Le Lettere

Nel duello francese la lentezza di un Paese che non fa le riforme

di Adriana Cerretelli

2' di lettura

Il 7 maggio al ballottaggio per la presidenza della Francia si presenteranno Emmanuel Macron e Marine Le Pen. A Bruxelles la prospettiva di una vittoria per Macron sarà accolta per rimettere in moto la locomotiva franco-tedesca che traina la Ue da sempre. Ma, mi pare, l’euforia è fuori luogo. Quando si parla di riforme economiche e integrazione europea, Macron dice sempre e soltanto cose “giuste”, ma capire se sia in grado di attuarle sul serio è tutta un’altra faccenda. L’impresa di far uscire la Francia dal ciclo di crescita lenta, disoccupazione alta e indebitamento in rialzo si è rivelata fuori dalla portata di Jacques Chirac, Nicolas Sarkozy e François Hollande. Quest’ultimo, anzi, ha fallito nell’impresa nonostante abbia nominato ministro dell’Economia un giovane dinamico, tale Emmanuel Macron. Che ne è stato di lui? Sarà in grado, agli occhi di Bruxelles, di attuare alcuni dei cambi di cui ha parlato in campagna elettorale?

Paolo Tancredi

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Caro Tancredi,

trovo fondati molti dei suoi dubbi. Del resto il risultato del primo turno delle Presidenziali, come del resto tutta la campagna elettorale, ha mostrato una Francia spaccata in due: non solo tra pro e anti-europei, ma tra riformisti e conservatori incalliti. Questa è la ragione che spiega come mai la Francia e l’Italia non si sono modernizzate come invece hanno fatto molti altri Paesi. E spiega anche perché finora i promotori delle riforme sono riusciti a fare poco o niente. Di sicuro Macron, se sarà presidente, è condannato a passare sotto le stesse forche caudine. Perché il sollievo europeo? Perché c’era il rischio non solo che Marine Le Pen arrivasse prima, ma che addirittura l’estrema sinistra di Jean-Luc Melenchon ce la facesse a passare il primo turno.

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