagione primavera-estate 2021 - più vicine quindi al momento della vendita effettiva al pubblico finale - mentre iniziano già le uscite delle precollezioni autunno 2021, come da timeline assodata.

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L'effetto è scombussolante e, per paradossale che possa apparire, toglie in qualche modo valore ai singoli progetti per via di estemporaneità. Il rischio della moda letta in una dimensione di mero entertainment, spettacolo filmico e basta più, è alto, ma le collezioni, in termini di prodotto un valore lo hanno, e anche molto alto. Anzi, il prodotto è il focus vero: semplificato, immediato, diretto.

La sospensione chic nel deserto firmata Saint Laurent
La maison Saint-Laurent è stata la prima, in tempi non sospetti, a dichiarare che per l'anno 2020 avrebbe seguito un calendario autodeterminato. Per la collezione PE 21 il direttore creativo Anthony Vaccarello sceglie una sfilata en plein air, senza pubblico ça va sans dire, filmata tra maestose dune di sabbia - la scala monumentale è un lemma portate del suo lessico per la veneranda maison parigina - che viene trasmessa per la prima volta alle ore 14 in punto del 15 dicembre con il titolo “I wish you were here” (vorrei fossi qui).

Il pubblico, ovunque esso sia, allo scoccare esatto del minuto viene teletrasportato in un paesaggio desertico non identificato: morbido, senza confini, avvolgente; poetico e potente. Qui le modelle camminano su una ideale passerella, vestite con seducente severità, sensuali di un rigore tutto parigino, invariabilmente issate su tacchi chilometrici.

Tralasciando lo humor involontario di una invocazione della libertà di movimento in tacchi a spillo tra le dune, la collezione è ulteriore prova del progresso autoriale di Vaccarello nel mondo Saint-Laurent. Mai come adesso la vicinanza con il magnifico Yves è forte senza essere nostalgica: una perfetta comunità di intenti, ovvero l'attualizzazione di un codice, e di una idea incisiva e très Parisienne di bellezza, che non ha tempo. Si avverte una spinta alla semplificazione: poco decoro, ancor meno gioielli, ad esclusione del breastplate di Claude Lalanne, già mitico collaboratore di Yves, i cui calchi metallici di seni, ombelichi e fianchi sono entrati nel più alto immaginario della moda.
Lo chic da rive gauche, sulla sabbia, diventa grafico, se non futuribile. Di certo, si palpa il ritorno a un senso di eleganza per troppo tempo dimenticata: sahariane e robe manteau, invece che blazer e jeans.

Le sfilate per pochi, con kit, di Bottega Veneta
Il programma di presentazione di Bottega Veneta è più complesso, e prevede piccole sfilate dal vivo per una audience selezionata - li chiamano “salon shows”, con un linguaggio desunto dalle presentazioni couture di un tempo - e un mix di analogico e digitale per il pubblico allargato. La collezione Salon 01, svelata al pubblico il 14 dicembre attraverso un video, è stata in realtà presentata a Londra, per uno sparuto drappello di happy few, ai primi di ottobre.

Due mesi di blackout mediatico, ai tempi dello streaming continuo, sono già una conquista notevole. Nei giorni precedenti alla messa in onda digital, gli ospiti global hanno ricevuto una enorme shopper di tela verde contenente tre volumi e un disco, sulla scia dello Show in a box di Jonathan Anderson per Loewe (sulla cronologia non si questiona).
Il disco è la colonna sonora della sfilata londinese, e consiste in un parlato di Neneh Cherry, mentre i libri, numerati, raccolgono: ricerca iconografica (One), foto della sfilata (Three) e collaborazione con l'artista concettuale tedesca Rosemary Trockel (Two).

È questo il volume più illuminante in termini di lettura della collezione: una ricostruzione fotografica del processo intercalata da una surreale indagine sul significato degli abiti per personaggi non si sa se famosi o meno, identificati ciascuno solo da una sigla.

Daniel Lee, il direttore creativo della rinascita di Bottega, è partito come epigono di Phoebe Philo, per la quale ha lavorato ai tempi di Celine. All'inizio il suo Bottega Veneta sembrava un repeat brand, ma adesso l'identità si struttura ed è relativamente originale, sicura, affermativa. La collezione punta sull'aspetto tattile: a negare il piattume digitale è quasi per intero di maglia, a punti grossi; le linee sono scabre, i colori decisi. Il risultato ha una mano quasi artigianale, ma un appeal sintetico e industriale, e la tensione dei due estremi convince.

Il video sul Tamigi di Alexander McQueen
Alexander McQueen, nella persona del direttore creativo Sarah Burton, opta per un videoclip, affidato all'occhio immaginifico e alla fotografia plumbea del regista Jonathan Glazer, compagno d'armi, negli anni Novanta del britpop, di Radiohead, Massive Attack, Jamiroquai.

La storia, o meglio la non storia da immaginare ciascuno come si preferisce, è girata a Londra all'alba, sulle melmose sponde del Tamigi e si intitola “First light”. Dipinge, nel paesaggio urbano di oggi ma con reminiscenze di una realtà preindustriale, una bizzarra tribù di personaggi e guappi d'ogni razza e di ogni taglia, tutti elegantemente vestiti di abiti sospesi tra sartorialità affilata e romanticismo schietto.

La collezione definisce un movimento deciso di semplificazione: una messa a nudo di taglio e materia; una esaltazione del lavoro sulla silhouette, in alternanza di deprivazione e voluttà, con l'accento sul processo di atelier. É un enunciato spontaneo e per questo potente, che il mezzo filmico esalta nella suo spirito intrinsecamente britannico.

Le polaroid d’autore di Dior
E se dopo tanto rigore, dopo il bigiume del confino, ci fosse solo voglia di divertirsi? È quanto pensa Maria Grazia Chiuri, che rivela la precollezione fall 21 di Dior in modo informale, attraverso gli scatti in polaroid di Maripol. Scelta non casuale: al secolo Maripol Fauque, in arte Maripol e basta, questa artista poliedrica è stata collaboratrice di Elio Fiorucci, stylist di Madonna ad inizio carriera, documentatrice della New York godereccia e alternativa. É proprio a quel mondo che guarda Chiuri: al pop di Fiorucci come a quello di Warhol, senza troppi lambiccamenti, con una capacità di fare prodotti immediati e desiderabili che è la vera cifra del suo valore, e la sua ragione d'essere nel panorama così contraddittorio della moda di oggi.

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